lunedì 7 agosto 2017

Lo stregone del Monte Rosso e altre storie






Da sei anni mi capita ormai di passare buona parte del mese di agosto in un paese nei pressi di Varese, Venegono Superiore, quello che a primo acchito potrebbe sembrare l’ennesimo paesino di provincia, senza nulla di interessante. Tuttavia, sia per la suddetta permanenza che per il fatto di averci trascorso buona parte della mia infanzia (è la residenza dei miei nonni materni e dei miei zii e prozii), mi sono ritrovato a osservarlo per tanto tempo, e un posticino nel mio cuore se l’è lecitamente scavato.
Nell’estate 2012, ricordando vagamente che c’erano stati dei processi per stregoneria in zona, avevo creato un personaggio per il gdr Kata Kumbas che era per l’appunto uno stregone, e che veniva dal Monte Rosso, una delle zone di Venegono. È stato da quel momento che, col passare degli anni, mi sono sempre più reso conto di quanto il paesino avesse da offrire a un occhio attento. Ho dunque deciso di mettere per iscritto quanto scoperto, a metà strada fra un saggio e un diario, visto che si tratta per buona parte di miei ricordi degli anni passati.
Seguendo la strada che da Venegono Inferiore porta al suo omonimo Superiore, e passata una suggestiva casa rosa con una piccola torre, si giunge alla piazza con la chiesetta di Santa Caterina; lì accanto, fino a qualche giorno fa c’era una strepitosa trattoria, il Pancia Piena, che faceva fin troppo onore alla sua nomea: ci ho mangiato una sola volta, e credo che la risata isterica che ho fatto quando, ormai sazio, ho visto altri piatti d’antipasto arrivare dalla cucina, possa di per sé dire tutto. Voglio rendere omaggio anche ai gentilissimi proprietari e al calice colmo di Braulio che per loro contava come “digestivo”.

Bei ricordi...
Proseguendo si va verso il centro, dove sorge la parrocchia dedicata a san Giorgio, patrono del paese, il quale, come la maggior parte dei vecchi santi patroni, ormai non conta quasi più nulla nella devozione popolare, schiacciato dai leziosi culti dell’Età Moderna. Ma, detto fra noi, non che sarebbe cambiato qualcosa, perché siamo comunque molto vicini a Milano, e come sempre in queste zone non è il Santo, ma il Drago a farla da padrone.
È quindi un caso che l’attuale sindaco sia un Crespi?...

Il mosaico di san Giorgio e il drago sull'ingresso di un'abitazione venegonese.

Il guaritore in mezzo al bosco.

La fontana del monumento ai caduti, che fa da ingresso al Monte Rosso.

Prima di giungere alla suddetta piazza centrale, ci sono alcune strade sulla sinistra che salgono verso l’alto: una di queste (quella con la fontana) porta al quartiere più esclusivo di Venegono, il cosiddetto Monte Rosso, una zona residenziale composta esclusivamente da ville con ampi giardini boschivi, immerse in un silenzio quasi irreale. Da lì, proseguendo verso est, si estende l’immensa distesa del Pianbosco, un grande polmone verde che separa i comuni del Varesotto da quelli del Comasco, di cui solo alcune zone sono abitate, ville più o meno isolate fra loro immerse in una foresta d’altri tempi.
Proseguendo però verso nord, portandosi sul limitare (o se preferite sulla cima) del Monte Rosso c’è una stradina sterrata che si inoltra per qualche decina di metri nella vegetazione, fino ad arrivare a un cancello, che si apre su una grande distesa d’erba circondata dal fitto del bosco. In teoria si sarebbe già entro il comune di Vedano Olona, il quale però è molto distante, e vi si arriva solo tramite un secondo sentiero spesso battuto dai cercatori di funghi, che passa vicino al vecchio lazzaretto. All’interno di questa grande radura sorgono due edifici: in lontananza, un vecchio cascinale, e a metà strada fra questo e il cancello un edificio più piccolo, rustico e imbiancato, con un posteggio per 4 o 5 auto. Tutta questa proprietà prende il suggestivo nome di Cascina del Trono, e fino a qualche anno fa vi abitava un segnatore, il “Giulio da Venegon” o il “Giulio Medegón”.

Il rustico dove operava il segnatore di Venegono.

