martedì 17 luglio 2018

Segnature tradizionali nell'era di internet

Avete presente? Ecco, almeno lui qualcosa di buono lo ha fatto.

Negli anni passati mi è già capitato di occuparmi della segnatura, ovvero quell’insieme di pratiche popolari volte a curare malattie, togliere fatture, benedire oggetti ma anche maledire e allontanare persone, il tutto fatto con orazioni segrete, piccoli rituali e gesti particolari, operati da uomini e donne dotate della “virtù”. Il più importante testo italiano sull’argomento a carattere antropografico è I guaritori di campagna di Paola Giovetti, di recente riedito in versione aggiornata; a esso si aggiunge Le streghe buone di Antonella Bartolucci, anch’esso rivisto un paio di anni fa con un capitolo sulla trasmissione delle segnature nell’era di internet. Oltre a questi esistono alcuni testi sui particolarismi regionali, come quelli di Centini e De Martino, ma soprattutto Le magie antiche, un’ampia raccolta di segnature a opera di Antonio Fernando Bonelli.
Qualche temoo fa mi è capitato di iscrivermi a una pagina Facebook che parlava per l’appunto di segnature (legata a quest’ultimo testo), e ho potuto constatare che si trattava per la maggior parte di persone che chiedevano di essere segnate per problemi di svariata natura (soprattutto fisica, ma anche legale, sociale e magica). Osservando la suddetta pagina per un po’ di tempo sono arrivato ad alcune conclusioni che mi sento di esporre, per fare un po’ di chiarezza sull’attuale concetto di segnatura perché, se questo articolo partiva con intenti accademici, si è per forza di cose trasformato, come vedrete, nella critica a determinati lavori e pensieri operati da persone ben specifiche.

La “purezza” della segnatura.
Un problema molto percepito da parte di coloro che dicono di praticare o anche solo apprezzano la segnatura, all’interno di quel gruppo Facebook (ovviamente chiuso ma con più di 12.000 membri), è la questione della sua “purezza”, ovvero il tenerla ben differenziata da pratiche diverse (e “fantasiose”, come sono state una volta definite), intendendo con questo, credo, tutte le forme di magia che non rientrano nella segnatura. Il che in teoria andrebbe pure bene.
Come ogni concezione di purezza, però, essa è molto utopica, anche in vista del fatto che essendo una pratica popolare, la segnatura è (per citare Francesco Dimitri) “profondamente impura”, essendo che mescola al suo interno molti elementi con cui, per un motivo o per l’altro, uno specifico segnatore è entrato in contatto. Questo si vede già benissimo nel libro del Bonelli quando, in un’orazione contro il malocchio (presumo di origine sarda), si dice: “Non sia magia, non sia stregoneria questa preghiera mia. Sia un mesto invoco ai santi, sia per il bene di tutti quanti. San Cipriano è la mia mano, i santi Cosma e Damiano sian cura ad ogni malattia, santa Maria il malocchio porta via.”[1] Ora, se la presenza della Madonna di certo non sorprende, forse lo fa un po’ di più quella di Cosma e Damiano, ma è soprattutto Cipriano a essere fuori posto: questo santo è, nella tradizione iberica e latinoamericana, il “santo fattucchiere” per eccellenza (tanto da avere un grimorio suo, il Ciprianillo), ma al tempo stesso è misconosciuto in Italia; sembra allora sensato pensare che questa orazione risenta come minimo di influenze spagnole, e che abbia davvero poco di “indigeno”…
Altra cosa che ho notato è che quasi tutti coloro che chiedono di essere segnati forniscono il nome di battesimo (a volte anche il cognome) e la data di nascita. Ora, né i segnatori che ho conosciuto (e di cui ho parlato ne Lo stregone del Monte Rosso e altre storie) né quelli intervistati dalla Giovetti hanno mai avuto bisogno di date di nascita per fare segnature, fossero anche a distanza (escluso un unico caso nell’aggiornamento del 2016): in effetti, a pura logica, non trovo alcun nesso tra un dato per così dire calendariale o astrologico e la segnatura. Eppure sembra stia diventando una pratica comune, per quanto nemmeno essa sia più vecchia di, credo, una ventina d’anni, e mi sento di attribuirlo a influenze new age o di altre forme di magia (anche perché, solo all’inizio del secolo scorso, molte persone non sapevano quando erano nate, quindi un vincolo del genere non avrebbe avuto senso, difatti si usavano più spesso il patronimico o il matronimico).
Infine, occorre parlare delle erbe, degli olii e delle candele. Ci sono infinite tradizioni che parlano dell’uso delle erbe nelle pratiche magiche, e la segnatura non fa eccezione: mi è stato ad esempio raccontato che in provinca di Teramo, nella prima metà del secolo scorso, alcuni segnatori usavano la canapa intrecciata per curare le storte, e sulla Giovetti si trovano altri casi di questo tipo. Ma volendo vedere, già nella Toscana del 1594 Gostanza da Libbiano, un’anziana segnatrice accusata di stregoneria, parlava dell’olio di iperico usato per ungere i mali, del caprifoglio in polvere, degli estratti di zucca e della candela bianca usata per recitare le orazioni per le puerpere. Respingere in toto l’utilizzo delle erbe in quanto pratica estranea alla segnatura mi pare dunque intellettualmente disonesto: al massimo si potrebbe dire che le formule sono andate perdute, ma ciò non toglie che alcune potrebbero essersi conservate ancora oggi, o che quelle di altre tradizioni possano essere utilizzate dai segnatori che, come vedremo, sono di bocca fin troppo buona…

