lunedì 8 luglio 2019

Elagabalo, il trans che sposava i sassi

Il classico culto solare dei soldatacci romani.


Negli ultimi mesi, a causa della ricerca che sto compiendo, mi sono reso conto che la maggioranza delle persone (e persino moltissimi studiosi) ritengono che il culto del Sol Invictus introdotto dall'imperatore Aureliano nel 274 d.C. sia sostanzialmente lo stesso, magari in una veste un po' modificata, di quello portato a Roma da Elagabalo nel 219.
Vi propongo dunque in questa sede un po' di storia e qualche considerazione sulla religione di El Gabal, il dio solare di Emesa che non solo non nacque il 25 dicembre, ma non c'entrava davvero nulla col Sol Invictus vero e proprio, che resta Mitra, il dio che muove l'asse del cielo.

I. Il dio dei Severi.
Com’è noto, in seguito a una predizione, l’imperatore Settimio Severo si recò a Emesa, grande città siriana e cliente di Roma, per cercare moglie; il sacerdote del dio locale El Gabal, un certo Gaio Giulio Bassiano, gli presentò le sue figlie, Giulia Mesa e Giulia Domna, e il sovrano scelse per sé la seconda. Da quel momento in poi, per tutta la dinastia dei Severi, l’influenza del culto siriano si fece sempre molto sentire anche nella capitale, culminano con l’acclamazione del giovane Sesto Vario Avito Bassiano.
A differenza dei suoi predecessori, Elagabalo (così venne chiamato dai posteri, in relazione al nome del suo dio) era stato cresciuto per essere un sacerdote, non un imperatore, e fu sostanzialmente per questo che i Romani non compresero mai i suoi modi di fare, ascrivendogli addirittura sacrifici umani[1]. Altri invece, come Cassio Dione, gli rimproveravano il non aver rispettato delle priorità religiose: “Il reato consistette non tanto nell’aver introdotto un dio straniero a Roma o l’averlo esaltato in modi assai strani, ma nell’averlo onorato persino prima di Giove stesso e l’essersi votato come suo sacerdote…”[2] E questo è probabilmente uno degli aspetti più interessanti della religiosità del giovane sovrano, che di fatto esaltava il proprio dio come supremo fra tutti, arrivando a considerare gli altri come suoi servitori[3]. Non solo infatti “traslò a Roma il simulacro del dio e gli fece fare degli altari nelle stanze del palazzo”[4], ma edificò un intero tempio a Roma, su quello precedente dedicato a Orco[5], ed espanse il suo culto anche in patria, erigendone uno sul monte Tauro[6], e un altro ancora a Nicomedia[7].
Questo esclusivismo fanatico aveva dei risvolti anche più immediati (e traumatici) per la religione romana: “Ma il nuovo imperatore, appena entrato in Roma [luglio 219], prese a trascurare gli affari di governo per dedicarsi al culto del suo dio: cominciò col fargli erigere sul colle Palatino, nei pressi della reggia, un tempio, ove intendeva far trasferire la statua di Cibele, il fuoco sacro di Vesta, il Palladio, gli scudi ancili e tutti gli oggetti di culto dei Romani, in modo che a Roma fosse venerato soltanto Eliogabalo. Diceva inoltre che in quel tempio si sarebbero dovuti trasferire i culti delle religioni dei Giudei, di quella dei Samaritani e dei Cristiani, perché i sacerdoti di Eliogabalo divenissero i depositari dei misteri di ogni religione.”[8] Dovrebbe esserci almeno una parte di verità in queste affermazioni, in quanto anche Erodiano dice che, una volta morto l’imperatore, le immagini sacre che aveva fatto rimuovere vennero rimesse al loro posto nei templi[9].

II. Caratteristiche del culto.
Ma chi era El Gabal? Il suo nome dovrebbe significare semplicemente “dio della montagna”[10], e l’unico autore a darci una definizione un minimo precisa è Lampridio, che lo definisce “una divinità variamente identificata ora con Giove ora con Sole”[11]: ciò deriva probabilmente dal fatto che sugli aurei imperiali veniva raffigurato sulla quadriga, e con la scritta “Sanct Deo Soli Elagabal”, dunque una dimensione solare è indubitabile; l’accostamento a Giove dovrebbe invece dipendere dalla suddetta preminenza del dio rispetto a tutti gli altri, come accadeva a Emesa e come Elagabalo avrebbe voluto fare in tutto l’impero. Doveva trattarsi di un baal locale, probabilmente Adad, che presiedeva al tempo atmosferico e veniva adorato sulle alture, e che solo in seguito venne solarizzato[12], forse per un’identificazione col dio solare Shamash. Era comunque una divinità incarnata da un betilo, un sasso meteorico, cosa tipica delle religioni semitiche, tanto che la pietra venne poi anche raffigurata sulle monete dell’usurpatore Uranio Antonino.
È interessante analizzare quel poco che sappiamo del suo culto, che presenta caratteristiche appunto molto semitiche, e che sicuramente creava straniamento e ribrezzo nei Romani. L’imperatore si asteneva dalla carne di maiale, considerata impura, ed era circonciso, requisito necessario per servire il dio (tanto che dovettero essere circoncisi anche tutti coloro che lo assistevano nel culto)[13]; sacrificava grandi quantità di vino, e sangue di tori e pecore, mentre le interiora delle vittime venivano poi chiuse in vasi d’oro e distribuite a senatori e cavalieri, evidentemente come oggetti benedetti.[14] Si vestiva non da sacerdote romano, ma con gli abiti di seta e i gioielli tipici della Siria, cantava litanie al suo dio, per lui danzava al suono di tamburi e cembali, e non doveva essere estraneo alla confezione di amuleti[15]. Sulle vicende più strane e scabrose, come i sacrifici di fanciulli e gli animali nutriti a genitali umani[16], non c’è da sbilanciarsi, per quanto è molto probabile si tratti di errate interpretazioni di cerimonie reali[17].
Uno degli aspetti più interessanti sono però i matrimoni tra El Gabal e altre dee, cosa impensabile nel culto ufficiale, ma tipiche dei popoli semitici: ciò dipendeva dal fatto che molti baal delle montagne erano di fatto personificati nei betili[18], e dunque avevano una fisicità maggiore rispetto alle sculture dei templi greci e romani, che invece venivano commissionate ad artisti. Il fatto che le pietre meteoriche non fossero create dall’uomo le rendeva, nella mentalità orientale, più sacre e in qualche modo “vive”: è probabilmente per questo che l’imperatore scelse come prima sposa per El Gabal la dea raffigurata nel Palladio, che il mito voleva essere precipitato direttamente dal cielo[19]. La sua ricerca di “betili femminili” non si fermò ovviamente qui, forse perché il dio poteva essere poligamico, altra cosa tipicamente semitica: fece portare da Cartagine il simulacro di Afrodite Urania (ovvero Tanit)[20], tentò di impossessarsi delle pietre sacre di Artemide a Laodicea (che la tradizione voleva essere state collocate lì da Oreste)[21], si fece iniziare al culto di Cibele per mettere le mani sulla pietra che i galli portavano in processione[22], e allo stesso modo fece con il culto di un’altra dea siriana, Salambo[23], identificata dai Romani con Venere e che probabilmente aveva anch’essa un betilo[24].
La più grande celebrazione del dio restava però la sfilata tenuta durante il solstizio d’estate, così descritta da Erodiano: “Elevò quindi ne’ sobborghi un tempio di gran magnificenza e grandezza, ove ogni capo d’anno sul venir dell’estate vi conducea il suo dio; e, dando corse, commedie, pranzi, e festini, credea di far cosa graziosa a’ romani. Trasportavalo egli stesso sopra un cocchio tutto in oro e preziosissime gemme, tirato da sei giganteschi e candidissimi cavalli, forniti di finimenti varj e ricchissimi. Non era lecito a persona di montare in sul cocchio, ma tutti erano all’intorno del dio, come se da per solo lo guidasse. Antonino, reggendo i freni de’ cavalli, si tenea volto alla immagine di lui, e cogli occhi fissi in lei, guidava il cocchio all’indietro, e così procedea lungo tutta la via. La quale, acciò egli non vi sdrucciolasse o cadesse, facea tutta quanta spargere di quell’arena ch’è color d’oro, con soldati all’intorno schierati, acciò in caso di caduta lo reggessero. Era la via tutta zeppa di popolo, che correa avanti indietro con fiaccole, e spargea fiori e corone. Venivano appresso le immagini di tutti gl’iddii, e le più ricche e superbe suppellettili che insignivano i templi e l’imperiale palazzo: gli faceano similmente corteggio i cavalieri e tutto l’esercito. Condottolo in tal guisa e situatolo nel tempio, gli celebrava: e poi, salendo sopra una grande ed altissima torre a questo fine edificata, gittava giù al popolo vasi d’oro e d’argento, vesti di varj drappi, animali di ogni spezie, eccetto i porci, de’ quali si astenea per legge fenicia.”[25]