I miei nonni lo conoscevano sin da quando si era trasferito al Trono dalla nativa Milano: lui faceva il ragioniere, loro gestivano un bar in paese, in un’epoca nella quale il mondo era più piccolo; mia madre ha tenuto all’asilo sua figlia, e insomma, si sono sempre un po’ frequentati. Inutile dire che anche io, sin da quando ero molto piccolo, accompagnavo mia madre a farsi segnare con una certa regolarità. All’epoca per me era una cosa normale, e anche un po’ noiosa visti i lunghi tempi d’attesa, ma non è che mi desse fastidio; col senno di poi, era anche molto suggestivo.
La mattina si entrava dal cencello, sempre aperto, e si posteggiava la macchina dove si poteva: spesso il parcheggio era già occupato, e idem i lati del sentiero accanto all’edificio, ma a volte si era fortunati e si riusciva a posteggiare in maniera decente. Entrati, c’era una sala d’attesa (o per meglio dire un corridoio) poco illuminata e molto spoglia, con un attaccapanni e un’ombrelliera vicino alla porta, e una decina di sedie; dietro l’angolo, un piccolo bagno nel quale non ricordo di essere mai entrato. Sulla destra c’era la porta dello studio, con eventuali avvisi attaccati sopra (come quella di un dottore), e un piatto di ceramica appeso sopra di essa, con il simbolo del Giulio: una croce e un triangolo sospesi in cielo che emanavano luce, la quale teneva a bada un groviglio di rovi neri che sembrava risalire dal basso.
Lui iniziava a lavorare più o meno alle 5 del mattino, se non prima (tutto questo, ovviamente, dopo essere andato in pensione), e già a quell’ora c’era diversa gente ad attendere sulla porta; verso le 8 andava in pausa caffè, e riprendeva per il resto della mattinata, più o meno fino a mezzogiorno, ma spesso a oltranza: di più, diceva la gente in attesa, non riusciva a fare, anche considerato che era sulla settantina. In ogni caso le persone lì sedute chiacchieravano del più e del meno, o uscivano a fumare o a prendere aria, e dato che spesso ritornavano (e nei medesimi giorni, causa orari di lavoro) finivano per conoscersi: un’atmosfera un po’ più intima rispetto a quella che si viene a creare nello studio di un medico.
Spesso e volentieri il Giulio (all’anagrafe Giulio Obbialero) usciva dallo studio accompagnando la persona che aveva appena finito di visitare, si guardava attorno e vedeva se c’era gente che sapeva avere casi urgenti o semplice fretta di dover tornare al lavoro, e la faceva accomodare prima degli altri. Era un uomo anziano, non molto alto, con gli occhi sporgenti, pochi denti, la pelle coperta di macchie e porri tanto da apparire quasi spaventoso a me che ero un bambino; compensava però con un viso sorridente, una voce squillante, e un carattere sempre allegro ed espansivo, ma al contempo cordiale e molto diretto. Profondamente religioso e convinto cattolico, era un appassionato di storia che ogni tanto si lasciava andare a frasi un po’ poco ortodosse come “Non dirlo ad alta voce, che gli dèi ascoltano!”, il tutto perfettamente inserito nel paradigma della religiosità popolare e della credenza sulla magia; in effetti la gente lo definiva un “pranoterapeuta”, ma credo che fosse una dicitura un po’ new age messa in giro da qualcuno, perché il Giulio con le discipline orientali non c’entrava proprio nulla.
Lo studio era una grande stanza arredata in maniera (involontariamente) suggestiva: il centro di tutto era una grande scrivania di legno, oltre la quale c’era la scala per andare al piano di sopra, e nell’angolo sinistro un camino sempre spento; la finestra era sulla destra, e a entrambi i lati della stanza c’erano mobili di legno dall’aria molto vetusta. In generale, per lo meno nei miei ricordi, c’erano molti oggetti su quei mobili, in particolare la grande statua di san Rocco, colui che allontana i mali, con tanto di cane e bastone non intagliato. Il Giulio sedeva alla scrivania, e dietro di lui spiccava una grossa foto in bianco e nero, in una cornice ellittica in legno lavorato, raffigurante una distinta signora, ovvero sua nonna.
Lui raccontava spesso di come fosse stata lei ad accorgersi della sua virtù, quando da bambino aveva notato come fosse in grado di tranquillizzare gli animali con estrema facilità. Anche lei era ovviamente una segnatrice, e a giudicare dall’età del Giulio, deve essere stata operativa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: era di Milano e, forse in vista del fatto che le città creano collegamenti più facili, c’era gente che veniva su anche dalla Calabria per farsi segnare da lei. Il nipote, operando in un paesino di provincia ed essendo schivo di natura (non ha mai rilasciato interviste né si è mai fatto pubblicità, e infatti credo che questo articolo sia più o meno tutto quello che troverete su di lui), aveva certo clienti che vengono da più vicino, ma solo per modo di dire: la gente in sala d’attesa veniva dal Varesotto, ma anche dal Comasco, dal Milanese, dalla Svizzera e probabilmente anche da oltre. Inoltre, a giudicare da quanta gente c’era ogni mattina, per tutti quegli anni, sono abbastanza sicuro che il numero di clienti fosse comunque enorme.
Operava in maniera molto classica, nell’ambito della segnatura, ma non era specializzato in qualche male particolare. L’ho visto fare i suoi “interventi di routine” numerose volte: aveva dei bigliettini con il suo simbolo (quello del piatto), dietro ai quali erano riportate alcune frasi del Vangelo; in genere li piegava fino a formare un triangolo, sui lati del quale tracciava in penna alcuni simboli (il punto, il cerchio, la croce fatta da quattro linee quasi come un cancelletto, e il pentacolo, che si ritrova molto raramente in segnatura), e poi li segnava con un grosso chiodo senza punta, riproduzione di uno di quelli di Cristo, benedetto e messo in giro dalla Chiesa in numero ristretto di esemplari, non si ricordava nemmeno più quando. Lo strumento più significativo era però una scatolina piatta e tondeggiante, talmente coperta di vecchio nastro adesivo da risultare marrone scuro, che usava per segnare direttamente la persona: non ho idea di che cosa ci fosse dentro, da tradizione poteva essere un insieme di erbe, medagliette, oggettini consacrati e via dicendo, il tutto però legato a lui personalmente. Si metteva anche a “costruire” piccoli feticci (chiamiamoli così) che i pazienti potevano portarsi a casa: ad esempio una croce formata da due immaginette della Madonna, tenute assieme da graffette, o una corda con vari nodi, o ancora medagliette da strofinare nei momenti di bisogno.
Ovviamente, come da buona tradizione, non chiedeva nulla, ma era le gente a lasciargli un’offerta: mia madre già pagava in denaro (non molto, ma del resto ci andava credo una volta al mese o quasi), ma tanti portavano salami, bottiglie di vino e cose simili. La gente andava volentieri da lui anche solo per la sua estrema disponibilità: tutti sapevano che, in momenti di grande crisi (e se eri abbastanza in confidenza da poterlo disturbare fuori dall’orario di lavoro), potevi chiamarlo a casa; mia madre racconta di come una volta, al telefono, l’abbia fatta sedere e detto di “segnarsi” da sé mentre lui diceva alcune preghiere. Le sue competenze, va detto, non si limitavano ai mali fisici: sempre mia madre racconta che una volta lo ha sentito distintamente recitare una preghiera d’esorcismo su un qualche paziente, e insegnava senza problemi preghiere per allontanare persone fastidiose o nocive. Poi, va da sé, la gente arrivava anche a credenze superstiziose come il fatto che potesse influenzare il corso degli eventi e, ad esempio, fare arrivare una persona a destinazione senza trovare traffico, al che lui rispondeva seccamente con frasi tipo “Ma adesso attribuite a me ogni cosa che vi capita?!”
Quando ormai ero già grandicello, e iniziavo a interessarmi di queste cose, la figlia ne aveva preso il posto nello studio grande, e lui si era trasferito in uno più piccolo fatto costruire poco tempo prima fra la parete a ovest e la porta del bagno (quando appunto la figlia aveva iniziato a segnare, dopo aver seguito anche corsi di pranoterapia e similia); lo studio era stato impostato da lei in maniera forse più fredda, ma sicuramente più funzionale, con visite su appuntamento e un’offerta fissa di 10 euro (per evitare di arrivare a fine mese con 100 euro in contanti e mezzo quintale di salami in cantina). Quando poi lui si è ritirato, ormai troppo vecchio per continuare e dopo essere tragicamente rimasto vedovo, il tutto è più o meno finito lì, fino alla sua morte in età piuttosto avanzata. La figlia, trasferitasi a Busto Arsizio dopo essersi sposata e aver avuto un figlio, ha operato per qualche tempo in uno studio che faceva pratiche come iridologia, reiki e così via, per poi semplicemente smettere. Mi sento però di dire che, anche solo a livello umano, il Giulio di Venegono ha lasciato un grande vuoto nel cuore di tantissime persone.

Un po' di oggetti da segnatura creati dal Giulio di Venegono.

Il demone maestro e il santo visitatore.

Santa Maria alla Fontana, ottima chiesa dove reclutare giovani streghe.