Magia a pagamento, di nuovo.
Il discorso che intendo fare ora, va da sé, si basa sul fatto che tutte le persone coinvolte credono nell’efficacia delle pratiche magiche.
In un vecchio articolo che trovate QUI mi ero soffermato sul fatto che la magia dovrebbe sempre essere a offerta, e citavo per l’appunto le testimonianze dei segnatori della Giovetti: in realtà solo alcuni rifiutavano in toto le donazioni, la maggior parte le accettava sia per buona creanza, sia perché in alcuni casi si diceva che altrimenti il segno non avrebbe funzionato. Non vorrei allora essere stato frainteso: il mio intento non era dire che un segnatore (o un mago in generale) dovrebbe agire gratuitamente, bensì che non dovrebbe chiedere nulla di suo, ma accettare quanto la gente gli offre (in base a tante cose, non ultimo le disponibilità economiche); fanno eccezione riti particolari che richiedono materiali o se lui di sua iniziativa decide di non chiedere nulla, ma tant’è.
Cionondimeno, è importante che il paziente (o cliente, o richiedente, o come lo si vuole definire) dia qualcosa in cambio non soltanto per ciò che riceve (ovvero se l’operazione funziona), ma anche semplicemente per il fatto che il mago usa le sue conoscenze, il suo tempo, le sue energie e le sue risorse per operare a suo favore. Non dare nulla implica, in un certo senso, non dare valore al lavoro dell’altro e, sempre per citare Saluzio, “le preghiere senza sacrificio sono soltanto parole”. E tutto questo a maggior ragione in un mondo come il nostro dove, vista la penuria di lavoro, le persone dotate della “virtù” a volte hanno solo il loro dono per poter tirare avanti, o per arrotondare un magro stipendio. Questo concetto lo esprime magnificamente un’anziana segnatrice di Somma Lombardo (VA) intervistata dalla Bartolucci: “Io quando tolgo il malocchio o l’invidia chiedo un’offerta. Non è necessariamente in denaro, anche un po’ di verdura, o frutta del proprio orto […] Ma gratis no! […] Il lavoro energetico richiede energia, energia che viene dal Divino e non va disprezzato: per quanto dai, quanto ricevi! […] Il gesto di raccogliere frutta e donarla indica il dare valore e il voler impegnarsi per ottenere una guarigione. Se fa tutto un’altra persona per noi, sarebbe una pappa facile e monotona… non avrebbe neppure sapore.”[2]
Questa riflessione mi nasce da diversi racconti che mi sono stati fatti nel corso del tempo, dove persone che venivano contattate da estranei in cerca di aiuto si prodigavano in loro favore e, quando questi chiedevano cosa potessero dare loro in cambio (perché ci tenevano a ripagare!), essi rispondevano con una modesta cifra (ad esempio 10 o 20 euro); il cliente prometteva allora di pagare, ma in realtà scompariva dalla circolazione in barba alla parola data (fatti simili sono in realtà citati più volte anche dagli intervistati della Giovetti).
In tutto questo, ricordiamoci che molte delle persone che richiedono le cure da un segnatore si definiscono buone e devote cristiane. E che non di rado queste stesse persone chiedono ai segnatori delle magie per coprire le loro relazioni illecite, o incantesimi per allontanare i rivali, o fatture contro i parenti.

Il “corto circuito” della segnatura “solitaria”.
La raccolta del Bonelli vorrebbe sicuramente essere la più ricca per quanto riguarda le formule e i rituali di questa tradizione, eppure ho potuto osservare (assieme ad alcuni amici) che ha dato luogo a una sorta di “corto circuito logico” che ha interrotto la catena delle iniziazioni per poi riprenderla in maniera massiva e antitradizionale.
All’inizio del primo volume, l’autore dichiara infatti: “Sono un ‘Iniziato’. Ho avuto le mie iniziazioni per la pratica di tre differenti orazioni contro il malocchio (insegnatemi come ‘medicine dell’occhio’), due orazioni di Sant’Antonio ed altro ancora, ho fatto ricerche ed approfondimenti, dove è stato possibile farli e su tutti gli argomenti trattati. Pertanto ritengo di essere una Persona Idonea ad apprendere ed insegnare ad altri.”[3] Ma, precisa subito dopo, non è che aprendo il libro si possono subito usare le formule: bisogna fare attenzione a quando esse vengono insegnate, aspettare quella data (indicata nel testo), e a quel punto si può iniziare a usarle. Insomma, il libro in questione diventa una sorta di “iniziazione per corrispondenza” fatta a tutti i lettori, in vista del fatto che lui stesso è stato messo a parte di questi segreti. E dato che mi piace citarlo, l’accostamento col professor Emelius Browne viene abbastanza facile.
Da qui però nasce il corto circuito: il Bonelli è stato messo a parte di alcuni segreti della segnatura (tre per il malocchio, due per l’ergotismo e altri), ma di certo non di tutte e 58 le formule presenti nel libro (e aumentate ulteriormente nel secondo volume)! Però, a suo dire, egli può comunque tramandarle, anche se è evidente che in questo modo fa cadere la catena delle iniziazioni che, per molte di esse, si era (presumibilmente) tramandata ininterrotta per secoli. Infatti a un lettore qualunque basterebbe aspettare la data prescritta, e immediatamente diventerebbe capace di compiere con efficacia i segni, anche in barba al fatto che per alcune formule viene specificato che possono essere tramandate, ad esempio, solo ad altre tre persone!
Ovviamente, come ho potuto constatare dalla pagina Facebook, la cosa è andata ben oltre, e ora sembra essersi venuta a creare un’immensa quantità di orazioni (in realtà semplici preghiere, spesso malamente scritte da anonimi e spacciate per segnature), corredate da discorsi sui mantra, il reiki, i parassiti astrali (qualunque cosa siano) e altro ancora, che nulla c’entrano con questa pratica. Insomma, non serve più che sia un’altra persona a trasmettere la sapienza segreta, perché ora è tutta disponibile su internet, e per l’autorità metafisica dell’autore tutti possono essere segnatori.
Del resto, il Bonelli non accenna neanche una volta a un concetto sul quale tutti i segnatori intervistati dalla Giovetti e dalla Bartolucci premono molto, ovvero che per segnare è necessario avere il “dono” o la “virtù”, col quale si nasce o si sviluppa con l’apprendistato, ma certamente non leggendo un libro. Le parole funzionano, dicono anche, in vista del fatto che sono segrete, e se rivelate perdono la loro efficacia. Ma, per sua stessa ammissione fatta su un’altra pagina, il Bonelli non ha mai letto il libro della Giovetti…
Insomma, è venuta a crearsi una sorta di “segnatura solitaria” che, come per la wicca, è un evidente segno dei tempi. Con la differenza, lo preciso, che la wicca iniziatica sembra mantenere i suoi segreti, mentre la segnatura viene sbandierata ai quattro venti. Una svalutazione dell’arcano e una finta riscoperta della tradizione, insomma, che parte dalla distruzione della tradizione stessa.