III. Invictus ante litteram?
Nei tempi passati, diversi studiosi hanno voluto accostare El Gabal al Sol Invictus: per alcuni, come lo Xella, tra il dio di Elagabalo e quello di Aureliano non esiste alcuna differenza[26], mentre altri, come l’Halsberghe, dicono che “l’influenza di Sol Invictus Elagabal, il più importante dio-sole siriano, deve aver grandemente contribuito alla preminenza dell’adorazione del sole dall’inizio del III secolo d.C. […] Il culto del Sol Invictus siriano era perciò sufficientemente ben conosciuto per acquisire degli zelanti aderenti molto lontani dai suoi confini originari.”[27] E tuttavia, ciò stride molto con le testimonianze di cui sopra, che continuano a proporre El Gabal come un dio straniero e dal culto incomprensibile, se non nocivo. Non solo, ma la sua collocazione geografica prettamente siriana non lo renderebbe, a logica, appetibile a genti al di fuori di quel contesto; anche tutte le attribuzioni filosofiche e teologiche del sole come nemico delle tenebre e garante della legge (esposte ad esempio dal neoplatonismo) non sembrano avere alcun ruolo nel culto di El Gabal. Anche perché, una volta morto Elagabalo, non abbiamo testimonianza del culto della divinità in epoca successiva al suo regno al di fuori di Emesa, come anche in nessuno scritto filosofico. In effetti, a pensarci, la condotta dissoluta e fanatica dell’imperatore non doveva aver fatto buona pubblicità al suo dio.
L’epiteto Invictus, parimenti, negli scritti letterari non compare mai legato a El Gabal, nonostante venga spesso accostato a lui dagli studiosi. Il suo uso è più antico, e come visto nel capitolo precedente lo ritroviamo molto nell’epigrafia mitraica: per fare un esempio, la stele milanese di Publio Acilio Pisoniano, datata al II secolo, riporta la dicitura D. S. I. M. (Deo Soli Invicto Mithra)[28], ben prima dell’arrivo del dio di Emesa nell’orizzonte romano. Questo sta a significare che non fu El Gabal a creare presso la gente comune (e in particolar modo i soldati) una devozione alla divinità solare, bensì Mitra, il cui culto misterico era teologicamente più complesso di quello del dio semitico, che restava comunque una divinità locale, per quanto importante. E in effetti, contrariamente a quanto vorrebbe l’Halbersghe, non sembrano esistere testimonianze epigrafiche di un Sol Invictus Elagabal al di fuori della titolatura di Elagabalo stesso[29], perché Sol Invictus e Sol Elagabal sono sempre ben distinti, a riprova del fatto che evidentemente, per i Romani al di fuori della ristretta cerchia dei Severi, i due dèi non erano lo stesso.
Occorre ricordare anche una cosa importante, ovvero che fino all’epoca dei Severi Emesa fu la capitale di un regno cliente, non formalmente annesso all’impero (se non appunto con Elagabalo): che senso avrebbe avuto allora, per un soldato romano, convertirsi a una religione etnica straniera che non solo non sembrava avere particolari promesse escatologiche, ma non aveva nemmeno dei misteri a cui iniziarsi[30], e prevedeva altresì degli obblighi che non sappiamo se siano stati praticati, come la circoncisione e l’astenersi dal maiale? Lo stesso fatto che ogni città siriana avesse il suo baal locale, con attribuzione solare o meno, rende assai difficile e caotico tracciare delle linee universali a cui gli stessi soldati romani avrebbero potuto rifarsi per creare un culto da diffondere: il dio-sole di Emesa non era quello (anzi, quelli) di Palmira, come vedremo, ed era altresì concepito come diverso anche rispetto a quello di Antiochia e di altre città. Non è dunque un caso se già all’epoca di Settimio Severo El Gabal veniva chiamato “deo soli patrio Elagabalo”[31].
Infine, sempre l’Halsberghe, portando avanti la sua teoria sulla preminenza del culto emesiano su quello mitraico, asserisce che difficilmente i Romani avrebbero potuto aderire al mitraismo fin dalle origini, in quanto esso prevedeva iniziazioni segrete in luoghi sotterranei, ed essi erano invece abituati ai culti ufficiali, come appunto era quello di El Gabal[32]. Ma, ragionando in questo modo, nessun culto misterico avrebbe mai dovuto attecchire nel mondo romano, incluso il cristianesimo. Possiamo dunque affermare con buona certezza che, nell’ascesa del culto solare nell’Impero Romano, quella di dio di Emesa fu solo una parentesi collaterale e di poca importanza.