Negli ultimi anni, grazie a una posizione maggioritaria più moderata degli studiosi sulla questione dei processi per stregoneria (ovvero una via di mezzo tra Margaret “Un Grande Culto Stregonesco Europeo” Murray e Norman “Isteria di Massa & Tutte Cazzate” Cohn), anche a Venegono si è scoperto che c’erano le streghe. Nel 1999, Anna Marcaccioli Castiglioni ha riesumato alcuni testi dell’archivio dei suoi nobili antenati, scoprendo che nel 1520 il magnifico signore Fioramonte Castiglioni aveva fatto chiamare l’inquisizione perché il figlioletto era morto in culla a causa di un maleficio. Il frate domenicano Gioacchino Beccaria arriva in paese, sente un po’ di gente del posto e convoca alcune persone, accusate di stregoneria.
Che cos’era successo?
Caterina Fornasari era una giovinetta che conduceva una vita normalissima, senza sapere però che la madre Margherita era una strega. Elisabetta Oleari, quella a capo del gruppo della zona (che contava persone di Venegono Superiore e Inferiore, Castiglione e Vedano Olona) si informò presso di lei per sapere se la figlia fosse o meno portata per diventare una strega a sua volta; la madre disse di sì, dunque entrambe la presero da parte appena uscite dalla chiesa di Santa Maria alla Fontana, dopo la messa natalizia, e le dissero di andare con loro in un posto. Lei non aveva motivo di rifiutare, dunque le seguì fino alla sorgente del fontanile, dove incontrarono un uomo di mezz’età vestito di scuro e con un cappello di nero che le aspettava sulla strada. Si presentò col nome di Martino, e le due donne la invitarono a prenderlo come amante e compagno; lei pensava che si trattasse di un semplice contadino, e lui di contro le disse che, se lo avesse accettato come amante, avrebbe avuto giorni felici e non le sarebbe mancato nulla.
Le cose andarono avanti per alcuni anni: tutti i giovedì lei e le sue compagne si recavano a casa di Elisabetta, che possedeva un unguento che, spalmato su dei bastoni, permetteva di volare fino alla Silva Rupta (letteralmente il Bosco Rotto, che noi oggi non abbiamo idea di dove fosse); lì c’erano i loro demoni maestri ad aspettarle, uno per ognuna, e ovviamente Caterina cercava Martino e aveva rapporti con lui. Lo spirito la prendeva sia da davanti, come fa il marito con la moglie, sia da dietro, in quella maniera che altrove è detta mestlet; la ragazza non provava molto piacere nell’amplesso in sé, in quanto il membro di Martino, forse per il fatto che non era un essere umano, non era né turgido né caldo, ma adorava giacere con lui perché la baciava, la accarezzava e la coccolava come nessun altro faceva, dimostrandole quanto fosse importante per lui. Era il momento sacro delle streghe, quello in cui smettevano di essere donne comuni, e divenivano tramite tra il mondo materiale e l’Altrove.
Le streghe, quando non stavano alla Silva Rupta, se ne andavano in spirito a compiere vendette su coloro verso i quali avevano un qualche risentimento: non colpivano mai direttamente, ma sempre facendo del male a ciò a cui questi tenevano. Ed ecco allora che, infilandosi nelle serrature delle case e delle stalle, toccavano i buoi e li facevano ammalare, cullavano i neonati e li facevano morire, ed erano arrivate persino a toccare la gamba a un pastorello durante il giorno, e questa non era più tornata sana. Il nobile Castiglioni, signore di Venegono, non doveva essere uno stinco di santo se le streghe erano arrivate a uccidere il suo figlioletto nato da poco: il problema era che questi aveva i mezzi per vendicarsi, e infatti non aveva avuto paura di usarli, ospitando l’inquisitore nel suo castello appositamente adibito a tribunale, carcere e luogo di tortura. Era presente a quasi ogni interrogatorio, osservando con sguardo duro e impassibile tutti i convocati, suscitando tanta paura a Caterina che, continuando a implorare perdono, confessò tutto.
Ma il Beccaria non era un inquisitore dalla condanna facile: ad esempio, liberò quasi subito il povero Badono Fornasari, il fratello di Caterina, la cui unica colpa era stata quella di accompagnare la sorella e la madre a fare delle commissioni, senza capire che stavano facendo stregonerie. Un atteggiamento simile lo tenne anche nei confronti delle donne: Margherita Fornasari, a causa dell’età avanzata, morì in carcere, e fu forse per questo che le altre streghe accolsero con gioia la sua proposta di patteggiamento, ovvero che se avessero confessato sarebbe stata loro commutata una pena minore, come una penitenza pubblica o una multa salata.
Dunque tutte accettarono, sennonché il Beccaria venne richiamato alla sede centrale per altre questioni (non che fosse strana come cosa), e sostituito con un nuove inquisitore, Michele d’Aragona, che si ritrovò per le mani tutte le confessioni delle streghe, ma non aveva nessun vincolo da rispettare riguardo al suddetto patto, che non era stato lui a stringere. Indi per cui, quello stesso anno, tutte le donne incarcerate vennero condannate a morte, decapitate e i corpi bruciati tra le fiamme, inclusa ovviamente la povera Caterina.
Mi è capitato più volte di domandarmi se il demone Martino si aggiri ancora per queste zone alla ricerca di nuove adepte alle quali donare grandi poteri, e un giorno, parlando di tutt’altro, mia nonna mi ha raccontato un aneddoto successo diversi anni prima, ovvero che un eminente membro dei testimoni di Geova residente in paese era solito attendere la madre (evidentemente cattolica) fuori dalla chiesa di Santa Caterina, ed era solito vestirsi di scuro e con un cappello nero, tanto che la gente non riusciva a non trovarlo inquietante… e a parlarne male, manco fosse un demone. Anche se in effetti oggi i testimoni di Geova fanno più paura dei demoni, a ben pensarci…
Ovviamente anche Venegono ha i suoi santi ma, essendo comunque Venegono, persino essi sembrano mutare. Nella seconda metà del Cinquecento anche di qui è passato Carlo Borromeo, l’integerrimo e spietato arcivescovo di Milano, campione della Controriforma, uniformatore di tutte le chiese, e grande persecutore di eretici e streghe. In vita, egli era il fuoco dell’incendio che passava e distruggeva ogni cosa che intendeva opporsi a lui, lasciando dietro di sé solo distese nere e uniformi; in morte, è stato santificato quasi subito, divenendo il protettore dei vescovi e dei catechisti, coloro che imprimono a fuoco la mente dei bambini in modo da renderli dei perfetti cattolici, tutti che la pensano alla stessa maniera, tutti uguali come la cenere usata per riempire un barattolo vuoto. Un’entità terribile e spaventosa, che ha impresso il suo marchio su tutta la Lombardia, e anche oltre: ogni chiesa è stata rimodellata secondo il suo volere, e ognuna di esse è uno dei suoi occhi che scruta quanto accade tutt’attorno, con impietosa disapprovazione; in molte di esse ci sono immagini di lui che, in abiti rossi e dorati, viene investito di luce divina.
Eppure, anche il tremendo san Carlo può mutare aspetto, con le dovute precauzioni: a Santo Domingo, dove il cattolicesimo incontra le religioni africane e quelle amerinde, egli è diventato il benevolo Papà Candelo, l’allegro signore del fuoco (di cui il mio amico Luca ha magistralmente parlato in un articolo che trovate QUI). A Venegono egli è rimasto l’arcivescovo di Milano, ma in una veste ben lontana da quella che ha nelle chiese: se proseguite oltre la strada che fiancheggia Santa Caterina, prima di arrivare alla fontana che segna la strada per la Cascina del Trono, troverete una cappelletta bianca e piuttosto grande, alla quale si accede per mezzo di quattro gradini, e che presenta un affresco molto recente (è datato 1995) ma anche molto sentito: san Carlo Borromeo in viaggio. È ripreso, benedicente, nell’atto di raggiungere una non meglio precisata destinazione (forse la stessa Venegono?), a dorso di un asino bianco che cammina su uno sterrato che fiancheggia un campo di grano maturo, nel quale vola un passero; dietro di lui, alberi e una campagna verde con qualche paesello, tipica delle Prealpi, e in fondo una montagna su cielo azzurro, mentre sopra a tutto svettano due cherubini con il motto borromaico, Humilitas.
Tutto questo è ben lontano dal terribile e inflessibile santo che imponeva la sua morale reazionaria e faceva uccidere chi gli si opponeva, ma anche solo dal riformatore della Chiesa, l’inavvicinabile alto prelato che la gente guardava con timore e ammirazione: sembra quasi ricordarlo nella sua versione di visitatore delle parrocchie, che all’epoca doveva apparire, per lo meno ai fedeli, come l'incarnazione del fatto che la Chiesa si fosse finalmente ricordata delle sue pecorelle. Ma non è solo questo: viaggia in completa solitudine, come se non temesse nulla, su un animale che simboleggia al tempo stesso purezza, resistenza e umiltà, e sembra quasi benedire non qualcuno, ma la campagna stessa, che dona frumento in abbondanza. Insomma, il fuoco di san Carlo qui non ha più la valenza delle fiamme dei roghi, ma è il calore della primavera e dell’estate che fa germogliare la nuova vita: del resto, nei suoi tempi più sinceri, la Chiesa si è sempre occupata anche di questo. Non più santo cittadino, dunque, ma divinità contadina. E, per non dimenticare che egli è sempre e comunque il buon Papà Candelo, ecco che per qualche strana ragione un pezzetto della cappela, sul lato destro, è bruciata, non per indicare distruzione, ma come semplice ricordo della sua vicinanza al fuoco. E ancora oggi, a questa benevola versione di san Carlo Borromeo, si offre fuoco di candela.

