giovedì 20 ottobre 2016

Storia della Magia 04 - La magia nel Medioevo



LA NEGROMANZIA
 
Il Dottor Faust evoca il demone Mefistofele secondo un rito negromantico.

Per “negromanzia” (dal greco nekros, morto, e manteia, divinazione) si intendeva in origine, come visto, l’arte di comprendere il futuro attraverso l’evocazione dei morti; nel Medioevo però, dato che si pensava che le anime appartenessero solo a Dio, e che dunque gli spiriti evocati dai maghi non potessero essere altro che demoni, il termine andò a indicare la magia ritualistica di tipo evocatorio. Il mago dell’immaginario popolare trae dunque origine dalla figura dei negromanti medievali: essi, per la maggior parte uomini di Chiesa (che sapevano leggere e avevano più tempo libero rispetto a una persona comune), imparavano dai libri numerose forme di magia e, secondo gli inquisitori, promettevano obbedienza ai demoni e si consacravano a loro; nell’esercizio dell’arte magica praticavano ogni genere di ascetismo: digiunavano, si lavavano, si rasavo, si mantenevano casti e si vestivano di nero o di bianco (secondo alcuni per attirare i demoni, secondo altri per proteggersi). Alcuni libri di negromanzia sono giunti fino a noi, come il Manuale di Monaco tedesco, il Libro di Oberon inglese, il Liber Juratus francese, la Chiave di Salomone italiano e il Libro del Comando dello pseudo-Agrippa; parimenti, sebbene la maggior parte dei negromanti fossero anonimi, alcuni divennero celebri soprattutto nel Rinascimento, come John Dee (1527-1608) e il già citato Cornelio Agrippa (1486-1535).
In generale, gli scopi di questa magia rituale rientrano in tre categorie principali: influire sul corpo e sulla volontà altrui, creare illusioni, e discernere le cose segrete, passate, presenti e future. Le tecniche negromantiche possono essere molto complesse, ma si basano su pochi elementi principali: cerchi magici, scongiuri e sacrifici. Il cerchio si può tracciare a terra con un pugnale o una spada, o disegnare su una pergamena o un panno; a volte è semplice, poco più di una forma geometrica, altre molto complicato, con all’interno scritte e simboli di vario genere, siti per gli oggetti magici (spade, scettri, coppe, amuleti e altro) e un posto per il negromante stesso; persino i vari materiali vengono a volte specificati (ad esempio sangue di gatto, upupa o pipistrello per le scritte, pergamena vergine o pelle di leone per il piano su cui tracciare,…), e questo perché uno stesso cerchio può avere effetti diversi in base al materiale utilizzato nel crearlo. Lo scongiuro è la principale componente orale dell’atto magico: esso si impernia su un verbo di comando, come “io vi ordino” o “io vi impongo” di apparire e obbedire; in genere esso riprende parti dei salmi o delle preghiere cristiane, e su alcuni libri è detto di inginocchiarsi a mani giunte e col volto al cielo, e di ripeterlo un dato numero di volte. Importante era anche il sacrificio: in genere si trattava di animali, ed era credenza diffusa che i demoni fossero attirati dal sangue, specialmente da quello umano, tanto che i negromanti sacrificavano anche parti di cadaveri o di sé stessi.
Si può in genere ritenere che questa forma di magia medievale derivi in parte dalla tradizione pagana tardoantica (soprattutto quella astrale e goetica), e in parte da quella esorcistica giudeo-cristiana: i rituali infatti hanno sempre, come visto, uno sfondo cristiano, e i vari manuali spiegano quando devono essere officiati (il sabato prima dell’alba con la luna calante, il giovedì con la luna crescente, e via dicendo); lo stesso confine tra spiriti astrali o elementali e angeli caduti è piuttosto confuso, e i negromanti si appellano ora agli uni, ora agli altri. In effetti, il più delle volte i negromanti sono espliciti riguardo i nomi di coloro che vogliono chiamare, non solo Satana ma anche demoni con nomi e attributi specifici; dato che la negromanzia è comunque una commistione di cristianesimo e paganesimo, non è sorprendente trovare di quando in quando una certa ambiguità riguardo gli spiriti invocati: alcune fonti parlano di “spiriti neutri”, vuoi astrali o elementali, altre di esseri che sono “fra il bene e il male, né all’Inferno né in Paradiso”.
Per quanto riguarda invece l’aspetto esorcistico, alcuni testi parlano di questi maghi come di esorcisti, poiché le formule utilizzate sono tutto sommato le stesse dei sacerdoti cristiani: la differenza, ovviamente, sta nel fatto che i secondi li costringono ad andarsene, i primi a sottomettersi al loro volere. Dice ad esempio il Manuale di Monaco: “Io ti comando, demone malvagio, per il potere del Signore, e ti ordino nel nome dell’Agnello immacolato […] che tu esegua subito ciò che ti comanderò. […] Colui che nacque da una vergine ti comanda. Gesù di Nazareth, il quale ti ha creato, ti comanda di adempiere subito a tutto ciò che ti chiedo, a tutto ciò che voglio avere o sapere.” In effetti, l’atteggiamento dei negromanti davanti a Dio era diverso da quello che avevano nei confronti dei demoni: essi si presentano come umili e indegni supplici davanti al Signore, implorando il suo aiuto per ottenere potere sugli spiriti.