IV. Le Etiopiche di Eliodoro.
L’unico altro personaggio di una certa rilevanza proveniente dalla città siriana, al di là della stirpe dei Severi, è un certo Eliodoro, autore delle Etiopiche, un romanzo d’amore e d’avventura ambientato tra l’Egitto e l’Etiopia. Di lui comunque sappiamo pochissimo, poiché l’unica cosa che dice di sé è che il romanzo in questione “lo ha composto un fenicio di Emesa, della stirpe di Elio, Eliodoro, figlio di Teodosio.”[33] Grazie ad altri autori scopriamo qualcosa di più: Socrate Scolastico dice che “appresi quindi, allorché giunsi in Tessaglia […] [di] Eliodoro, divenuto vescovo di Tricca in quella regione, del quale si tramanda un’opera, una storia d’amore, che egli compose quando era giovane, e a cui assegnò il titolo di Etiopiche.”[34] Secondo una tradizione medievale (non sappiamo quanto autorevole), per quello stesso romanzo egli perse la carica, perché il sinodo locale gli impose di bruciare la sua opera (in quanto fonte di erotismo), oppure di lasciare il vescovado, cosa che preferì invece fare[35]. Se il discendere dalla “stirpe di Elio” implica l’appartenenza a una dinastia sacerdotale legata a El Gabal, dovrebbe allora trattarsi del figlio del gran sacerdote dell’epoca, che fece poi carriera nei ranghi ecclesiastici.
La datazione dell’opera (e quindi di Eliodoro stesso) è piuttosto controversa, ma il Colonna propone, a mio avviso con buona certezza, di collocarlo sul finire del IV secolo, all’epoca di Graziano e Teodosio I: ciò sarebbe dimostrato, oltre che dall’aver intrapreso la carriera ecclesiastica, soprattutto dalle esplicite citazioni di alcune orazioni di Giuliano riguardanti l’assedio di Nisibi, i cui particolari molto specifici l’autore avrebbe ripreso per narrare dell’assedio del re etiope nel suo romanzo[36], ma le stesse riprese delle opere di Filostrato lo porrebbero comunque in epoca successiva ai Severi[37].
Una datazione tardoantica spiegherebbe soprattutto come mai il dio che più spesso compare nel romanzo, Apollo-Elio, non abbia alcuna caratteristica particolare che lo renda riconoscibile come El Gabal, per quanto l’autore lo abbia evidentemente messo in posizione preminente per devozione personale (o comunque famigliare); anzi, egli compare proprio come il dio di Delfi, ben lontano dal betile semitico, e immerso in una prospettiva assai più classicheggiante.

[1] Cassio Dione LXXX 11.
[2] Ibid. 8
[3] HA Eliogabalo VII; ciò non è affatto estraneo alla mentalità religiosa semitica, che vedeva la preminenza del proprio dio locale su quello degli altri popoli (si veda ad esempio, per gli Ebrei, Mi. 4,5, Sal. 82, 1, Sal. 95, 3 e Sal. 96, 4-5).
[4] Vittore, De Caesaribus XXIII, 1.
[5] HA Eliogabalo I.
[6] HA Caracalla XI: “…il figlio dello stesso Caracalla, Eliogabalo Antonino, fece erigere un santuario dedicato a sé stesso o (la circostanza non è chiara) a Giove Sirio o a Sole.”
[7] Halsberghe p. 65.
[8] HA Eliogabalo III.
[9] Erodiano VI 1, 3.
[10] Lenormant propone invece di identificare El Gabal con l’antico dio caldeo del fuoco, Gibil, mentre Fuller e Tiele farebbero derivare il nome dalla parola gebal (formato, finito); cfr. Halsberghe, op. cit. pp. 62-63.
[11] HA Eliogabalo I e XVII.
[12] P. Xella, Religione e religioni in Siria-Palestina. Dall’antico bronzo all’epoca romana, Carocci (Urbino 2007), p. 92.
[13] Cassio Dione LXXX 8.
[14] Erodiano V 5, 8-9.
[15] Cassio Dione LXXX 11.
[16] Ibid., 12.
[17] Si veda in merito Attilio Mastrocinque, Heliogabalus, Saturnus, and Hercules, in Divinizzazione, culto del sovrano e apoteosi tra Antichità e Medioevo, a cura di Tommaso Gnoli e Federicomaria Muccioli, Boninia University Press (Rastignano 2014), pp. 321-329.
[18] Il caso più famoso resta ovviamente la Pietra Nera alla Mecca, ma questa mentalità si trasferì per certi versi anche nelle icone cristiane, che prima del periodo iconoclasta venivano trattate come fossero esseri viventi (si veda ad esempio Hans Belting, Il culto delle immagini. Storia dell’icona dall’età imperiale al tardo Medioevo, Carocci).
[19] Si veda a mo’ di esempio Apollodoro, Biblioteca III 12.
[20] Erodiano V 6, 3-4; Cassio Dione LXXX 12.
[21] HA Eliogabalo VIII.
[22] Ibid.; Epit. Caes. 157; la presenza di un betilo di Cibele è testimoniata ad esempio da Prudenzio, Il libro delle corone 10, 154-60.
[23] Ibid.
[24] Il Gualerzi propone invece di interpretare (forse po’ pretestuosamente) questo processo di sposalizi con una ricerca, da parte dell’imperatore, di un’androginia delle dee; si veda Saverio Gualerzi, Né uomo, né donna, né dio, né dea. Ruolo sessuale e ruolo religioso dell’imperatore Elagabalo, Pàtron (Bologna 2005).
[25] Erodiano V 6, 7-9.
[26] P. Xella, op. cit.
[27] Halsberghe p. 36; traduzione dell’Autore.
[28] Civico Museo Archeologico di Milano, Antiche pietre di Mediolanum (Milano 2011), p. 117.
[29] Si vedano ad esempio CIL X, 5827; CIL XI 3774; CIL III 1997, tutti elenchi di titoli dell’imperatore Elagabalo: si potrebbe quasi supporre che egli volesse creare un sincretismo con Mitra, ma che il progetto restò embrionale.
[30] L’Halsberghe sembra dare per scontato che anche El Gabal avesse dei misteri (cfr. p. 77) e una teologia salvifica (p. 80), ma di fatto non si evince nulla del genere dalle fonti letterarie o epigrafiche.
[31] Anné épigraphique (1910), n. 133.
[32] Halsberghe p. 118.
[33] Eliodoro, Etiopiche X, 41.
[34] Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica V, 22.
[35] Niceforo Callisto Xantopulo, Storia ecclesiastica XII, 34.
[36] Aristide Colonna, Introduzione a Eliodoro, Le Etiopoche, UTET (Torino 2015, ed. orig. 1987), pp. 23-25.
[37] Ibid., p. 13.

martedì 7 agosto 2018

La magia gratuita e i nuovi simoniaci

Dante chiede a Virgilio come mai tante brave persone siano messe così male...