La cappelletta di San Carlo Borromeo.

Le sciagure che calano dall’alto.

Direi che è piuttosto rispondente...

Venegono è letteralmente infestata dai corvi.
In realtà, a voler essere pignoli, si tratta di cornacchie grigie ma, si sa, il dialetto dei contadini non fa troppe distinzioni: sono tutti scurbatt, a eccezione della gazza. E qui più che altrove questi uccelli rendono onore alla loro nomea di accompagnatori della Morrigan. La gente di Venegono parla con fastidio, se non con inquietudine e paura, dei corvi che infestano i cieli del paese, arrecando dolore e spavento con la loro sola presenza; numerosi sono gli aneddoti che narrano delle loro malefiche imprese: quasi ogni venegonese, se non ha vissuto direttamente un’esperienza, ha sentito parlare di loro, dunque ne riporterò qualcuno raccontatomi dai parenti…
In una grande villa con un immenso giardino, il padrone era solito tenere in libertà galli, galline, oche, tacchini e anatre, facendoli riprodurre senza problemi: ebbene, i corvi si appostavano sugli altissimi pini che sovrastavano il pollaio all’aperto, e non appena pareva loro che fosse il momento propizio, scendevano in picchiata per aggredire quelle povere bestie. E non si limitavano a rubare le uova: rapivano i pulcini, in gran quantità, e persino gli uccelli adulti. Mio nonno ne ha visto uno acchiappare un’anatra da terra, grande quanto lui, e sollevarla per portarsela via.
Ma se pensate che agiscano solo per fame, vi sbagliate di grosso. Essi uccidono principalmente per puro divertimento, sperimentando modi sempre nuovi e sempre più atroci.
Un signore aveva comprato alcuni pulcini e li aveva messi in una scatola di cartone, coperta da una rete, con una lampadina per tenerli caldi e del becchime sul fondo. Un giorno soleggiato decise che sarebbe stato salutare per essi prendere una boccata d’aria, così prese la scatola e la mise nel suo giardino. Allontanatosi per qualche minuto, al suo ritorno non riusciva a credere a quanto era successo: la rete era stata perforata, e i poveri pulcini giacevano all’interno della scatola in un lago di sangue, tutti privati della testa, dal primo all’ultimo. L’uomo, non sapendo come pulire quell’orrore, diede fuoco all’intero oggetto.
Quale animale si sarebbe nutrito delle teste di quei poveretti, ignorando totalmente la carne stessa? Nessuno potrebbe credere che l’assassino abbia agito per fame...
E ancora, un uomo e sua madre avevano un cagnolino molto vecchio, che ormai stava per lasciare questo mondo. Non avevano voluto farlo sopprimere, così lo avevano lasciato tranquillo sul marciapiede del cortile, in attesa che spirasse da sé. La donna non resisteva alla vista di quel poveretto agonizzante, e così andò in casa; il figlio fece lo stesso, per tornare di lì a qualche minuto. Ma del cane s’era persa ogni traccia; eppure il cancello era chiuso, nessuno avrebbe potuto entrare a rubarlo, men che meno in così poco tempo! Non aveva tenuto conto, l’uomo, che il pericolo era venuto dall’alto: un corvo, avendo percepito come sempre l’odore della morte, si era appostato sul tetto della casa, attendendo pazientemente che i due umani si allontanassero; poi era sceso, aveva afferrato il cagnolino coi suoi artigli e lo aveva rapito. E a quel punto i due padroni non poterono che versare lacrime amare: non avevano voluto dare al loro animale una morte rapida e indolore, e ora lo sapevano morto non di vecchiaia, ma a causa dei becchi dei corvi, spolpato ancora vivo (o, nel migliore dei casi, spiaccicato al suolo dopo essere stato lasciato andare dal suo assalitore).
La gente si chiede se la fredda perfidia di questi esseri abbia un limite. Fatto sta che paiono immortali: alcuni coraggiosi hanno perfino tentato di impallinarli, ma senza risultato, e anzi sono rimasti vittime di ictus poco tempo dopo aver compiuto un’azione tanto spavalda. I corvi, di contro, ogni giorno diventavano sempre di più. Come dico sempre parafrasando Tertulliano, il sangue dei corvi di Venegono è un seme!
Mia nonna, ogni volta che in casa si mangia carne, si premura di tenere da parte le ossa, che si avvede di non pulire troppo bene, poi le getta nel prato. Tempo un’ora, le va a raccogliere, trovandole sempre bianche come fossero state passate nell’aceto. Questo è il suo tributo ai tremendi figli del cielo.
L’ultimo spirito di cui voglio parlare, per questa carrellata, è quello della tempesta.
Se non siete mai stati sul Seprio, difficilmente potreste immaginare la rapida violenza con la quale i temporali estivi si abbattono in queste zone: sembrano quelli di montagna, ma avvengono in collina, e per il fatto di non avere l’ostacolo visivo dei monti sono alquanto spettacolari, oltre che terribili.
Ricordo distintamente quando, da ragazzino, ne scoppiò uno mentre io e mio fratello attendevamo il ritorno di nostra madre dal lavoro: la nonna ci portò in torretta per mostrarci per bene quello che stava accadendo, e fu davvero impressionante. Il cielo era letteralmente nero nonostante fosse primo pomeriggio, i fulmini e i lampi si alternavano quasi senza tregua, i tuoni erano talmente forti che sembravano far tremare la casa sin nelle fondamenta. E chiariamo, è una vecchia casa bella solida.
Poi ha iniziato a grandinare, e davvero sembrava non finire più, mentre io e mio fratello ci tappavamo le orecchie tanto era assordante quel rumore. Non ricordo quanti danni abbia fatto il maltempo, sta di fatto che è stato davvero uno spettacolo… a suo modo. E fenomeni del genere non sono inusuali a Venegono, con tutto ciò che ne consegue. Quindi è importante tributare onore anche alla tempesta…
 
Strada o fiume? I misteri del dopo-tempesta...

Lo stregone del Monte Rosso.

Il Castello Castiglioni, oggi dei missionari comboniani.

È facile immaginare come tutto questo abbia contribuito alla creazione di padre Cornelio, lo stregone di Kata Kumbas, che da giovane venne venduto dal patrigno, dopo la tragica morte della madre, a un monastero dove, per il fatto di essere storpio, veniva tenuto segregato. Una volta uscito, ormai vecchio, si era vendicato della famiglia adottiva, ed era stato iniziato alle arti della stregoneria nientemeno che dalla Signora del Gioco in persona. Il suo scopo era quello di tornare giovane e poter vivere la vita che gli era stata tolta, e solo a quel punto erano cominciate le sue avventure, che lo hanno portato non solo in Lombardia, ma anche in Veneto, in Romagna, in Umbria, nel Lazio, in Abruzzo, in Campania e in Trentino, per tornare infine proprio a Venegono, dove aveva ottenuto ciò che voleva.
Già all’epoca lo avevo creato pensando a tutte le cose che ho descritto prima, connesse al paese: il monastero dove stava è quello dei missionari comboniani (l’ex castello dei Castiglioni), aveva poteri come far scaturire rovi neri dal terreno, mutarsi in corvo, provocare tempeste, trasformarsi in drago e, alla fine della storia, è andato a vivere alla Silva Rupta, dove ha tenuto il Grande Gioco, e che oggi coincide con la Cascina del Trono. Il mio buon master ha pensato anche di metterci il demone Martino col cappello nero e la Santa Inquisizione, giustamente, e ha persino inserito Cornelio, assieme ai suoi due compagni, in un’avventura pubblicata nel volume Kata Kumbas - Avventure per Laitia, dal titolo Una notte sul Monte Rosso, e ispirata ai processi venegonesi.
Ho dunque voluto trascrivere alcune storie di questo misconosciuto paesino, ignorato da tutti ma ricco di suggestioni, estremamente pulito e tranquillo, e abitato da gente ancora generosa e altruista. E perché, nonostante l’oscura presenza dei corvi (e delle nocciole), per quanto ancora si racconti di demoni e stregoni, e per quanto (e questa è la cosa davvero tremenda) a governare sia la Lega, anche qui la vita non smette di fare il suo corso, di nascosto, ma senza dimenticare le proprie tradizoni. Gli spiriti sono attivi qui più che altrove, mi viene da pensare, omaggiando tutti lo scorrere della grande Olona.
Ieri infatti, mentre ero a leggere sotto il nocciolo, un corvo è atterrato piuttosto vicino, ci siamo salutati, poi una coppia di tortore gli è piombata addosso e lo ha cacciato via. E solo stamattina, alzando la testa, ho capito perché.