Le segnature da conservare e quelle da buttare.
Come accennato, le segnature descritte ne Le magie antiche non sono associate a una specifica origine geografica: in copertina viene detto che esse provengono da “nord Sardegna, ovest e nord est Piemonte, centro e Sud Italia”; in questo modo, però, il lettore non può sapere se la segnatura contro il malocchio a p. 106 è sarda, piemontese, campana o di un’altra regione ancora. Il che potrebbe non importare a chi è più interessato all’efficacia pratica delle stesse, ma di contro interessa molto chi, come il sottoscritto, si occupa di folklore locale, o anche a una persona qualunque alla quale interessa riscoprire le tradizioni della sua terra natale (cosa che in teoria il libro si propone di fare).
Interrogato sulla questione, e cioè come si facesse a distinguere l’origine delle varie segnature da lui raccolte, l’autore ha risposto sulla sua pagina che esse provengono quasi tutte dalle province di Sassari, Cuneo e Novara, e solo in minima parte dal resto d’Italia, specificando inoltre che le segnature piemontesi si ritrovano praticamente uguali in Sardegna e nell’Italia Meridionale, e che le differenze riguardano per lo più la trasmissione delle stesse. Tuttavia, dopo avergli esposto più nel dettaglio il problema (ovvero l’impossibilità di distinguere una formula sarda da una piemontese all’interno del suo libro), il Bonelli ha risposto che è difficile stabilire un’origine certa, perché le segnature sono tutte estremamente simili tra loro, con minime variazioni (ad esempio verrebbero sostituiti i santi coi patroni dei paesi dove viene praticata la segnatura).
Questa risposta fa sorgere, per quel che mi riguarda, due problemi: il primo, è che l’autore del libro e raccoglitore delle formule in questione sembra ignorare la loro provenienza specifica, il che mi fa domandare in che modo siano state allora raccolte (se una signora cuneese mi parlasse di una segnatura, e io la mettessi su un libro, saprei che è una formula cuneese e potrei specificarlo). Il secondo problema è che, in vista di una presunta similitudine tra le formule in questione (in realtà già evidenziata dalla Giovetti, ma con le dovute cautele), il Bonelli pare dire che, per il suo libro, ha attuato una “scrematura” delle segnature, tenendo una determinata formula e scartando le varianti locali di cui è venuto a conoscenza in vista del fatto che, per l’appunto, erano varianti di qualcosa che già sapeva.
Questa operazione, che prevede che l’autore (già maestro metafisico che inizia secondo la tradizione ma rompendo con la tradizione stessa) decida quali formule devono sopravvivere all’oblio e quali no, è la morte della ricerca folklorica, in quanto le tradizioni di un luogo vengono cestinate secondo i dettami di qualcuno a cui questa cosa semplicemente non interessa. E dunque, se io volessi un giorno conoscere le segnature tipiche di una zona, o tracciare una mappa di diffusione di una formula, non potrei farlo, perché l’unico che aveva queste informazioni ha stabilito che erano solo piccole variazioni. A meno che, ovviamente, non si debba dare per scontato che le 58 formule del primo libro esistessero praticamente uguali sia in Piemonte che in Sardegna che in altre parti d’Italia, e dunque non servisse specificare nulla… Cosa che in realtà ritengo abbastanza improbabile.

“Non importa il perché!”
Come detto, sulla pagina in questione si trovano non solo preghiere ai santi, ma anche cose che nulla c’entrano e in netto contarsto col cristianesimo: ad esempio, se da un lato sono stato rintuzzato per aver parlato dell’uso delle erbe (che a detta di un’amministratice nulla c’entrerebbero con la segnatura), di contro costei pratica una “segnatura contro i parassiti astrali” (nella quale viene invocata l’energia cristica di Gesù, l’aiuto e la protezione dei Maestri del Potere Spirituale Superiore e dell’arcangelo Michele, per tagliare i lacci magnetici che impediscono l’evoluzione del soggetto). Oppure, quando un’utente si interrogava pubblicamente su come un segnatore dovesse rapportarsi col karma del paziente (sic!), la stessa rispondeva che il destino è già stato deciso da Dio, e dunque le segnature possono alleviare ma non modificare la volontà divina (in barba al libero arbitrio del cristianesimo).
Tutto questo strano e confuso insieme, dove si mescolano bigottismo cattolico e concetti new age, mi ha dunque portato a interrogarmi seriamente sulla serietà dell’opera del Bonelli stesso e delle persone che frequentano la sua pagina ufficiale, sia nei modi che ho espresso sopra, sia sulla sua effettiva preparazione in materia. Ne è dunque nata una discussione che riassumerò nel presente articolo, avendo come protagonisti me, l’amministratrice di cui sopra e lo stesso Bonelli.
Sono partito facendo notare che spesso, nella segnatura, si presentano elementi che appaiono esterni al cristianesimo: domandavo dunque in che modo le segnature (evidentemente cristiane, a vedere la pagina in questione) potevano essere distinte tra “canoniche” e fasulle. L’amministratrice mi risponde che in ogni cultura ci sono cose simili alle segnature, semplicemente quelle cristiane si distinguono per elementi come la presenza dei santi, ma ce ne sono alcune che non li nominano: a lei personalmente questa cosa non sembra interessare, e non si è mai posta un simile problema, perché le fa con fede. A quel punto il Bonelli mi spiega l’etimologia di segnatura (da signo, diventato poi sinonimo di “segno della croce”), ma che pratiche simili si ritrovano anche nel paganesimo, ovviamente con segni diversi; fa quindi notare che molte segnature cosiddette “cristiane” fanno in realtà uso di elementi “pagani” (conchiglie, sassi, chicchi di grano e via dicendo), e che dunque in molti casi si tratterebbe di riti antichi adattati al cristianesimo.
La mia domanda originaria, su come si distingua una segnatura vera da una fasulla, resta comunque senza risposta, ma decido di approfondire la questione portata all’attenzione dal Bonelli stesso, e chiedo se le segnature (in vista della loro origine pagana) siano associabili a qualche civiltà dell’Italia antica. Vengo subito ripreso dall’amministratrice, che mi dice da un lato che i segnatori usavano quello che trovavano, senza stare a pensarci (come il fico, che cresceva in ogni cascina), e dall’altro che proprio per questo non serve tirare in ballo Romani e Celti; anzi, parlare di pratiche pagane rischia di portare a parlare della “ritualistica”, che non c’entra nulla con l’argomento del gruppo.
Faccio allora notare che la faccenda del paganesimo è stata tirata in ballo dal Bonelli, non certo da me, e oltre a questo faccio presente che, da racconti fattimi in prima persona, nel Teramano del secolo scorso si usava il noce per alcune segnature, e veniva specificato che doveva essere proprio quella pianta, e non il melo, il pero o il ciliegio: la mia domanda, insomma, nasceva dal fatto che potesse esistere o meno una particolare simbologia delle piante. Mi viene quindi risposto che le segnature vengono fatte col cuore e il perché siano così non è importante ma, quando ribatto che a uno studioso di storia e folklore il perché importa eccome (citando anche De Martino), il Bonelli interviene chiudendo il tutto, dicendo che si sta andando off-topic e che mi sono già state date abbastanza informazioni che spera siano utili ai miei studi. A conclusione, in un altro topic, l’amministratice pensa bene di lanciarmi una frecciatina, dicendo (riguardo tutta la discussione) che lei le segnature le fa col cuore, ma evidentemente non tutti hanno la sua stessa “fede”.
Questo atteggiamento è in realtà molto diffuso presso tutti. In un determinato giorno, ad esempio, qualcuno passa una “segnatura”, che di base può essere appresa solo in quel momento; se una persona la vuole, ma non arriva in tempo, nulla le impedisce di scaricare il file e prenderla comunque. Se poi la segnatura in questione richiede qualche strumento, e quella non lo ha, sembra sia lecito recitarla comunque, perché tanto “basta la fede” a far funzionare il tutto, Dio ascolta sempre. Ma, a questo punto, che senso ha parlare di giorni prestabiliti, di strumenti specifici, insomma di segnature? Una preghiera recitata col cuore vale quanto una segnatura tramandata da secoli… Si tratta dunque solo di estetica?