LA CABALA

L'albero sefirotico della cabala.

La cabala (in ebraico qabbalah, “ricezione”) è la tradizione segreta del misticismo giudaico, nata in Europa tra XII e XIII secolo, e che si richiama alle concezioni tardoantiche e altomedievali dell’energia divina e del cosmo, di come essi si rapportino all’uomo, e di come ogni parte del creato risponde a un’armonia segreta. Questo studio è comunque molto ristretto: improntato sul rapporto maestro-allievo, quest’ultimo dev’essere sempre un uomo maturo e di alta moralità; aveva inoltre una forte componente orale, e le parti scritte sono comunque ricche di simbolismi che non possono essere decifrati da un profano.
La Bibbia divenne il centro dello studio cabalistico: nel corso dei secoli, ogni parola e ogni episodio della Scrittura vennero infatti arricchiti da significati ulteriori poiché, nel testo antico, si cercava l’espressione assoluta e valida per ogni epoca della vicenda interiore dell’uomo, della struttura del creato e della storia del popolo ebraico: la Genesi e l’Esodo, ad esempio, divennero il modello attraverso cui esprimere ogni esperienza ed emozione, e i personaggi biblici assursero a paradigma dei moti dell’animo umano (Abramo la misericordia, Isacco il timore, e così via). Oltre a questo, l’analisi letterale della Bibbia da parte dei maestri portò alla decostruzione e ricostruzione del testo con un altro significato, quello appunto ritenuto segreto (in base soprattutto alle assonanze linguistiche, all’etimologia e alla numerologia): il risultato fu la trasformazione della Scrittura in un testo atemporale. Altri elementi si aggiunsero poi alla speculazione cabalistica: testi come il Sefer Yeshira aggiunsero la concezione di forze mistiche non menzionate nella Bibbia, e altri come gli Hekalot svilupparono l’angelologia e il concetto di ascesa dell’anima, mentre dal neoplatonismo si integrarono il lessico e concezioni come quella di emanazione. Nel Rinascimento anche i Cristiani iniziarono a praticare la cabala, cercando nei suoi metodi conferme alla loro fede: fondatori di questa branca furono Pico della Mirandola, ma soprattutto Johannes Reuchlin (1455-1522), col suo De Arte Cabalistica del 1517.
Le dieci sefirot, il cui simbolo (l’albero sefirotico) è diventato l’emblema della cabala, ne sono anche il centro del pensiero: ogni sefirah è un grado in cui Dio agisce sul creato (spesso accostato al modo in cui si irradia la luce), ed esse sono unite da Dio, ma separate dalla comprensione limitata dell’uomo. Vengono suddivise in vari modi, da scuola a scuola, ma il loro significato è univoco: esse sono, partendo dal basso, malkut (regno), yesod (fondamento), hod (splendore), netzach (eternità), tif’eret (bellezza), gevurah (severità), chased (gentilezza), binah (comprensione), chokhmah (saggezza) e keter (corona). Il processo di emanazione viene distinto in fasi successive, per denotare la distanza che separa il mondo supero da quello materiale; esisterebbero così quattro mondi (che rappresentano anche la progressione dell’esperienza umana): ashilut (l’emanazione), beri’ah (la creazione), yeshira (la formazione) e ‘ashiyya (la realizzazione), e questi diversi nomi indicano la trasformazione del tipo di influsso con cui le sefirot governano il cosmo (immateriale in ashilut, il più vicino al Creatore, e via via con mezzi sempre più concreti negli altri).
La convinzione che la lingua ebraica sia la chiave interpretativa della realtà non influenzò solo la filosofia e la meditazione, ma anche la magia vera e propria (la cosiddetta “cabala pratica”), volta a ottenere, tramite azioni e formule, guarigioni, beni materiali o protezione dai pericoli (e creando non pochi problemi teologici, in quanto questi riti riuscirebbero in qualche modo a influenzare Dio stesso). Secondo la tradizione, i riti utilizzano in gran parte i nomi divini, in quanto depositari, nella loro stessa materia verbale, di una forza soprannaturale; in realtà le raccolte di refu’ot (medicamenti) e segullot (incantesimi) cabalistici non mostrano aspetti particolarmente innovativi rispetto al patrimonio magico dell’ebraismo antico (se non per cose specifiche come il famoso golem, un essere animato artificialmente dalla potenza del tetragramma). Viceversa, l’applicazione della cabala all’alchimia ebbe molta più fortuna: le forze che attraggono e respingono i metalli sarebbero l’immagine di una struttura ultramondana, nella quale le energie divine sono sottoposte a un’incessante mutazione che le compone e le separa in base al principio etico di bene e male; dunque le scorie dei metalli rappresentano la parte malvagia, e occorre purificarle per ottenere la purezza dell’oro.

LA MAGIA ISLAMICA

Rappresentazione di alcuni jinn.