giovedì 30 marzo 2017

L'Angelo Decaduto 2: Dio, il Papa Nero e la magia nel satanismo




Dopo averci pensato un po’ su, mi è sembrato corretto scrivere un secondo articolo sul satanismo: se nel primo (che potete trovare QUI) avevo dimostrato come le maggioritarie correnti sataniste italiane non fossero realmente sataniste, nel secondo vorrei invece analizzare alcuni punti del pensiero del Papa Nero in persona, mettendo l’accento sul suo pensiero teologico e su quello magico per sfatare alcuni miti a riguardo, che paiono ormai fin troppo consolidati.
La figura di LaVey mi pare essere stata come mutilata: da un lato, viene ripreso in toto il suo pensiero filosofico per quanto riguarda l’etica, rinnegando del tutto la parte magica (come nel caso italiano di Dimitri o in quello americano del Tempio di Satana di Detroit), dall’altro tutto l’apparato esoterico prodotto dal satanismo viene in genere “relegato” alla sua corrente occultista, che spesso si dimentica aver avuto origine proprio da LaVey (oltre che dal pensiero di Crowley).
Vorrei dunque, in questa sede, restituire a LaVey la sua parte teologica e magica, contestualizzandolo peraltro nel periodo storico nel quale è vissuto, altra cosa che viene spesso dimenticata. Spero che ciò non venga visto come un “attacco” all’autorità del fondatore del satanismo, ma piuttosto come un modo per comprendere degli aspetti del satanismo stesso che sono passati un po’ in secondo piano. E dimostrare che il Papa Nero non era né ateo né razionalista come lo si intende oggi in Italia: insomma, non uno che avrebbe potuto tesserarsi all’UAAR.

Il Papa Nero come teologo.
Si ritiene comunemente che LaVey fosse ateo, e che dunque il satanismo razionalista sia una “religione atea” a sua volta; mi sento di precisare però che per ateismo intendiamo la concezione della non esistenza di alcunché che possa rientrare nella sfera del Divino, anche se (e questo pare essere scontato altrove, ma non in Italia) ciò non implica necessariamente il non credere, ad esempio, all’esistenza dei vampiri, dei fantasmi, delle fate o degli alieni; e paradossalmente si potrebbe non credere all’esistenza di Dio, ma a quella degli angeli e dei demoni. Insomma, un ateo non crede nella specifica esistenza di Dio (a prescindere che sia uno o molti, trascendente o immanente, e così via), ma ciò non implica per forza il non credere all’esistenza di “altre cose”, o in genere del soprannaturale. E anche per LaVey non è così semplice.
“È convinzione popolare errata che il satanista non deve credere in Dio. […] Per il satanista, ‘Dio’ – così come viene chiamato, o in qualsiasi altro modo venga definito – è visto come un fattore bilanciante della natura, non come un essere interessato alle privazioni. Questa potente forza, che pervade e bilancia l’universo, è troppo lontanamente impersonale per preoccuparsi delle felicità e delle miserie delle creature di carne e sangue che popolano questa palla di fango. […] Il satanista comprende che la preghiera non porta a nulla di buono, poiché infatti diminuiscono le possibilità di successo: troppo spesso i devoti religiosi si adagiano compiacenti e pregano per una situazione che, se avessero affrontato da soli, avrebbero potuto portare rapidamente a termine!” [1]
La visione di LaVey, quindi, prevede sì l’esistenza di Dio, ma in maniera meccanicistica e panteistica: questi è una forza impersonale che tutto pervade e indifferente all’essere umano, ma indispensabile per il funzionamento dell’universo; tutto ciò è ben diverso dal mero ateismo, e in realtà anche dall’agnosticismo che non prende posizione a riguardo. Mi sento di ricordare che la differenza tra lui e Aquino non è, come troppo semplicisticamente viene detto, che il primo non crede all’esistenza del Diavolo e il secondo sì, ma piuttosto che per LaVey le forze invisibili della natura sono impersonali e indifferenti all’uomo, mentre per Aquino sono personali e possono attivamente avere a che fare con gli esseri umani. E tuttavia, in moltissimi casi LaVey è stato interpretato come pensatore ateo, con ogni probabilità più in vista della sua critica alle religioni, cosa che di per sé non basta a fare un ateo, ma tutt’al più un antireligioso. E in effetti questa sua critica merita una certa attenzione.
Il Nostro si scaglia quasi totalmente contro la concezione abramitica della religione (e in special modo cristiana), trovando deplorevoli alcuni specifici concetti, ovvero che pur adorando lo stesso Dio le religioni si facciano guerra fra loro, che venga pregato Dio per perdonare i peccati umani e per accedere alla vita ultraterrena, e che le preghiere stesse siano fatte in modo indolente senza alcuno sforzo umano per migliorare la situazione[2]; a questa va aggiunta l’astinenza mal condotta e la repressione degli istinti, una critica che rivolge anche ai Buddhisti[3]. Parimenti, laddove compaiono dei riferimenti ad altri culti (come quello pagano o yezida[4]), c’è sempre una vena di apprezzamento, o per lo meno di minor condanna. Questo perché tutto l’apparato critico di LaVey va contestualizzato nel periodo storico nel quale è nato ed è stato messo per iscritto, cioè l’America degli Anni ’60 del secolo scorso, dove la lotta alle istituzioni (incluse quelle spirituali) era la norma, in quanto la società stessa era da tradizione repressa e bacchettona: non deve dunque sorprendere se un hindu, un daoista o un qualunque pagano occidentale potrebbe storcere il naso davanti a una simile critica, non ritrovando nella sua religione questi specifici difetti.
A ulteriore riprova di questo, LaVey, dopo aver esplicato il suo pensiero teologico sull’origine di Dio (ogni divinità è stata creata dall’uomo come esternazione di ciò che egli non può fare o gli è proibito fare[5]), afferma anche che il satanista è colui che si rende conto che la sua parte carnale e quella spirituale non sono scisse, ma coincidono con la prima: a quel punto può accettare la propria divinità, o andare alla ricerca di altri dèi esterni (e dunque inventati) che gli diano sicurezza. Ma in ogni caso, guerreggiare o anche solo battibeccare con le altre religioni è sconsigliabile per un satanista, in quanto “il satanista non odia sé stesso, neppure gli dèi che avrebbe potuto scegliere, non ha il desiderio di distruggersi o di distruggere qualsiasi cosa egli crei.” [6]
In questo senso, la Chiesa di Satana attuale ha portato avanti questa filosofia solo come critica, che oggi appare un po’ troppo generalista, allargandola a tutte le religioni in vista della sofferenza che esse hanno sempre causato nel corso della Storia in nome della “verità” [7]. Purtroppo Gilmore stesso non sembra portare esempi concreti per religioni diverse da quelle abramitiche (se non i sacrifici umani dei popoli precolombiani, che sono però un caso piuttosto particolare), e questo perché la persecuzione e la guerra per motivazioni puramente religiose sono, volente o nolente, un’invenzione abramitica (o comunque, se non totalmente estranea alla maggioranza dei culti, non rappresenta la norma). Certo, in quasi ogni religione è presente un dio che ha caratteristiche superiori a quelle di un essere umano, e tuttavia esse sono state variamente interpretate nel corso dei secoli, se non dei millenni, alcune in maniera non poi tanto distante dal pensiero laveyano: sistemi di pensiero antichi come il neoplatonismo, l’ermetismo e lo gnosticismo, o alcune correnti dell’induismo e del buddhismo rientrano perfettamente in questo insieme; non è dunque strano se Aquino ha potuto creare la propria teologia fondendo assieme concetti gnostici e laveyani.
A questo va aggiunto un altro fattore importante, ovvero la cultura personale di LaVey, che con ogni probabilità traeva origine più dall’occultismo che non dall’accademia, all’epoca ancora piuttosto preclusa alla gente comune e molto chiusa nella sua divulgazione al pubblico (oltre a essere ancorata a idee ormai superate su come uno studio di storia religiosa poteva essere condotto). Per fare alcuni esempi di errori “accademici” del Nostro, questi dice che il termine “diavolo” (devil) deriva dall’indiano devi (dio) [8], mentre invece si tratta della parola prettamente greca diabolos (da dia, attraverso, e bolos, lanciare, cioè calunniare); la versione in inglese moderno deriva dall’antico inglese deofol, a sua volta derivato da diobul, che rimanda infatti al diabolos greco e al diabolus latino. Ma errori ancora più gravi, in questo senso, si ritrovano nell’elenco dei demoni, come Midgard al posto di Jormungandr (probabilmente intendeva Midgardsormr), o Tezcatlipoca come dio degli inferi, cui in realtà non è associato; le nozioni di religione e mitologia delle pagine seguenti, allo stesso modo, lasciano molto a desiderare, e non le analizzerò oltre.[9]
Ma appunto, LaVey era un pensatore di un’epoca diversa dalla nostra, con una preparazione filosofica ed esoterica, ma non certo accademica: non si può incolparlo se, quasi cinquant’anni fa, non conosceva cose che per noi oggi sono abbastanza scontate perché vengono insegnate in università o scritte su libri di facile reperibilità. Questo però è un fattore molto importante e che andrebbe considerato con attenzione, in vista del fatto che oggigiorno mi sembra poco lecito condannare ogni visione religiosa su una base così antiquata, e che non risulta storicamente corretta (lo stesso discorso potrebbe anche essere fatto per la sua filosofia in generale, ma questa è una faccenda interna al satanismo).
In Italia, tuttavia, la cosa ha assunto a mio avviso forme ancora peggiori per la sua superficialità: prima dell’inizio di questo secolo, infatti, non c’era qui da noi nessuna significativa rappresentanza di movimenti magici o religiosi alternativi (come appunto il satanismo, il neopaganesimo, la chaos magick e via dicendo), ma nemmeno di qualche movimento ateo o anticlericale diverso dal comunismo. Indi per cui, chi voleva schierarsi contro la Chiesa Cattolica per le più svariate motivazioni, politiche, etiche o spirituali che fossero, doveva necessariamente rientrare tra le fila dell’Estrema Sinistra (in alcuni casi anche dell’Estrema Destra), arraffando tutto quello che gli capitava a tiro e che potesse in qualche modo (ma non totalmente) essere compatibile con simili idee[10]: è per questa ragione, credo, che nel nostro Paese il pensiero laveyano è stato molto spesso acquisito solo superficialmente, quando non proprio storpiato per metterlo laddove serviva, più per far scalpore in quanto “satanismo” che come filosofia di vita o sistema magico. E lì purtroppo è rimasto.