Parlando più volte col mio amico Luca della magia a pagamento, argomento che ha dato origine ad articoli sia sul mio blog che
sul suo, alla fin fine ho categorizzato i praticanti di “magia” (nel senso lato del termine) in quattro tipologie proprio secondo questo principio. I nomi, va da sé, sono più per 
“fare colore” che altro.

Tipo 1 - Il mago (a pagamento/offerta): Quando chiedi un’operazione, il praticante ti dice che devi pagare tot, oppure di fare un’offerta libera in base a ciò che ti senti. È un contratto “da negozio”, paghi per un servizio che ti viene offerto.

Tipo 2 - Il sacerdote (a finta offerta): Quando chiedi un’operazione, il praticante ti dice che non vuole nulla (e spesso di diffidare di coloro che ti chiedono di pagare); di contro lui ha delle spese, quindi chiede sempre un’offerta fissa, che non è un pagamento, ma un’offerta (senza la quale però non opera).

Tipo 3 - Il santone (a popolarità): Quando chiedi un’operazione, il praticante ti dice che non vuole nulla, lui lavora solo gratuitamente, perché è buono, caritatevole, altruista e via dicendo. E ovviamente non manca mai di fare notare tutte queste sue qualità non appena ne ha l’occasione.

Tipo 4 - Lo sciamano (a titolo gratuito): Quando chiedi un’operazione, il praticante ti dice che non vuole nulla, lui lavora solo gratuitamente. È un contratto “da negozio”, ma senza pagamento, spesso per una ristretta cerchia di persone (famigliari e amici).

Queste non sono di per sé figure positive o negative, e spesso anzi si mescolano fra loro: una persona può essere al contempo mago e sciamano (a seconda delle persone con cui ha a che fare), o santone e sacerdote, o sciamano e sacerdote, e via dicendo. Per fare un esempio, conosco gente che di base sarebbe un santone, ma dice sempre di comprare i suoi libri, quindi un ritorno economico lo ha eccome…
Vorrei soffermarmi in questa sede sulla terza tipologia, il santone appunto.
È da un bel po’ di tempo (soprattutto raccogliendo materiale per l’articolo sulle finte segnature in internet) che vedo come tantissime persone che bazzicano queste pagine simil-cattoliche, dicono che sono segnatori o cose simili che operano a titolo gratuito. E fin qui ok.
Di recente mi è capitato di parlare con una signora che, molto ex abrupto, mi ha consigliato alcuni video dove una persona (di cui non farò il nome per non fare propaganda a questa gente) diceva che sant’Erasmo avrebbe detto alcune cose inerenti la cremazione dei corpi. Quando le ho fatto notare che, insomma, dato che questo santo non ha lasciato scritto nulla, come incipit per la validità di tutta la faccenda lasciava un po’ a desiderare, è saltata su offesissima. Si è offesa perché ho screditato una persona buona, che ha fatto tanto per i bisognosi, e ovviamente l’ha anche messa sul personale.
Come a dire che, se sei una persona altruista, puoi essere in diritto di dire le peggiori cazzate: in questo modo non solo tutto ti è concesso, ma hai anche ragione a prescindere. Perché hai dimostrato in più occasioni (che nulla c’entrano col contesto attuale) di essere buono.
Ora, in questo caso non c’era nessun diretto interessato, ma su pagine del genere si incontrano spesso individui che, dicendo di operare a titolo gratuito, ostentano la propria virtù cristiana e, proprio in vista di quella, si sentono in diritto di prevaricare e giudicare gli altri.
- “Noi siamo buoni e non giudichiamo, ma tu hai fatto qualcosa che non ci piace, quindi sei una merda!”
- “Come ti permetti di giudicare me, che sono così altruista? È evidente che sei una persona confusa, in cerca di risposte, con un sacco di aggressività latente e che dovresti andare in terapia!”
- “L’importante è aiutare gli altri senza chiedere nulla in cambio, come facciamo noi: questo significa essere buoni cristiani e persone virtuose, non come quella persona là che invece dice questo e quest’altro!”
- “Eh, siamo proprio stupidi noi che perdiamo tempo ad aiutare gli altri… Non ce ne viene in tasca nulla, eppure continuiamo a farlo… Ah, sarebbe molto più facile se spendessimo tutti i nostri soldi per comprarci bei vestiti o macchine di lusso, e invece siamo qui a salvare vite…”
E per “si incontrano spesso” intendo ovviamente dire che sono tutti così o quasi.
Ora, il mio punto è: siamo davvero così sicuri che questi tizi lavorino gratuitamente? E che invece non guadagnino una moneta che, semplicemente, non è materiale?
Non facendosi pagare (e quindi non sporcandosi con lo “sterco del Diavolo”) una persona autogenera una propria “valuta di santità”, una moneta sociale da spendere in determinati contesti. Perché, esattamente come con qualunque moneta, può comprare ciò di cui ha bisogno ed è privo.
Ammettiamo, per assurdo, che una di queste persone dica a un certo punto che nel Vangelo si dice che Gesù è biondo, a chiare lettere. O che ha gli occhi azzurri. O che ha i tentacoli, il discorso non cambia. Chi gli risponde che no, questa cosa nelle Scritture non c’è, si vedrà rispondere a sua volta, nel 99% dei casi, qualcosa come “Eh, ma io ho la fede, faccio tanto bene alle persone, sono altruista, sono caritatevole, porgo sempre l’altra guancia, ecc ecc”, come se tutte queste cose servissero a convalidare il fatto che nel Vangelo c’è scritto che Gesù è biondo. O ha gli occhi azzurri. O i tentacoli.
In un mondo sensato questo tizio verrebbe preso per un povero coglione, eppure non succede così: lui “spende” il denaro che ha guadagnato operando gratuitamente, ed ecco che la folla si prodiga a dargli ragione, lui è una persona santa, ha aiutato tantissima gente ma non si è mai sporcato con lo sterco del Diavolo, quindi DEVE aver ragione. Non occorre controllare le Scritture o qualunque altra cosa, lui ha già vinto. Ha comprato la sua vittoria pur senza avere un’argomentazione, esattamente come nel Medioevo i nobili compravano le cariche ecclesiastiche col beneplacito del papa, ma senza per questo esserne meritevoli.
Mi sembra che qualcuno abbia scritto, da qualche parte, che le persone così finiscono infisse nella roccia a perpendicolo e coi piedi in fiamme. Ma non volendo fare citazioni troppo difficili, mi limiterò a questa: “Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Matteo 6, 2-4)

martedì 17 luglio 2018

Segnature tradizionali nell'era di internet

Avete presente? Ecco, almeno lui qualcosa di buono lo ha fatto.