Cos’è una segnatura?
Ricapitolando: per quanto l’amministratrice sia stata la vera protagonista della discussione, vorrei tirare le somme e far notare alcuni comportamenti del Bonelli, ovvero che difficilmente risponde a una domanda in maniera diretta, perché la maggior parte delle volte (come visto anche sopra) tende a girarci attorno o a sviare l’argomento. A questo aggiungo che più di un segnatore da me contattato (e che ha ricevuto i segni in maniera tradizionale) ha detto che non trova alcuna corrispondenza, neanche minima, tra le formule e le pratiche del libro del Bonelli e le proprie (e io continuo a trovare sospetta l’aria “afroamericana” di tante formule e rituali, ad esempio quello delle buste a p. 269 del primo volume, molto vicina all’incantesimo santero di sant’Alessio per allontanare una persona).
È anche interessante notare come, nell’aggiornare i propri libri nel 2016, né la Giovetti né la Bartolucci abbiano preso in minima considerazione il Bonelli e la sua opera: la seconda, addirittura, ha intervistato l’amministratore della pagina I Guaritori di Campagna, di cui il Nostro faceva parte anni fa per poi essere bannato in quanto, mi è stato detto, la usava per pubblicizzare privatamente il suo libro. E a questo posso anche crederci, essendo che ho trovato pubblicità de Le magie antiche anche su pagine Facebook di teenager “satanisti” appassionati di occultismo (ma probabilmente si trattava di un pio tentativo di conversione!). E anche il fatto che il secondo volume de Le magie antiche riporti per più della metà le stesse segnature del primo (e siano stati pubblicati lo stesso anno) mi dà un po’ da pensare…
Una cosa interessante viene anche dalle interviste radiofoniche al Bonelli (che trovate facilmente su YouTube), che esplicano il suo pensiero sulla faccenda in maniera piuttosto approfondita: in una di esse, al di là della feroce ma stereotipica critica alla Chiesa Cattolica, dice che le segnature si ritrovano anche in altre civiltà e religioni, ad esempio nel mondo arabo, dove si recitano preghiere speciali per guarire determinati mali. Ma, a questo punto, qualunque forma di scongiuro o per estensione di magia “semplice” rientrerebbe nella segnatura, che perderebbe le sue caratteristiche peculiari (come in effetti accade sulla sua pagina, dove chiunque sembra essere in grado di segnare recitando delle semplici preghiere).
Ma le sue segnature funzionano? Del resto dovrebbe essere quello l’importante, e a sentire i membri della sua pagina sembrerebbe di sì… Anche se, in effetti, essi (oltre al venerare il Bonelli come un santo vivente) usano praticamente qualunque cosa capiti loro a tiro e che abbia il nome di un santo. Ma per spiegare questo, rimando ai concetti della chaos magick trattata brevemente QUI, dove trovate anche un sunto sulle caratteristiche della segnatura.
A voi il tirare le somme… A me se non altro consola il fatto che nessuna segnatura reale dovrebbe essere stata consegnata all’oblio in questo modo.
Sì, lo so, è tutta invidia, signora mia.

BIBLIOGRAFIA (seria)
·         AA. VV., Int u segnu. Guaritori popolari e pratiche magiche nelle Quattro Province, Barabàn (2014)
·         AA. VV., Le tradizioni popolari in Italia. Medicina e magia, Banca Provinciale Lombarda (1989)
·         Antonella Bartolucci, Le streghe buone. I simboli, i gesti, le parole. Come muta la medicina tradizionale nell’era di internet, Aliberti (2016)
·         Franco Cardini, Gostanza, la strega di San Miniato, Laterza (1989)
·      Massimo Centini, La medicina dimenticata. Magia e medicina popolare in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, Yume (2014)
·   Massimo Centini, Medicina sacra. Viaggio nelle pratiche medico-magiche del folklore italiano, Accademia Vis Vitalis (2011)
·         Ernesto De Martino, Ricerca sui guaritori e la loro clientela, Argo (2008)
·         Paola Giovetti, I guaritori di campagna tra magia e medicina, Mediterranee ( 1984, ried. 2016)



[1] Antonio Fernando Bonelli, Le magie antiche, Edizioni Le Magie Antiche (2015), vol. 1, pp. 65-66.
[2] Antonella Bartolucci, Le streghe buone. I simboli, i gesti, le parole. Come muta la medicina tradizionale nell’era di internet. Aliberti (Novara 2016), p. 80.
[3] Antonio Fernando Bonelli, Le magie antiche, Edizioni Le Magie Antiche (2015), vol. 1, pp. 65-66.

lunedì 12 febbraio 2018

Il culto di sant'Espedito






All’interno dei culti afroamericani un posto importante è detenuto da sant’Espedito: è presente sia nel vudu di Hispaniola che in quello di New Orleans, ma anche nell’umbanda brasiliana; tuttavia, la sua devozione trascende la semplice identificazione con antichi dèi (il suo culto è infatti molto diffuso anche in Italia), ma è sempre corredato da pratiche devozionali proprie, spesso di tipo magico
Rappresentato in genere come un giovane uomo vestito da centurione romano, reca nella mano sinistra la palma del martirio, nella destra una croce con la scritta hodie (“oggi” in latino) e sotto i calzari schiaccia un corvo, il quale spesso tiene nel becco una pergamena con la scritta cras (“domani”): questo perché, secondo la tradizione, Satana in forma di corvo gli intimava di rimandare la sua conversione col verso “Cras! Cras!”, ovvero “Domani! Domani!”, ma il santo lo vinse attuando immediatamente la sua adesione al cristianesimo. Da questa storia è derivata non solo l’iconografia, ma anche la potestà di sant’Espedito come operatore di miracoli immediati (aiutata anche dal nome, che significa sia “armato alla leggera” che “veloce”), tanto da guadagnarsi appellativi come “il Santo dell’Undicesima Ora” o “il Santo dell’Ultimo Minuto”.