Il Papa Nero come mago.
Se il Libro di Satana e quello di Lucifero sono incentrati sulla filosofia satanica, il Libro di Belial e quello di Leviathan hanno per argomento la magia: LaVey esplica nel primo le regole e i sistemi dell’operare magicamente, e nel secondo propone alcuni rituali e formule, come le celebri chiavi enochiane; a questi vanno aggiunti, in vista della tematica, sia The Satanic Witch, edito nel 1971, che The Satanic Rituals, del 1972. Questo di per sé basterebbe a categorizzare il Nostro come un mago, e tuttavia sembra che in molti casi tutta questa parte del suo pensiero sia stata rinnegata: come esplicato nell’articolo precedente, pare che sia più che altro in voga (in Italia, ma anche all’estero) il ritenere che LaVey intendesse la magia puramente come psicodramma catartico, o tutt’al più come mentalismo per condizionare gli altri. Vorrei quindi analizzare questa parte del suo pensiero, per fare un minimo di chiarezza, fermo restando che la definizione che il Nostro dà di magia è “il cambiamento di situazioni o eventi tramite la propria volontà, che altrimenti sarebbero immutabili con l’uso dei metodi normalmente accettati” [11].
Nella sua introduzione al Libro di Belial, LaVey spiega alcune cose di notevole importanza: credo che il suo discorso sia stato male interpretato dalla maggior parte dei suoi lettori, che hanno visto tutto questo come una negazione dell’esistenza della magia. In realtà, come sempre, anche questo va contestualizzato a livello storico, e nello specifico nell’ambito della “rivoluzione crowleyana” dell’esoterismo: il Nostro, come la Bestia e i suoi successori, si oppone non all’esistenza della magia, ma a quell’infinità di oscuri e falsi arzigogoli che sono stati impiantati su di essa (la cosa è meravigliosamente espressa dalla frase “Se la distanza minima fra due punti è una linea retta, gli occultisti più rinomati risulterebbero degli ottimi creatori di labirinti” [12], riferendosi qui a personaggi come Lévi e a organizzazioni esoteriche come l’O.T.O. e la Golden Dawn, di cui ho parlato QUI). Un’interpretazione ancora più radicale venne data in seguito, negli Anni ’70, dai fondatori della chaos magick, ultimo sviluppo del pensiero iniziato da Crowley, laddove la magia viene ridotta ai suoi minimi termini. LaVey però decide di sfruttare questi arzigogoli anziché eliminarli, perché fanno presa sull’immaginazione delle persone, a partire dalla fondazione stessa della Chiesa di Satana.
“Una delle più grandi credenze errate sulla pratica della magia rituale è che una persona, per essere danneggiata o distrutta, deve obbligatoriamente credere nei poteri magici. Niente è più lontano dalla verità, infatti le vittime più ricettive alla maledizione sono sempre state le sue più grandi denigratrici. La ragione è tremendamente semplice. L’uomo tribale non civilizzato è il primo a correre dallo stregone o dallo sciamano più vicino non appena percepisce che un nemico gli ha appena lanciato una maledizione. La minaccia e la presenza del male è palese in lui e, conoscendo il grande potere della maledizione, prenderà ogni precauzione per annientarla. Così, attraverso l’utilizzo della magia simpatetica, egli neutralizzerà ogni danno che potrebbe capitargli. Quest’uomo è conscio di ciò che fa, e non tralascerà nulla. Di contro, l’uomo ‘illuminato’, che non presta alcun credito a tali ‘superstizioni’, relega nell’inconscio la sua paura istintiva per la maledizione, alimentando in tal modo una fenomenale forza distruttiva che si moltiplicherà a ogni successiva disgrazia. Di certo, ogni qualvolta accadrà un nuovo contrattempo, il non credente negherà in automatico qualsiasi connessione con la maledizione, soprattutto a sé stesso. Questo enfatico e consapevole rifiuto del potenziale della maledizione è il principale ingrediente che produrrà il successo della stessa, attraverso il susseguirsi di prostranti situazioni accidentali. In molti casi la vittima negherà qualsiasi relazione tra la magia e ciò che gli capita, fino all’ultimo respiro, soddisfacendo in tal modo il mago, che vede realizzati i propri desideri. Bisogna ricordare che non è importante che tutti attribuiscano dei significati al vostro lavoro, finché i risultati del lavoro sono conformi alla vostra volontà. Il super-logico cercherà sempre di spiegare la connessione col rituale magico come frutto di una ‘coincidenza’.” [13]
Come si spiega tutto questo passo se non che LaVey credeva nella realtà della magia? Non psicologia, non scienza, ma magia come la si intende proprio in ambito esoterico. Anche perché, oggettivamente, che senso avrebbe per un satanista compiere un rituale magico se sa che si tratta di un inganno? A quel punto si tratterebbe solo di un’automotivazione molto scenica, ma che comunque non può influenzare la psiche di una persona più che tanto. Per fare un esempio, un ateo che per salvare le apparenze prende la comunione in chiesa, non si sentirà certo rinnovato nello spirito; allo stesso modo un satanista che compie un rituale di lussuria avrà una bella scenografia per un atto sessuale, ma ciò non lo avvicinerà di un millimetro nell’ottenere l’amore della persona che corteggia (e che, va da sé, non era presente al rito).
Si potrebbe rispondere che, in tutto questo, LaVey prevedeva sempre una diretta interazione tra incantatore e incantato, e che questo rende di fatto la sua “magia” una serie di trucchi di manipolazione psichica. In realtà non solo il Nostro distingue questi trucchetti dalla magia rituale (chiamandoli “bassa magia”, quella che per Aquino è poi la “piccola magia nera”), ma più oltre, parlando di quando operare, specifica che “non importa quanta forza di volontà abbia una persona, perché essa sarà naturalmente passiva mentre dorme; per questo il momento migliore per lanciare la propria energia magica verso il bersaglio prescelto è proprio quando lei o lui dormono. […] È proprio durante questo ‘sonno da sogno’ [la fase REM] che la mente è al massimo della ricettività per le influenze esterne o inconsce. Assumiamo che il mago voglia lanciare un incantesimo su una persona che solitamente si reca a dormire alle 11 di sera e si alza alle 7 del mattino. Il momento più efficace per eseguire un rituale sarà alle 5 del mattino, o due ore prima che il bersaglio si svegli.” [14] Aggiunge poi che altri momenti propizi sono quando il soggetto sta fantasticando, oppure è annoiato o depresso. E di certo non si tratta qui di influenza psicologica, dato che la vittima dorme e il mago opera lontano da essa. Peraltro, in questo frangente LaVey sembra precedere un pensiero fatto proprio dalla chaos magick, per la quale agire magicamente di sotterfugio, quindi senza che l’incantato sappia della magia in atto, amplifichi l’effetto della stessa.
Possiamo prendere a modello proprio la chaos magick per spiegare il suo pensiero di operare magia in relazione al paradigma, ovvero il modo di interpretare la realtà da parte degli esseri umani. Se si è all’interno di un dato paradigma, allora esso può essere usato a proprio vantaggio (tu credi alla magia, io ti faccio sapere che ti ho fatto un incantesimo, e la tua credenza lo rafforza, per il bene o per il male, come diceva già De Martino ne Il Mondo Magico); il principio tirato in ballo da LaVey è però più postmoderno: il mago non sta usando il paradigma per fare la propria magia, ma sta facendo override sul paradigma stesso. La ragione per cui alcuni caoti definiscono sé stessi paradigma pirates (come Joshua Wetzel nell’omonimo libro), è perché non usano le regole del paradigma condiviso, ma “impongono” le regole del proprio paradigma a quelle del paradigma generale: ciò però non avviene come un tiranno che impone qualcosa al popolo, ma come un hacker che introduce un virus in un sistema informatico che, ignaro dell’attacco, non ha un antivirus per combatterlo. Ciò consegue anche al “principio del segreto”: come si può far funzionare un incantesimo dicendo al soggetto che gli è stata fatta una magia, allo stesso modo si può tenere celato il tutto, di modo che il paradigma della persona sia totalmente indifeso (e infatti LaVey tratta di entrambi i casi).
Sempre per i Caoti, il paradigma è tanto più forte quante più persone ci credono. Un mago non può scardinare il paradigma del mondo: sarebbe come voler mettersi una montagna sulle spalle e pretendere di spostarla; tuttavia, può introdurre degli “errori nel sistema”, riscrivendo alcune cose: ciò è reso possibile a lui e non ad altri proprio perché sta usando la magia (o, per il Nostro, il potere di “Satana”). Sa che la volontà e l’immaginazione possono cambiare la realtà, quindi effettua il suo incantesimo, e quella nuova “stringa di programmazione” finisce nel mainframe della realtà, ma senza violarne le regole. Questo implica che ciò non causa lo scardinamento del paradigma altrui (non necessariamente), perché gli effetti dell’incantesimo risultano essere sempre giustificabili in altra maniera, tutt’al più risultando improbabili: i casi in cui non lo sono risultano davvero rari. In base a questo, la fondazione della Chiesa di Satana (che vedremo a breve) diventa chiara, e lo stesso LaVey, criticando al tempo stesso religione e scienza a scapito della magia, parla della cosa in relazione al fatto che Satana “rappresenta semplicemente una forza della natura – i poteri delle tenebre, come sono stati chiamati, solo perché nessuna religione ha estratto queste forze dall’oscurità. Neppure la scienza è stata capace di applicare una terminologia tecnica a queste forze. È un serbatoio aperto che viene poco utilizzato, in quanto manca l’abilità di usare uno strumento senza averlo compreso o senza avere prima letto tutte le parti che lo compongono. È questo incessante bisogno di analizzare che impedisce a molte persone di prendere vantaggio da questa sfaccettata chiave per l’ignoto, che il satanista ha scelto di chiamare Satana.” [15]
In relazione a ciò, un’altra massima laveyana probabilmente mal interpretata è stata questa: “La magia è come la natura stessa, e il successo della magia richiede che funzioni in armonia con la natura, non contro di essa.” [16] Questo, a una prima e decontestualizzata lettura, potrebbe apparire come un modo per dire che la magia è come la natura, e che dunque la magia non può fare cose impossibili, come ottenere un’auto nuova tracciando un cerchio per terra e accendendo delle candele (citando liberamente Dimitri). Ciò però è, come sempre, vero solo in parte.
In realtà il Nostro spiega perfettamente, e subito prima, cosa intende, ovvero che nella magia è importante un fattore bilanciante, che permetta al mago di rendersi conto di chi è, di quali sono le sue capacità, e che dunque operare una magia per ottenere qualcosa di completamente avulso dal suo sé è destinato al fallimento (il caricarsi la montagna sulle spalle di cui prima o, per dirla proprio con LaVey, “l’energia necessaria per far levitare una tazzina da tè (realmente) sarebbe anche sufficiente per piazzare un’idea nella testa di metà delle persone della Terra, e farle agire in accordo al volere del mago” [17]). Il Nostro dunque dice:“Essere abili nell’adattare i propri voleri con le proprie capacità è un grande merito, e troppa gente non realizza nulla perché mira al massimo. ‘Una mezza pagnotta può essere meglio di niente.’ Il perdente cronico è sempre l’uomo che, non avendo nulla, se incapace di fare un milione di dollari, rifiuterà con disprezzo tutte le possibilità di farne cinquantamila.” [18] E al solito, si può interpretare tutto questo come psicologia, ma gli esempi che riporta sono molto chiari: “Sei un individuo stonato e senza talento che sta tentando, attraverso la magia, di ricevere grandi plausi per la sua voce non musicale? Sei una strega di aspetto comune, senza fascino, con piedi, naso ed ego smisurati, combinati a un caso di acne in stato avanzato, che sta lanciando un incantesimo d’amore per acchiappare una giovane e affascinante star del cinema? Sei un lurido, informe, sdentato e grasso fannullone che desidera una deliziosa e giovane spogliarellista? Se è così, faresti meglio a imparare l’uso del fattore bilanciante, o aspettati di fallire ogni volta.” [19]
Per LaVey, insomma, “mago” non significa psicologo, né filosofo, né scienziato, ma proprio mago. E in effetti, chi dice di essere satanista razionalista dovrebbe (in teoria) seguire i dettami di LaVey, riconoscendoli come adatti a sé: indi per cui il rinnegare tutta la parte della magia (vale a dire quasi metà della Bibbia Satanica, e gli altri libri summenzionati), implica una non totale adesione al satanismo laveyano. In questo senso non c’è nulla di sbagliato, ma ritengo sia oltremodo incorretto definirsi tali non credendo all’efficacia della magia, alla maniera in cui una persona si definisce cattolica ma, al tempo stesso, non riconosce l’autorità del papa né la transustanziazione: essa può certamente definirsi cristiana, ma assolutamente non cattolica. Dal mio punto di vista, quindi, chi condivide la filosofia del Nostro ma non la sua pratica, di fatto si definisce impropriamente “satanista razionalista”, in quanto di satanico ha solo l’iconografia, alla maniera di un gruppo black metal, perché il satanismo del Papa Nero implica sia una filosofia di vita, sia un sistema di magia.