Negli anni passati mi è già capitato di occuparmi della segnatura, ovvero quell’insieme di pratiche popolari volte a curare malattie, togliere fatture, benedire oggetti ma anche maledire e allontanare persone, il tutto fatto con orazioni segrete, piccoli rituali e gesti particolari, operati da uomini e donne dotate della “virtù”. Il più importante testo italiano sull’argomento a carattere antropografico è I guaritori di campagna di Paola Giovetti, di recente riedito in versione aggiornata; a esso si aggiunge Le streghe buone di Antonella Bartolucci, anch’esso rivisto un paio di anni fa con un capitolo sulla trasmissione delle segnature nell’era di internet. Oltre a questi esistono alcuni testi sui particolarismi regionali, come quelli di Centini e De Martino, ma soprattutto Le magie antiche, un’ampia raccolta di segnature a opera di Antonio Fernando Bonelli.
Qualche temoo fa mi è capitato di iscrivermi a un gruppo Facebook che parlava per l’appunto di segnature (legata a quest’ultimo testo), e ho potuto constatare che si trattava per la maggior parte di persone che chiedevano di essere segnate per problemi di svariata natura (soprattutto fisica, ma anche legale, sociale e magica). Osservando il suddetto gruppo per un po’ di tempo sono arrivato ad alcune conclusioni che mi sento di esporre, per fare un po’ di chiarezza sull’attuale concetto di segnatura perché, se questo articolo partiva con intenti accademici, si è per forza di cose trasformato, come vedrete, nella critica a determinati lavori e pensieri operati da persone ben specifiche.

La “purezza” della segnatura.
Un problema molto percepito da parte di coloro che dicono di praticare o anche solo apprezzano la segnatura, all’interno di quel gruppo Facebook (ovviamente chiuso ma con più di 12.000 membri), è la questione della sua “purezza”, ovvero il tenerla ben differenziata da pratiche diverse (e “fantasiose”, come sono state una volta definite), intendendo con questo, credo, tutte le forme di magia che non rientrano nella segnatura. Il che in teoria andrebbe pure bene.
Come ogni concezione di purezza, però, essa è molto utopica, anche in vista del fatto che essendo una pratica popolare, la segnatura è (per citare Francesco Dimitri) “profondamente impura”, essendo che mescola al suo interno molti elementi con cui, per un motivo o per l’altro, uno specifico segnatore è entrato in contatto. Questo si vede già benissimo nel libro del Bonelli quando, in un’orazione contro il malocchio (presumo di origine sarda), si dice: “Non sia magia, non sia stregoneria questa preghiera mia. Sia un mesto invoco ai santi, sia per il bene di tutti quanti. San Cipriano è la mia mano, i santi Cosma e Damiano sian cura ad ogni malattia, santa Maria il malocchio porta via.”[1] Ora, se la presenza della Madonna di certo non sorprende, forse lo fa un po’ di più quella di Cosma e Damiano, ma è soprattutto Cipriano a essere fuori posto: questo santo è, nella tradizione iberica e latinoamericana, il “santo fattucchiere” per eccellenza (tanto da avere un grimorio suo, il Ciprianillo), ma al tempo stesso è misconosciuto in Italia; sembra allora sensato pensare che questa orazione risenta come minimo di influenze spagnole, e che abbia davvero poco di “indigeno”…
Altra cosa che ho notato è che quasi tutti coloro che chiedono di essere segnati forniscono il nome di battesimo (a volte anche il cognome) e la data di nascita. Ora, né i segnatori che ho conosciuto (e di cui ho parlato ne Lo stregone del Monte Rosso e altre storie) né quelli intervistati dalla Giovetti hanno mai avuto bisogno di date di nascita per fare segnature, fossero anche a distanza (escluso un unico caso nell’aggiornamento del 2016): in effetti, a pura logica, non trovo alcun nesso tra un dato per così dire calendariale o astrologico e la segnatura. Eppure sembra stia diventando una pratica comune, per quanto nemmeno essa sia più vecchia di, credo, una ventina d’anni, e mi sento di attribuirlo a influenze new age o di altre forme di magia (anche perché, solo all’inizio del secolo scorso, molte persone non sapevano quando erano nate, quindi un vincolo del genere non avrebbe avuto senso, difatti si usavano più spesso il patronimico o il matronimico).
Infine, occorre parlare delle erbe, degli olii e delle candele. Ci sono infinite tradizioni che parlano dell’uso delle erbe nelle pratiche magiche, e la segnatura non fa eccezione: mi è stato ad esempio raccontato che in provinca di Teramo, nella prima metà del secolo scorso, alcuni segnatori usavano la canapa intrecciata per curare le storte, e sulla Giovetti si trovano altri casi di questo tipo. Ma volendo vedere, già nella Toscana del 1594 Gostanza da Libbiano, un’anziana segnatrice accusata di stregoneria, parlava dell’olio di iperico usato per ungere i mali, del caprifoglio in polvere, degli estratti di zucca e della candela bianca usata per recitare le orazioni per le puerpere. Respingere in toto l’utilizzo delle erbe in quanto pratica estranea alla segnatura mi pare dunque intellettualmente disonesto: al massimo si potrebbe dire che le formule sono andate perdute, ma ciò non toglie che alcune potrebbero essersi conservate ancora oggi, o che quelle di altre tradizioni possano essere utilizzate dai segnatori che, come vedremo, sono di bocca fin troppo buona…