LE ORIGINI DEL CULTO

La statua di sant'Espedito nella chiesa di San Nicolao a Milano.

Dal Martiriologio Geronimiamo della prima metà del V secolo apprendiamo unicamente che l’armeno Espedito venne martirizzato a Melitene (oggi Malatya in Turchia) assieme a Ermogene, Gaio, Aristonico, Rufo e Galate, e che la ricorrenza cadeva il 19 aprile. Il suo culto si ritiene erroneamente essere divenuto celebre a partire dalla Sicilia o dalla Germania del XVIII secolo, quando in realtà ne abbiamo attestazioni già nella Exorbepeys del XVI e nella Torino del XIV secolo, dove dava il nome a una contrada in quanto patrono dei commercianti (sebbene questa attestazione non incontri il consenso unanime degli studiosi). Tuttavia, la mancanza di storie su di lui ha fatto in modo che la devozione popolare prendesse a elaborarne moltissime, tanto da circondare la figura del santo di svariate leggende. Per quanto non si abbia alcuna nozione del periodo storico nel quale sia vissuto, alcune storie lo vorrebbero ad esempio martire nel 303 sotto Diocleziano, nonché comandante della Legione Fulminante e operatore del miracolo della pioggia durante le campagne in Germania di Marco Aurelio (vissuto in realtà più di un secolo prima); altri racconti ancora lo collegherebbero al martirio di santa Filomena, e lo assocerebbero a san Maurizio e alla Legione Tebea.
Sul finire del XIX secolo la Chiesa tentò più volte di correggere queste dicerie, soprattutto in vista delle lamentele di alcuni vescovi che avevano notato come i fedeli offrissero preghiere e atti devozionali al santo unicamente in vista della sua efficacia nell’esaudire le richieste: tutto ciò era, nella sostanza, più simile a una pratica pagana o superstiziosa che a una sincera devozione cristiana. Tuttavia, per quanto venne diffusa la notizia che la Santa Sede avesse proibito il culto di sant’Espedito, non ci fu mai alcun provvedimento del genere, e anzi ancora oggi esso è fiorente soprattutto in Italia, in Francia e nei Paesi sudamericani; cionondimeno, al termine del Concilio Vaticano II, Paolo VI inserì il santo nel novero di quelli la cui attendibilità storica era più dubbia (anche in vista del fatto che, a dispetto delle leggende, non se ne conservano reliquie ufficiali), dunque rendendo opzionale la celebrazione della sua festa nel calendario liturgico.
La leggenda della nascita del culto, tuttavia, è abbastanza simile in tutto il mondo, per quanto presenti numerose varianti locali: la più vecchia dovrebbe essere quella ambientata a Parigi attorno al 1781, allorquando venne inviata a una comunità di suore una cassa contenente le reliquie di un martire dalle catacombe di Denfert-Rochereau; non vi era indicazione alcuna riguardo l’identità delle ossa, ma sulla cassa compariva la scritta expedité (posta celere), che venne interpretata come il nome del santo. La stessa cosa si racconta anche a New Orleans, ad Haiti, a Sao Paulo in Brasile e sull’Isola della Riunione nell’Oceano Indiano, dove sant’Espedito è venerato da pagani, cristiani, buddhisti e hindu indifferentemente. Un caso piuttosto particolare è quello della comunità italiana di Independence, in Louisiana, dove all’inizio del XX secolo venne edificata una cappella in onore del santo: qui la gente del posto non si limita alle normali offerte e pratiche cultuali, ma in determinate occasioni indice in suo onore grandi feste con danze e banchetti, parte dei quali viene offerto direttamente al santo (soprattutto gli hot dog con salse speciali).

IL SANTO NEI CULTI AFROAMERICANI

Sant'Espedito identificato con gli dèi Baron Samedi e Logun Edè.