Il rituale di fondazione.
“Nell’ultima notte di aprile del 1966, a Walpurgisnacht, la più grande festa nella tradizione della magia e della stregoneria, LaVey si rasò la testa in modo rituale e, in concordanza con la tradizione magica, annunciò la formazione della Chiesa di Satana. Per identificarsi meglio come suo ministro, si mise un collarino da prete. Questo gli dava un aspetto quasi da sant’uomo. Ma la sua testa pelata stile Genghis Khan, la sua barba mefistofelica e i suoi occhi aguzzi gli donavano un look sufficientemente demoniaco per il suo sacerdozio nella Chiesa del Diavolo sulla terra. LaVey spiega: «Da una parte, chiamarla ‘chiesa’ mi permette di seguire la formula richiesta per il successo, e cioè di una parte oltraggiosa e di nove parti socialmente rispettabile. Ma l’intento principale è quello di riunire assieme un gruppo di persone con idee similari, per usare tutte le loro energie combinate al fine di richiamare la forza oscura della natura chiamata Satana.»” [20]
La Chiesa di Satana in sé è certamente una provocazione e una goliardata, e tuttavia il modo in cui è stata creata non lo è, come non lo sono le dottrine magiche di LaVey, che trovano riscontro nell’ambiente esoterico sia precedente che posteriore a lui. A mio parere, se il Nostro avesse voluto creare un’istituzione per puro scherzo, non avrebbe posto un’attenzione e una coerenza tale ai simboli e a tutto l’insieme: una cosa sarebbe equivalsa a un’altra senza troppi problemi, perché il punto sarebbe stata la provocazione. Invece il lavoro fatto è, dal punto di vista magico, assolutamente impeccabile (e il non farsi prendere sul serio faceva parte del gioco stesso, come LaVey esplica nel Libro di Belial, come anche l’esplicare durante il rito i veri scopi dello stesso, per quanto potessero risultare assurdi). La grande canalizzazione di energie ottenuta con l’unione di così tante persone, in America come poi nel mondo (almeno fino allo scioglimento del sistema delle grotte), è un’evidente opera magica, il cui scopo poteva essere la realizzazione personale del fondatore, come anche altro che ci è ignoto.
Resta il fatto che al satanismo laveyano interessa avere una ritualistica comune nel suo significante, e non nel suo significato, per canalizzare tutta la volontà nello stesso momento e nello stesso atto quando vengono compiuti dei riti comunitari: un sistema magico piuttosto classico, come visto, ma più incentrato sull’uomo e sulla sua condotta di vita, con un netto disinteresse verso lo studio delle forze che agiscono in esso. Si tratta del demone guida? O forse è Satana? O la natura? O ancora è solo la volontà umana?
Il punto è che non importa cosa sia in realtà, conta solo che per il singolo mago funzioni e porti frutti: del resto, il punto focale del satanismo è l’autodivinizzazione. In questo senso, i moti emotivi dei partecipanti sono benzina sul fuoco della volontà del ritualista. Ed è per questo che trovo così straniante come tutto l’apparato esoterico sia stato ridotto a una seduta di psicoterapia un po’ sui generis, ma al solito credo che il Papa Nero abbia già risposto a tutto questo, dicendo: “Mai tentare di convincere lo scettico sul quale intendi lanciare una maledizione. Lascia che ti derida. Informarlo diminuirebbe le tue possibilità di successo. Ascolta con benigna sicurezza come ride della tua magia, sapendo che i suoi giorni saranno costantemente tormentati. Se è abbastanza spregevole, per grazia di Satana, potrebbe persino morire – ridendo!” [21]