Magia a pagamento, di nuovo.
Il discorso che intendo fare ora, va da sé, si basa sul fatto che tutte le persone coinvolte credono nell’efficacia delle pratiche magiche.
In un vecchio articolo che trovate QUI mi ero soffermato sul fatto che la magia dovrebbe sempre essere a offerta, e citavo per l’appunto le testimonianze dei segnatori della Giovetti: in realtà solo alcuni rifiutavano in toto le donazioni, la maggior parte le accettava sia per buona creanza, sia perché in alcuni casi si diceva che altrimenti il segno non avrebbe funzionato. Non vorrei allora essere stato frainteso: il mio intento non era dire che un segnatore (o un mago in generale) dovrebbe agire gratuitamente, bensì che non dovrebbe chiedere nulla di suo, ma accettare quanto la gente gli offre (in base a tante cose, non ultimo le disponibilità economiche); fanno eccezione riti particolari che richiedono materiali o se lui di sua iniziativa decide di non chiedere nulla, ma tant’è.
Cionondimeno, è importante che il paziente (o cliente, o richiedente, o come lo si vuole definire) dia qualcosa in cambio non soltanto per ciò che riceve (ovvero se l’operazione funziona), ma anche semplicemente per il fatto che il mago usa le sue conoscenze, il suo tempo, le sue energie e le sue risorse per operare a suo favore. Non dare nulla implica, in un certo senso, non dare valore al lavoro dell’altro e, sempre per citare Saluzio, “le preghiere senza sacrificio sono soltanto parole”. E tutto questo a maggior ragione in un mondo come il nostro dove, vista la penuria di lavoro, le persone dotate della “virtù” a volte hanno solo il loro dono per poter tirare avanti, o per arrotondare un magro stipendio. Questo concetto lo esprime magnificamente un’anziana segnatrice di Somma Lombardo (VA) intervistata dalla Bartolucci: “Io quando tolgo il malocchio o l’invidia chiedo un’offerta. Non è necessariamente in denaro, anche un po’ di verdura, o frutta del proprio orto […] Ma gratis no! […] Il lavoro energetico richiede energia, energia che viene dal Divino e non va disprezzato: per quanto dai, quanto ricevi! […] Il gesto di raccogliere frutta e donarla indica il dare valore e il voler impegnarsi per ottenere una guarigione. Se fa tutto un’altra persona per noi, sarebbe una pappa facile e monotona… non avrebbe neppure sapore.”[2]
Questa riflessione mi nasce da diversi racconti che mi sono stati fatti nel corso del tempo, dove persone che venivano contattate da estranei in cerca di aiuto si prodigavano in loro favore e, quando questi chiedevano cosa potessero dare loro in cambio (perché ci tenevano a ripagare!), essi rispondevano con una modesta cifra (ad esempio 10 o 20 euro); il cliente prometteva allora di pagare, ma in realtà scompariva dalla circolazione in barba alla parola data (fatti simili sono in realtà citati più volte anche dagli intervistati della Giovetti).
In tutto questo, ricordiamoci che molte delle persone che richiedono le cure da un segnatore si definiscono buone e devote cristiane. E che non di rado queste stesse persone chiedono ai segnatori delle magie per coprire le loro relazioni illecite, o incantesimi per allontanare i rivali, o fatture contro i parenti.

Il “corto circuito” della segnatura “solitaria”.
La raccolta del Bonelli vorrebbe sicuramente essere la più ricca per quanto riguarda le formule e i rituali di questa tradizione, eppure ho potuto osservare (assieme ad alcuni amici) che ha dato luogo a una sorta di “corto circuito logico” che ha interrotto la catena delle iniziazioni per poi riprenderla in maniera massiva e antitradizionale.
All’inizio del primo volume, l’autore dichiara infatti: “Sono un ‘Iniziato’. Ho avuto le mie iniziazioni per la pratica di tre differenti orazioni contro il malocchio (insegnatemi come ‘medicine dell’occhio’), due orazioni di Sant’Antonio ed altro ancora, ho fatto ricerche ed approfondimenti, dove è stato possibile farli e su tutti gli argomenti trattati. Pertanto ritengo di essere una Persona Idonea ad apprendere ed insegnare ad altri.”[3] Ma, precisa subito dopo, non è che aprendo il libro si possono subito usare le formule: bisogna fare attenzione a quando esse vengono insegnate, aspettare quella data (indicata nel testo), e a quel punto si può iniziare a usarle. Insomma, il libro in questione diventa una sorta di “iniziazione per corrispondenza” fatta a tutti i lettori, in vista del fatto che lui stesso è stato messo a parte di questi segreti. E dato che mi piace citarlo, l’accostamento col professor Emelius Browne viene abbastanza facile.
Da qui però nasce il corto circuito: il Bonelli è stato messo a parte di alcuni segreti della segnatura (tre per il malocchio, due per l’ergotismo e altri), ma di certo non di tutte e 58 le formule presenti nel libro (e aumentate ulteriormente nel secondo volume)! Però, a suo dire, egli può comunque tramandarle, anche se è evidente che in questo modo fa cadere la catena delle iniziazioni che, per molte di esse, si era (presumibilmente) tramandata ininterrotta per secoli. Infatti a un lettore qualunque basterebbe aspettare la data prescritta, e immediatamente diventerebbe capace di compiere con efficacia i segni, anche in barba al fatto che per alcune formule viene specificato che possono essere tramandate, ad esempio, solo ad altre tre persone!
Ovviamente, come ho potuto constatare dal gruppo Facebook, la cosa è andata ben oltre, e ora sembra essersi venuta a creare un’immensa quantità di orazioni (in realtà semplici preghiere, spesso malamente scritte da anonimi e spacciate per segnature), corredate da discorsi sui mantra, il reiki, i parassiti astrali (qualunque cosa siano) e altro ancora, che nulla c’entrano con questa pratica. Insomma, non serve più che sia un’altra persona a trasmettere la sapienza segreta, perché ora è tutta disponibile su internet, e per l’autorità metafisica dell’autore tutti possono essere segnatori.
Del resto, il Bonelli non accenna neanche una volta a un concetto sul quale tutti i segnatori intervistati dalla Giovetti e dalla Bartolucci premono molto, ovvero che per segnare è necessario avere il “dono” o la “virtù”, col quale si nasce o si sviluppa con l’apprendistato, ma certamente non leggendo un libro. Le parole funzionano, dicono anche, in vista del fatto che sono segrete, e se rivelate perdono la loro efficacia. Ma, per sua stessa ammissione fatta su un altro gruppo, il Bonelli non ha mai letto il libro della Giovetti…
Insomma, è venuta a crearsi una sorta di “segnatura solitaria” che, come per la wicca, è un evidente segno dei tempi. Con la differenza, lo preciso, che la wicca iniziatica sembra mantenere i suoi segreti, mentre la segnatura viene sbandierata ai quattro venti. Una svalutazione dell’arcano e una finta riscoperta della tradizione, insomma, che parte dalla distruzione della tradizione stessa.