Già attestato a metà del XX secolo, sant’Espedito venne identificato ad Haiti, come visto, con alcuni Ghede, in particolare Baron La Croix, Baron Samedi e Ghede Limbo, presumibilmente in vista della presenza del corvo (come forse anche sant’Elia, che viene identificato con Baron Cimetiere). Non a caso, un particolare tipo di incantesimo che usa i defunti per far del male a qualcuno è detto sia envoi morts che expeditions, ovvero “invio” (dei morti), e il santo viene esplicitamente invocato in esso; colui che attua l’operazione deve convincere l’entità a concedergli l’utilizzo delle anime dei defunti, blandendola con offerte di cibo (ad esempio banane) e spiegandole perché ciò che sta facendo è per una giusta causa. Nel caso in cui qualcuno si accorga di essere soggetto alla maledizione, può a sua volta rivolgersi al santo per ottenere la liberazione dalla stessa: a quel punto viene piantato un banano e l’incenstesimo passa a una gallina appositamente predisposta (e se la pianta vive, significa che l’operazione è riuscita).
A New Orleans il culto di sant’Espedito è storicamente legato alla chiesa della Madonna di Guadalupe, costruita nel 1826 come cappella mortuaria nei pressi del cimitero di St. Louis, all’epoca di un’epidemia di febbre gialla, e che è tutt’oggi l’edificio di culto più antico della città; in essa, la sua statua è (involontariamente) contrapposta all’altare di san Giuda Taddeo, come se esistesse una differenziazione di devoti, da un lato buoni cristiani e dall’altro più pagani. Una delle leggende locali vorrebbe, come da tradizione, che le Orsoline del posto abbiano chiesto alla madrepatria una statua della Madonna, ricevendo però due casse: in una c’era quanto richiesto, e nell’altra la statua di un santo in abito da centurione con la scritta expedité; dopo aver inviato in Francia una lettera dove si chiedeva di che santo si trattasse, ma non avendo mai ricevuto risposta a causa della guerra, si decise di chiamarlo “Espedito”. In vista anche di questo, alcuni religiosi del posto ritengono che la vera festa del santo in questione dovrebbe essere il Martedì Grasso o il 1 aprile (il Pesce d’Aprile) piuttosto che il 19.
Proprio in relazione al Martedì Grasso, esiste una tradizione popolare che vorrebbe che sia proprio questo santo ad “aprire” il Carnevale, sorgendo all’ingresso del cimitero e facendo un rituale alle 4 di notte in Congo Square per sancire e propiziare la festa. La prima processione è quella della North Side Skull and Bones Gang, nella quale persone vestite da scheletro vanno per le strade ricordando alla gente l’imminenza della morte; i genitori li fanno entrare nelle case per svegliare i bambini, ai quali dicono di essere sempre obbedienti, andare a scuola e non mettersi nei guai, o moriranno (sant’Espedito è infatti colui mette fine alla procrastinazione, e in un certo senso invita a vivere il momento). Processioni simili avvengono anche nel giorno di san Giuseppe e in quello dei Morti, e ciò si deve soprattutto al fatto che il vudu di New Orleans ha accolto l’identificazione del santo con Baron Samedi, figura altrimenti assente dalle tradizioni della Louisiana.
Infine, anche il candomblé e l’umbanda hanno identificato sant’Espedito con un orisha, nella fattispecie Logun Edé, che secondo la tradizione africana sarebbe il signore dei laghi, figlio di Oshosi e di Oshun (o, secondo altri miti meno diffusi, di Ogun e di Yansá): per tale motivo egli è sia cacciatore che pescatore, e vive sei mesi nelle foreste col padre e sei mesi nelle acque con la madre; secondo alcune storie sarebbe il principe degli dèi e intimo amico di Yewà. Rappresentato come un bambino o un giovane uomo, non essendo ancora maturo ha tratti delicati e la sua sessualità appare indefinita, dunque è anche diventato uno dei patroni degli omosessuali (si dice si sia anche travestito da donna per corteggiare la sua amata a insaputa del padre). Nell’umbanda rappresenta la mancanza di responsabilità e costanza, ma il suo axé viene invocato appunto per risolvere situazioni problematiche in breve tempo.

LE PRATICHE DEVOZIONALI

Un esempio del classico altare di sant'Espedito.

Oltre a statue e dipinti nelle chiese, cui si accendono candele, sant’Espedito gode in Louisiana di un culto privato molto fiorente, che prevede la costruzione di veri e propri altari domestici in suo onore (cosa che invece è assai rara da trovare nei luoghi di culto pubblici). Essi sono di base molto semplici, e prevedono una raffigurazione del santo (a volte una statua, che se cava viene riempita con erbe particolari, ma più spesso semplici immaginette), una candela (in genere bianca o rossa) e un bicchiere d’acqua (meglio se piovana e raccolta durante un temporale, in relazione alla Legione Fulminante); a questi si aggiunge una campanella d’argento, che viene suonata tre volte per “svegliare” il santo, per quanto picchiare il bordo del bicchiere o bussare all’altare sia considerato ugualmente efficace. Con la diffusione della magia delle candele, che prevede una particolare simbologia dei colori, anche a sant’Espedito vengono accesi ceri di colore diverso in base alla richieste, spesso unti con un olio particolare a base di rosa, garofano e cannella.
Quando si fa una richiesta, l’immagine del santo viene capovolta in attesa che essa abbia risoluzione e, se ciò avviene, gli si offrono alcune bevande (in genere acqua, latte, vino rosso o rum bianco) e cibi (quello tradizionale è una fetta di pound cake, un dolce a base di burro e zucchero tipico della Louisiana, ma vengono offerte anche le verdure verdi con spezie cajun e creole); di base, comunque a sant’Espedito sono graditi gli atti di carità e beneficienza, ma anche che la sua fama venga incrementata: per questo il devoto ha, dopo aver ricevuto la grazia, il dovere di parlare del suo benefattore ad altre persone, far scrivere articoli di giornale su di lui, mostrare sue immagini o fare dichiarazioni pubbliche sul web. La tradizione vuole che il santo si riprenda ciò che ha concesso qualora non venga ricompensato.
Oltre a questo, l’hudu prevede svariate pratiche magiche correlate a sant’Espedito. Ad esempio, esistono dei dollari fittizi con la sua effige che vengono stampati per essere tenuti nel portafogli in segno di buon augurio, o unti con l’olio di cui sopra per attirare denaro. Altra usanza è quella della bottiglia di sant’Espedito, che viene colorata di rosso e adornata con croci e immagini (il santo, la Madonna di Guadalupe, il simbolo planetario di Mercurio), avendo un mazzo di penne di corvo sulla cima; all’interno vengono messi alcuni oggetti (pirite, sabbia magnetica, cannella, pietre rosse, basilico e altre erbe) assieme a una pergamea con la richiesta, e il tutto viene poi coperto con rum bianco in attesa che avvenga la grazia. E ancora, si possono confezionare dei talismani riempiendo dei proiettili con noce moscata, bacche di pimento, terra di formicaio e spezie piccanti, assieme a ingredienti particolari a seconda della richiesta (petali di rosa per l’amore, pirite per i soldi, cenere di atti di tribunale per le questioni legali).
Pratiche più particolari, e che vedono l’associazione di sant’Espedito con Baron Samedi, sono in genere gli incantesimi di morte attuati nei cimiteri: il praticante “consacra” uno specifico camposanto cercando la tomba più vecchia con una croce, chiede al defunto lì sepolto di poter operare e traccia il simbolo del santo con polvere di mattone e cenere di palma, dopodiché vi pone le offerte (secondo la tradizione vudu) e accende una candela rossa per il santo, una nera per il dio e una bianca per la Trinità. In genere gli incantesimi fatti in questo modo servono ad allontanare le persone, ma ne esistono anche per causare la morte.
Ovviamente solo alcuni di coloro che si rivolgono a sant’Espedito sono praticanti di magia, in quanto la maggioranza dei fedeli è composta da semplici devoti. A questo proposito, una delle pratiche più comuni è quella della “novena delle nove ore” o “novena volante” praticata soprattutto dagli studenti che chiedono aiuto per gli esami: si tratta in sostanza di una novena che anziché essere recitata una volta al giorno, viene fatta una volta all’ora, in accordo con la velocità tipica del santo, composta dall’atto di contrizione, la preghiera specifica (che varia ogni ora), tre Padre Nostro, un Memorare e un’Ave Maria. Altra forma di preghiera è il triduo, durante il quale si recita una preghiera al santo (sempre diversa) corredata da un Padre Nostro, un’Ave Maria e un Gloria al Padre, per tre giorni consecutivi bruciando una candela bianca e offrendo fiori rossi. Infine, esiste anche la novena vera e propria, di durata normale, durante la quale la preghiera varia sempre ma il devoto inserisce la sua specifica richiesta, concludendo con un Padre Nostro, tre Ave Maria e un Gloria al Padre. Va comunque specificato che, oltre a queste, esistono numerosissime preghiere per sant’Espedito, frutto della devozione popolare.