Un grazie a Elia Pescatori e Luca Tarenzi che mi hanno dato idee, suggerimenti e spiegazioni per la stesura di questo articolo.


[1] Anton Szandor LaVey, La Bibbia Satanica, p. 22.
[2] Ibid. p. 23.
[3] Ibid. p. 44; LaVey tuttavia riprende dal buddhismo uno dei suoi detti più citati: “Ricorda che l’uomo non è un santo,  ma semplicemente un uomo – solo un’altra specie animale – qualche volta migliore, molto spesso peggiore delle specie che camminano a quattro zampe.”
[4] Ibid. p. 23; a tal proposito, nella versione italiana della Bibbia Satanica reperibile online, l’anonimo traduttore ha aggiunto, al termine della parte sugli Yezidi, un “Troppo comodo.” di condanna, che però non esiste nella versione inglese, di fatto storpiando il pensiero dell’autore.
[5] Ibid. p. 24.
[6] Ibid. p. 48.
[7] The murderous madness of theism, di P. H. Gilmore: http://www.churchofsatan.com/murderous-madness-of-theism.php, consultato il 29/03/2017.
[8] La Bibbia Satanica, p. 30.
[9] Ibid. p. 31 segg.
[10] Credo che uno dei casi più eclatanti sia stato Pasolini, le cui opere sono state per molto tempo viste come socialiste o comuniste semplicemente perché ambientate nei quartieri popolari; ma un discorso simile si potrebbe fare per l’accogliente e tollerante cultura romana antica, ripresa dal fascismo come “identità nazionale” chiusa e ostile a ogni influenza esterna.
[11] La Bibbia Satanica, p. 61.
[12] Ibid., p. 60.
[13] Ibid., pp. 64-65.
[14] Ibid. p. 68.
[15] Ibid. p. 34.
[16] Ibid. p. 72.
[17] Ibid., p. 68.
[18] Ibid., p. 72.
[19] Ibid., pp. 74.
[20] Ibid., p. 6-7.
[21] Ibid., p. 65.