Le segnature da conservare e quelle da buttare.
Come accennato, le segnature descritte ne Le magie antiche non sono associate a una specifica origine geografica: in copertina viene detto che esse provengono da “nord Sardegna, ovest e nord est Piemonte, centro e Sud Italia”; in questo modo, però, il lettore non può sapere se la segnatura contro il malocchio a p. 106 è sarda, piemontese, campana o di un’altra regione ancora. Il che potrebbe non importare a chi è più interessato all’efficacia pratica delle stesse, ma di contro interessa molto chi, come il sottoscritto, si occupa di folklore locale, o anche a una persona qualunque alla quale interessa riscoprire le tradizioni della sua terra natale (cosa che in teoria il libro si propone di fare).
Interrogato sulla questione, e cioè come si facesse a distinguere l’origine delle varie segnature da lui raccolte, l’autore ha risposto sul suo gruppo che esse provengono quasi tutte dalle province di Sassari, Cuneo e Novara, e solo in minima parte dal resto d’Italia, specificando inoltre che le segnature piemontesi si ritrovano praticamente uguali in Sardegna e nell’Italia Meridionale, e che le differenze riguardano per lo più la trasmissione delle stesse. Tuttavia, dopo avergli esposto più nel dettaglio il problema (ovvero l’impossibilità di distinguere una formula sarda da una piemontese all’interno del suo libro), il Bonelli ha risposto che è difficile stabilire un’origine certa, perché le segnature sono tutte estremamente simili tra loro, con minime variazioni (ad esempio verrebbero sostituiti i santi coi patroni dei paesi dove viene praticata la segnatura).
Questa risposta fa sorgere, per quel che mi riguarda, due problemi: il primo, è che l’autore del libro e raccoglitore delle formule in questione sembra ignorare la loro provenienza specifica, il che mi fa domandare in che modo siano state allora raccolte (se una signora cuneese mi parlasse di una segnatura, e io la mettessi su un libro, saprei che è una formula cuneese e potrei specificarlo). Il secondo problema è che, in vista di una presunta similitudine tra le formule in questione (in realtà già evidenziata dalla Giovetti, ma con le dovute cautele), il Bonelli pare dire che, per il suo libro, ha attuato una “scrematura” delle segnature, tenendo una determinata formula e scartando le varianti locali di cui è venuto a conoscenza in vista del fatto che, per l’appunto, erano varianti di qualcosa che già sapeva.
Questa operazione, che prevede che l’autore (già maestro metafisico che inizia secondo la tradizione ma rompendo con la tradizione stessa) decida quali formule devono sopravvivere all’oblio e quali no, è la morte della ricerca folklorica, in quanto le tradizioni di un luogo vengono cestinate secondo i dettami di qualcuno a cui questa cosa semplicemente non interessa. E dunque, se io volessi un giorno conoscere le segnature tipiche di una zona, o tracciare una mappa di diffusione di una formula, non potrei farlo, perché l’unico che aveva queste informazioni ha stabilito che erano solo piccole variazioni. A meno che, ovviamente, non si debba dare per scontato che le 58 formule del primo libro esistessero praticamente uguali sia in Piemonte che in Sardegna che in altre parti d’Italia, e dunque non servisse specificare nulla… Cosa che in realtà ritengo abbastanza improbabile.

“Non importa il perché!”
Come detto, sul gruppo in questione si trovano non solo preghiere ai santi, ma anche cose che nulla c’entrano e in netto contarsto col cristianesimo: ad esempio, se da un lato sono stato rintuzzato per aver parlato dell’uso delle erbe (che a detta di un’amministratice nulla c’entrerebbero con la segnatura), di contro costei pratica una “segnatura contro i parassiti astrali” (nella quale viene invocata l’energia cristica di Gesù, l’aiuto e la protezione dei Maestri del Potere Spirituale Superiore e dell’arcangelo Michele, per tagliare i lacci magnetici che impediscono l’evoluzione del soggetto). Oppure, quando un’utente si interrogava pubblicamente su come un segnatore dovesse rapportarsi col karma del paziente (sic!), la stessa rispondeva che il destino è già stato deciso da Dio, e dunque le segnature possono alleviare ma non modificare la volontà divina (in barba al libero arbitrio del cristianesimo).
Tutto questo strano e confuso insieme, dove si mescolano bigottismo cattolico e concetti new age, mi ha dunque portato a interrogarmi seriamente sulla serietà dell’opera del Bonelli stesso e delle persone che frequentano il suo gruppo ufficiale, sia nei modi che ho espresso sopra, sia sulla sua effettiva preparazione in materia. Ne è dunque nata una discussione che riassumerò nel presente articolo, avendo come protagonisti me, l’amministratrice di cui sopra e lo stesso Bonelli.
Sono partito facendo notare che spesso, nella segnatura, si presentano elementi che appaiono esterni al cristianesimo: domandavo dunque in che modo le segnature (evidentemente cristiane, a vedere il gruppo in questione) potevano essere distinte tra “canoniche” e fasulle. L’amministratrice mi risponde che in ogni cultura ci sono cose simili alle segnature, semplicemente quelle cristiane si distinguono per elementi come la presenza dei santi, ma ce ne sono alcune che non li nominano: a lei personalmente questa cosa non sembra interessare, e non si è mai posta un simile problema, perché le fa con fede. A quel punto il Bonelli mi spiega l’etimologia di segnatura (da signo, diventato poi sinonimo di “segno della croce”), ma che pratiche simili si ritrovano anche nel paganesimo, ovviamente con segni diversi; fa quindi notare che molte segnature cosiddette “cristiane” fanno in realtà uso di elementi “pagani” (conchiglie, sassi, chicchi di grano e via dicendo), e che dunque in molti casi si tratterebbe di riti antichi adattati al cristianesimo.
La mia domanda originaria, su come si distingua una segnatura vera da una fasulla, resta comunque senza risposta, ma decido di approfondire la questione portata all’attenzione dal Bonelli stesso, e chiedo se le segnature (in vista della loro origine pagana) siano associabili a qualche civiltà dell’Italia antica. Vengo subito ripreso dall’amministratrice, che mi dice da un lato che i segnatori usavano quello che trovavano, senza stare a pensarci (come il fico, che cresceva in ogni cascina), e dall’altro che proprio per questo non serve tirare in ballo Romani e Celti; anzi, parlare di pratiche pagane rischia di portare a parlare della “ritualistica”, che non c’entra nulla con l’argomento del gruppo.
Faccio allora notare che la faccenda del paganesimo è stata tirata in ballo dal Bonelli, non certo da me, e oltre a questo faccio presente che, da racconti fattimi in prima persona, nel Teramano del secolo scorso si usava il noce per alcune segnature, e veniva specificato che doveva essere proprio quella pianta, e non il melo, il pero o il ciliegio: la mia domanda, insomma, nasceva dal fatto che potesse esistere o meno una particolare simbologia delle piante. Mi viene quindi risposto che le segnature vengono fatte col cuore e il perché siano così non è importante ma, quando ribatto che a uno studioso di storia e folklore il perché importa eccome (citando anche De Martino), il Bonelli interviene chiudendo il tutto, dicendo che si sta andando off-topic e che mi sono già state date abbastanza informazioni che spera siano utili ai miei studi. A conclusione, in un altro topic, l’amministratice pensa bene di lanciarmi una frecciatina, dicendo (riguardo tutta la discussione) che lei le segnature le fa col cuore, ma evidentemente non tutti hanno la sua stessa “fede”.
Questo atteggiamento è in realtà molto diffuso presso tutti. In un determinato giorno, ad esempio, qualcuno passa una “segnatura”, che di base può essere appresa solo in quel momento; se una persona la vuole, ma non arriva in tempo, nulla le impedisce di scaricare il file e prenderla comunque. Se poi la segnatura in questione richiede qualche strumento, e quella non lo ha, sembra sia lecito recitarla comunque, perché tanto “basta la fede” a far funzionare il tutto, Dio ascolta sempre. Ma, a questo punto, che senso ha parlare di giorni prestabiliti, di strumenti specifici, insomma di segnature? Una preghiera recitata col cuore vale quanto una segnatura tramandata da secoli… Si tratta dunque solo di estetica?