lunedì 18 dicembre 2017

Neopaganesimo: perché gli dèi sono allibiti



Articolo pubblicato su Cattedrale dei Santi Tesla e Norton I il 13/12/2017.

A tantissimi neopagani piace scherzare sul fatto che gli altri (molto spesso i parenti) li percepiscono come satanisti: una volta questo era motivo di preoccupazione, si faceva attivamente propaganda per spiegare che non era così, mentre oggi ci si può scherzare su… almeno un po’ di più.
Però in effetti avete mai provato a mettervi nei panni di una persona qualunque (non necessariamente un cattolico, ma proprio la persona qualunque) che decida di interessarsi al neopaganesimo, facendo una bella e approfondita ricerca su internet, magari contattando anche i diversi gruppi? Stabiliamo per assurdo che parta senza alcuno specifico pregiudizio. Cosa troverebbe?
«Ah, dici che non porto prove storiche a questa cosa? Be’, tua mamma è una puttana!»
«La nostra tradizione è assolutamente apolitica, per quanto si stesse meglio quando c’era LVI.»
«Solo la donna può entrare in comunione con gli dèi, per questo l’uomo la teme e la maltratta!»
«Noi adoriamo gli antichi dèi della nostra terra, la Padania, e se sei terrone non puoi adorarli con noi!»
«Il papa controlla degli alieni invisibili che ci succhiano le energie!»
«Queste sono le magie tramandatemi da mia nonna, che siano uguali a quelle della wicca è una coincidenza.»
«Ora celebreremo il rito della cabala dei druidi, che ci è arrivato dagli dèi bianchi di Atlantide!»
«Non attaccatevi troppo ai libri: io non ho mai letto nulla, le cose le ho imparate per istinto!»
«Oggi parleremo degli antichi dèi dell’Italia celtica, prima fra tutti Morgana, la dea della magia!»
«Ah, io so talmente tante cose segrete che se dovessi dirtele ti esploderebbe la testa! Per questo non lo farò.»
Tutte queste frasi non sono invenzioni, e se bazzicate abbastanza l’ambiente neopagano potete anche riconoscere chi (o il gruppo che) le ha pronunciate. E credo che sia abbastanza chiaro che hanno come denominatore comune quella che potremmo definire “devianza”: sociale, politica, accademica, e chi più ne ha più ne metta. Idee e atteggiamenti che rasentano l’assurdo, portati da persone che sono in cerca di attenzione e autocelebrazione, o che hanno fini politici (sempre di estrema destra) che cercano di nascondere dietro una parvenza devozionale. Insomma, seriamente, che idea si farebbe la persona media davanti a tutto questo? Ovviamente che il neopaganesimo è composto per lo più da spostati e da gente in malafede con tendenze violente (anche solo verbali). E non è che possa dargli torto…
So perfettamente che non sono (anzi, non siamo) tutti così, e per fortuna: tuttavia credo che sì, la maggioranza sia composta da questa gente qui, ed è un problema. Anzitutto perché con persone simili non si può discutere né trovare un’intesa, come con chiunque ritenga di aver trovato la verità ultima; la seconda è che, per il loro numero, se non diventano la “faccia” del neopaganesimo italiano, sicuramente diventano quelli che più facilmente si possono incontrare…
All’ultimo sinodo vaticaos si è anche detto che, nella maggior parte dei casi, i tizi in questione vengono da ambiti di formazione che non hanno nulla a che fare con lo studio della religione (ovvero le scienze umanistiche), e anzi che sono in genere persone che non hanno la benché minima formazione accademica.
E a questo punto domanderete: “E allora? Mica c’è bisogno di una laurea per fondare un culto!”
Ovviamente no. Ma al giorno d’oggi, vista la quantità di stronzate e bufale che circolano sul web, è soprattutto una questione di strumenti.
“Avere gli strumenti” significa avere la capacità di discernere fra loro le cose, secondo determinati canoni che si sono appresi, in questo caso, studiando antropologia, storia, letteratura e via dicendo. Se una persona legge il libro di Tommaso Braccini (professore di filologia classica a Torino) che parla dell’Aldilà secondo i Greci e i Romani, non è esattamente come leggere quello di Aradia Noctis (laureata all’Università della Vita) che parla dello stesso argomento. Ma anche ammettendo che i due autori siano, per titolo di studio, equivalenti, se uno dice che Odino è il dio norreno della conoscenza, e l’altro che è il dio egizio del sole, la persona che non sa nulla di nulla di tutto questo, crederà a uno o all’altro a seconda del suo gusto… o di quale libro gli è capitato in mano per primo.
Questa capacità di discernimento viene, come tutte le altre, dall’istruzione: per tale ragione un neopagano laureato in giurisprudenza può sapere tutto di diritto civile e penale, ma sarà convinto che Odino è il dio egizio del sole. E se la cosa viene fatta notare, apriti cielo, significherebbe che lui ha commesso un errore, equivarrebbe a renderlo uno zimbello davanti agli altri, e tutto questo significa essere ignoranti e deboli. E nessuno vuole essere ignorante e debole, quindi meglio difendere le proprie assurde posizioni fino allo sfinimento dell’“avversario”, perché tanto è religione, e la religione è indimostrabile.
Poi insomma, non vorrei dire, ma è indimostrabile fino a un certo punto: non posso dimostrarti che Odino esiste, ma posso dimostrarti che era adorato in Scandinavia e non in Egitto, non so se ci siamo capiti…
Ah, ma sia chiaro: non intendo dire che uno che non ha una laurea umanistica non possa metter su una fede decente o non possa informarsi seriamente: sto dicendo che, a quanto mi è capitato di vedere in quasi vent’anni, costoro sono una nettissimissima minoranza… E se uno è un laureato (o un professore) in qualche disciplina umanistica e non ha i suddetti strumenti, allora è semplicemente scemo, o in malafede.
