lunedì 25 luglio 2016

La wicca sciamanica

Un bel Cernunnos molto wiccano.

A quanto sembra, a una (grossa, immagino) fetta di wiccani la religione “tradizionale” non va più bene: queste persone non si rispecchiano più nelle cerimonie di Gardner e dei suoi successori, in quella ritualità di metà XX secolo più ottocentesca che contemporanea. A essere estremi, le pratiche magiche della wicca appaiono più come rasentanti una sorta di “culto pubblico preordinato”, che non lascia all’individuo tutto lo spazio di cui avrebbe bisogno. Ciò che ne consegue è che, pur mantenendo la teologia e l’etica wiccana, si viene a riscoprire lo sciamanesimo come pratica individuale, che mette l’accento sul praticante in sé e sulle sue capacità, anziché sull’intera congrega (noi stessi in effetti, quando pensiamo alla wicca, abbiamo l’immagine mentale di gente che compie riti celebrativi, non che fa sciamanesimo). 
Dove abbiamo sentito una storia simile? Direi ovunque, dai culti egizi ai più moderni movimenti religiosi. Si tratta della normale evoluzione di un culto, anche se a mio avviso c’è di più. 
Tempo fa avevo fatto un parallelo fra il cristianesimo e la wicca, e l’evoluzione temporale dei due: nei loro primi 50 anni, i seguaci di Cristo erano divisi in sparutissime sette di pochi individui, e avevano come testi le lettere di Paolo e il Vangelo di Marco, null’altro; nei suoi primi 50 anni, la wicca ha praticamente ogni cosa, da un’infinità di adepti pieni di divisioni interne, fino a un numero incalcolabile di scritti. Vero è che i tempi sono estremamente diversi, eppure anche in questo caso la mia impressione è che l’evoluzione della wicca (non del neopaganesimo in toto, sia chiaro) risulti essere davvero troppo veloce. 
In una qualunque religione nasceva il desiderio di un approccio più personale al Divino a discapito del culto pubblico, ma il tempo che trascorreva fra la fondazione del culto e questo evento era calcolato in secoli. La wicca ha raggiunto questa tappa in 60 anni circa. Nemmeno i Bahai o i seguaci di Ramakrishna (per citare due culti recenti, del XIX secolo, estremamente liberali) sono arrivati a tanto! 
Al di là di quello che si può pensare a riguardo del fatto in sé, mi rendo conto che spesso e volentieri questo evento porta alla scomparsa della religione in questione così come la si conosce: basta pensare al solito cristianesimo, che nella sua versione attuale non è nient’altro che il prodotto di infinite rivoluzioni, riforme e controriforme, nate quasi tutte dal fatto che qualcuno voleva approcciarsi a modo suo al Divino. Scriveva Cornwell che il cristianesimo del V secolo sarebbe per noi difficile da riconoscere, ed è verissimo. 
Mi domando dunque se la wicca, arrivata già alla fine della sua vita come religione “ritualistica”, non rischi di scomparire, inghiottita dagli altri neopaganesimi, e perdere dunque la sua individualità come religione. A sentire alcuni wiccani che ho interpellato ciò sarebbe impossibile, perché a loro avviso è la wicca stessa ad aver “creato” i movimenti neopagani, ma dal mio punto di vista è solo una congettura debole e senza basi: può essere vero in partenza, ma è anche vero che oggi esistono neopaganesimi nettamente separati da essa. 
Venendo poi alla wicca sciamanica più nello specifico, la filosofia fondamentale che starebbe alla base di tutto è la realizzazione spirituale dell’individuo. Inizialmente, come sappiamo, lo sciamanesimo era la pratica tramite la quale l’uomo di potere della tribù soccorreva la sua comunità, e così è stato per tutti coloro che si sono (o non si sono) definiti sciamani. Essi dunque non agivano per sé stessi, ma dedicavano la loro intera esistenza agli altri. 
La versione wiccana della cosa è sostanzialmente l’inverso: l’importante non è più la comunità, o in generale l’aiutare terzi, bensì realizzarsi spiritualmente e cercare il contatto (e l’unione) col Divino. Certo, si può aiutare chi ha bisogno se ce n’è necessità, ma non è quello lo scopo: il fine di tutto è la realizzazione dell’individuo. Quello che si chiede agli spiriti (no, agli dèi, perché qui sembra si vada quasi direttamente nel mondo superiore) sono responsi oracolari, previsioni di eventi futuri, consigli per evolversi a livello spirituale. Spazio per gli altri ce n’è, ma in maniera marginale. 
Questa è, a mio modesto parere, la morte dello sciamanesimo. Non è concepibile una cosa simile: per quel che ne so, in qualunque religione antica e moderna, ma veramente qualunque, si è sempre detto che per l’uomo è fondamentale aiutare i bisognosi per trovare il contatto con Dio. Senza pensare all’induismo e al buddhismo, al cristianesimo e all’islam (per il quale l’elemosina è legge!), persino alcuni dei culti antichi, concepiti da uomini così lontani da noi, avevano princìpi chi già dimostravano di tendere in quella direzione. 
Qui però è diverso. Lo “sciamano” non è più colui che mette a disposizione le sue conoscenze occulte per la comunità, mettendosi egli stesso in pericolo (il mio pensiero va subito a don Gervasini), ma un individuo che con tamburo e sonaglio valica i mondi alla ricerca del raggiungimento della sua perfezione, di un contatto col Divino puramente al di fuori dal mondo, mi verrebbe quasi da dire “puramente soprannaturale”. E cosa sia questa perfezione, diciamocelo, non credo lo sappiano nemmeno loro. 
Non riesco nemmeno a immaginarlo, un percorso del genere: una specie di vuota pratica magica fine a sé stessa. Posso comprendere che uno sciamano decida di diventare un tramite tra gli uomini e le divinità, anziché dedicarsi all’aiuto dei bisognosi (e anche qui, la differenza è labile), ma non riesco a concepirne uno che pratica unicamente per sé stesso: a voler essere acido, ma sincero, questa ha tutta l’aria di essere una malcelata ricerca del potere, più che dell’unione con Dio. 
Forse ho travisato il discorso che mi è stato fatto, e sinceramente me lo auguro. Ma ho poche speranze. 
Per quel che mi riguarda, la virtù, il piacere e la gloria proveniente dalla virtù, la vita libera dal dolore e dalla schiavitù bastano a rendere felici coloro che hanno scelto e hanno potuto vivere conformemente alla virtù...

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