Cos’è una segnatura?
Ricapitolando: per quanto l’amministratrice sia stata la vera protagonista della discussione, vorrei tirare le somme e far notare alcuni comportamenti del Bonelli, ovvero che difficilmente risponde a una domanda in maniera diretta, perché la maggior parte delle volte (come visto anche sopra) tende a girarci attorno o a sviare l’argomento. A questo aggiungo che più di un segnatore da me contattato (e che ha ricevuto i segni in maniera tradizionale) ha detto che non trova alcuna corrispondenza, neanche minima, tra le formule e le pratiche del libro del Bonelli e le proprie (e io continuo a trovare sospetta l’aria “afroamericana” di tante formule e rituali, ad esempio quello delle buste a p. 269 del primo volume, molto vicina all’incantesimo santero di sant’Alessio per allontanare una persona).
È anche interessante notare come, nell’aggiornare i propri libri nel 2016, né la Giovetti né la Bartolucci abbiano preso in minima considerazione il Bonelli e la sua opera: la seconda, addirittura, ha intervistato l’amministratore del gruppo I Guaritori di Campagna, di cui il Nostro faceva parte anni fa per poi essere bannato in quanto, mi è stato detto, la usava per pubblicizzare privatamente il suo libro. E a questo posso anche crederci, essendo che ho trovato pubblicità de Le magie antiche anche su gruppi Facebook di teenager “satanisti” appassionati di occultismo (ma probabilmente si trattava di un pio tentativo di conversione!). E anche il fatto che il secondo volume de Le magie antiche riporti per più della metà le stesse segnature del primo (e siano stati pubblicati lo stesso anno) mi dà un po’ da pensare…
Una cosa interessante viene anche dalle interviste radiofoniche al Bonelli (che trovate facilmente su YouTube), che esplicano il suo pensiero sulla faccenda in maniera piuttosto approfondita: in una di esse, al di là della feroce ma stereotipica critica alla Chiesa Cattolica, dice che le segnature si ritrovano anche in altre civiltà e religioni, ad esempio nel mondo arabo, dove si recitano preghiere speciali per guarire determinati mali. Ma, a questo punto, qualunque forma di scongiuro o per estensione di magia “semplice” rientrerebbe nella segnatura, che perderebbe le sue caratteristiche peculiari (come in effetti accade sul suo gruppo, dove chiunque sembra essere in grado di segnare recitando delle semplici preghiere).
Ma le sue segnature funzionano? Del resto dovrebbe essere quello l’importante, e a sentire i membri del suo gruppo sembrerebbe di sì… Anche se, in effetti, essi (oltre al venerare il Bonelli come un santo vivente) usano praticamente qualunque cosa capiti loro a tiro e che abbia il nome di un santo. Ma per spiegare questo, rimando ai concetti della chaos magick trattata brevemente QUI, dove trovate anche un sunto sulle caratteristiche della segnatura.
A voi il tirare le somme… A me se non altro consola il fatto che nessuna segnatura reale dovrebbe essere stata consegnata all’oblio in questo modo.
Sì, lo so, è tutta invidia, signora mia.

BIBLIOGRAFIA (seria)
·  AA. VV., Int u segnu. Guaritori popolari e pratiche magiche nelle Quattro Province, Barabàn (2014)
·  AA. VV., Le tradizioni popolari in Italia. Medicina e magia, Banca Provinciale Lombarda (1989)
· Antonella Bartolucci, Le streghe buone. I simboli, i gesti, le parole. Come muta la medicina tradizionale nell’era di internet, Aliberti (2016)
· Franco Cardini, Gostanza, la strega di San Miniato, Laterza (1989)
· Massimo Centini, La medicina dimenticata. Magia e medicina popolare in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, Yume (2014)
· Massimo Centini, Medicina sacra. Viaggio nelle pratiche medico-magiche del folklore italiano, Accademia Vis Vitalis (2011)
· Ernesto De Martino, Ricerca sui guaritori e la loro clientela, Argo (2008)
· Paola Giovetti, I guaritori di campagna tra magia e medicina, Mediterranee ( 1984, ried. 2016)



[1] Antonio Fernando Bonelli, Le magie antiche, Edizioni Le Magie Antiche (2015), vol. 1, pp. 65-66.
[2] Antonella Bartolucci, Le streghe buone. I simboli, i gesti, le parole. Come muta la medicina tradizionale nell’era di internet. Aliberti (Novara 2016), p. 80.
[3] Antonio Fernando Bonelli, Le magie antiche, Edizioni Le Magie Antiche (2015), vol. 1, pp. 65-66.