Del resto lo sappiamo perfettamente tutti quanti, l’importante nel neopaganesimo non è la religione, ma la magia: questo elemento è ciò che ci rende diversi dai Cristiani, che la magia la odiano e preferiscono pregare per una grazia, fermo restando che se avviene qualcosa di palese, probabilmente è Satana. Tuttavia, per i Neopagani gli dèi servono anzitutto per ottenere cose materiali (soldi, amore, fortuna, salute), e solo poi si può pensare di rendere loro omaggio perché sì, sono ANCHE le forze che reggono l’universo, però è più importante portarsi a letto la tipa o vendicarsi del collega bastardo.
De gustibus, ognuno può scegliere un percorso più di tipo religioso o più di tipo magico, nulla di male. Se non che questa scelta spesso è anche un importante indizio di com’è la persona in questione: se uno viene a dirci che «Oggi invoco Vishnu, domani Ishtar, dopodomani Cthulhu, dopo ancora mi baserò sulla mia sola volontà, tanto l’energia è sempre energia, non importa che nome le dai, l’importante è che funzioni!», credo che abbiamo tutti capito che persona è.
C’è però un altro fattore di discernimento, che a me personalmente piace molto come metodo per distinguere il genere di neopagano che abbiamo davanti, ovvero la sete di conoscenza.
«Ma Vostra Eminenza, tutti i Neopagani sono assetati di conoscenza, altrimenti sarebbero rimasti a fare i chierichetti nelle chiese o gli sfaccendati sulla community dell’UAAR!»
Sì, ma c’è modo e modo. Ad esempio, quando uno entra a far parte di un gruppo o di una tradizione specifica, ecco che di partenza questa fornisce già tutta una serie di pratiche per ogni bisogno. Ad esempio, se un tizio decide di aderire al ricostruzionismo romano e avesse bisogno di far innamorare qualcuno, gli verrà spiegato come fare un rito in onore di Venere, dopo avergli dato la tessera di Casapound. Oppure, se aderisce a un bel gruppo pseudo-wiccano-eclettico-new age che ama lasciare mozziconi nei boschi, e avesse bisogno di salute, ecco che gli verranno spiegate le proprietà delle erbe e delle pietre per ottenerla. Insomma, a ognuno il suo, con contaminazioni, scambi di tradizioni, e tutto quanto… per non chiamarli arraffamenti indebiti giustificati malissimo.
Il punto è: se ho imparato un metodo per ottenere l’amore o la salute, mi serve saperne altri?
La risposta più logica sarebbe no: squadra che vince non si cambia. E infatti se sai già fare una cosa in un modo, saperlo fare in altri è un mero vezzo, una curiosità oziosa che al massimo può darti un’alternativa in caso di bisogno. Ma la cosa si ferma lì.
Saltiamo un attimo indietro nell’antica Roma, e vediamo la carriera religiosa di Pretestato (personaggio famoso molto vicino a Giuliano l’Apostata, e per certi versi “pagano modello”): era pontefice di Vesta e di Sole, nonché augure, nonché curiale di Ercole, e accanto a queste cariche romanissime aveva tutta una lista di iniziazioni a vari culti misterici stranieri, ovvero Mitra ed Ecate (di cui era a capo), Cibele, Dioniso, Iside e l’immancabile Eleusi.
Forse il buon Vezio era un po’ esagerato (o molto pro), ma sappiamo bene che l’attività religiosa “plurima” era molto in voga nel mondo classico, dove esistevano anche tutt’un insieme di filosofie e religioni compatibili fra loro e, laddove non c’era evidente compatibilità, la si trovava (o Gesù Cristo non sarebbe finito nei formulari magici dell’epoca). Insomma, c’è la mia tradizione d’origine, ma ce ne sono anche tante altre che posso imparare a conoscere e fare mie, anche se quella che ho già mi spiega perfettamente come riempirmi la pancia e cose simili.
Ma volendo ben vedere, una tale concezione non è nemmeno lontana da quel che dice Faust nel primo monologo, quando afferma di aver già studiato logica, medicina, diritto e teologia, e solo a quel punto approda alla magia, perché le altre scienze non l’hanno soddisfatto. E del resto i maghi della sua epoca erano figure molto ecleticche, che si dilettavano di svariate arti esoteriche, e così sono proseguite le cose, a costo di “una certa verbosità”, per citare il professor Emelius Brown. Tutto poi si è fuso in un pastrocchio da cui forse solo ora ci stiamo districando, ma questa è un’altra faccenda: ciò che importa è che la sete di conoscenza portava gli studiosi d’esoterismo a intraprendere cammini plurimi, conoscere tradizioni diverse, e saper ottenere la stessa cosa in mille modi disparati non perché servisse, ma perché era bello e soddisfacente.
Però no, se hai una tradizione è quella e solo quella, dicono tanti neopagani (in particolari i ricostruzionisti o presunti tali). E l’apice dell’imbarazzo l’ho avuto quando ho scoperto che il membro di un noto gruppo di appassionati della romanità ha pubblicato un libro sulla magia nel mondo classico, spiegando per filo e per segno come farsi in casa un bellissimo altare con il pentacolo, la coppa, la bacchetta e l’athame… pardon, la spada magnetizzata in minuatura. Proprio come i Greci e i Romani!
E se tu che stai leggendo non ti senti parte della maggioranza di questi spostati/estremisti/ignoranti/frustrati, ricorda di non smettere mai di scoprire cose nuove, di approfondire nuove vie, di conoscere nuove religioni, e di controllare che la persona di cui sta leggendo o con cui stai parlando non si sia laureata nella capanna di un dio mentre era in forma astrale…
Perché l’importante è vivere la propria religione appieno, ma se quest’appieno consiste in intrighi sul web, minacce per reati d’opinione, studio dogmatico di testi farlocchi e adorazione di un leader che vuole solo che gli si lecchino i piedi… probabilmente c’è qualcosa che non va.
Ma è solo un mio parere, eh!

Sua Eminenza Prospero
Segretario dello Stato Vaticaos
Gran Maestro dell’Ordine Serpentista
Custode della Biblioteca del Grifone Imperiale
Marchese e Visdomino di Fraticello delle Puglie