Nel mondo islamico la magia non è necessariamente malvagia, in quanto esiste quella insegnata dai demoni e quella donata da Dio agli uomini: in questo secondo caso si tratta in genere di formule di protezione tratte dal Corano (soprattutto le sure 20, 21 e 91), scritte su pergamena e chiuse in astucci a base esagonale da portare addosso (ma sono comuni anche quelli a forma di animale o di mano). Durante il Medioevo si svilupparono due diverse scuole di magia: quella dei Paesi mediterranei, influenzata dalle antiche concezioni babilonesi, egizie e greche, e quella del Medio Oriente, più influenzata da concezioni indiane, cinesi e sciamaniche. A conti fatti, nel mondo arabo si ripeté la stessa dicotomia europea: da un lato una magia rituale simile alla negromanzia cristiana, ma ovviamente in versione islamica (il manuale più famoso su di essa è il Picatrix, giunto poi in Europa in traduzione latina), e dall’altra una mistica estatica di stampo sciamanico, quella del sufismo (che venne però in genere vista meglio rispetto alla stregoneria).
Buona parte della magia islamica si basa su numeri, lettere e nomi: per i numeri, valgono bene o male le stesse concezioni della cabala ebraica, probabilmente perché influenzata dalla stessa; le lettere vennero invece divise in quattro categorie, corrispondenti agli elementi, e dunque parole scritte con lettere associate al fuoco possono servire per proteggere dalle malattie o per dare vigore in battaglia; conoscere i nomi può parimenti servire a piegare le potenze invisibili al proprio volere (spesso si trattava di jinn, altre volte di angeli). Nella pratica, tutto questo era usato spesso per la creazione di amuleti basati sulla forma quadrata (o su forme derivate dal quadrato, come il rombo, la croce,…), detti jadwai, i quali sono ritenuti legittimi poiché la loro creazione è basata sul precetto coranico per il quale “noi vi inviamo nel Corano ciò che è guarigione e misericordia per i credenti” (sura 17), che di fatto rendeva la scrittura magica (kitaba) un dono di Dio ai Musulmani.
Per quanto riguarda la divinazione, il metodo più celebre sono i due tipi di qur’a. Il primo e più semplice, il qur’at al tuiur, consta di una pagina con due cerchi divisi in settori, ciascuno contenente lettere, numeri e il nome di un pianeta o di una costellazione; segue un’altra pagina con quattro cerchi, divisi allo stesso modo, e poi ancora pagine divise in varie case, sino all’ultima, in cui 36 case danno la risposta finale: si trova a caso un numero (con morra, dadi, bastoncini,…), e si capita così su una lettera o costellazione della prima pagina, che rimanda a sua volta alla seconda, e poi alla terza fino alla conclusione e alla risposta finale. Il secondo e più complesso, il qur’at al anbia, prevede la tripla recitazione della fatiha (la prima sura del Corano), poi a occhi chiusi si pone il dito sulla scacchiera della prima pagina, che rimanda alle successive, e poi a uno dei sette cieli dei profeti dell’islam (Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Davide, Gesù e Maometto), ognuno con un suo significato, per arrivare poi alle case finali, contenenti un brano del Corano che rappresenta la risposta alla domanda fatta.
Occorre infine notare che, per quanto riguarda le invocazioni e le costrizioni demoniache, esse si rivolgono come detto ai jinn (tradotto in italiano con “geni”): essi non sono demoni (ovvero gli angeli caduti che seguirono Iblis nella sua ribellione), ma una terza razza di creature (assieme appunto ad angeli e uomini) che Dio creò all’inizio dei tempi; dotati di grandi facoltà soprannaturali, sono per lo più avversi agli esseri umani, sebbene alcuni di loro si siano convertiti all’islam e possano essere invocati per aiuto e protezione. La tradizione islamica vede re Salomone come il più grande mago in grado di comandare i jinn, e nel Medioevo questo immaginario si diffuse anche in Europa.

giovedì 13 ottobre 2016

Storia della Magia 03 - La magia nell'Antichità



LA DIVINAZIONE

Il Fegato di Piacenza, prontaurio per l'arte degli aruspici.

Oltre all’arte oracolare, che richiedeva un’esperienza estatica, l’Antichità conobbe molte altre forme di previsione degli eventi attraverso la decifrazione di segni e presagi: non a caso il termine greco mantiké dovrebbe derivare dalla radice indoeuropea *men (da cui il latino mens, mente), e questo perché nella divinazione agisce l’intelletto umano, reso più acuto dalla sacralità dell’arte stessa. I Greci distinguevano la divinazione in due tipologie: quella atechnos (senza artificio, divina e religiosa), ovvero quella ispirata da forze soprannaturali, e quella techniké (con artificio, magica e profana), effettuata tramite l’interpretazione dei segni. Ognuna di queste forme era usufruibile, al tempo stesso, sia dal governo delle città che dai privati. Viceversa, i popoli italici non facevano una distinzione simile, essendo le loro arti divinatorie unicamente del secondo tipo: la leggenda vuole infatti che gli Etruschi ricevettero da Tagete, un fanciullo nato dalla terra, le tre discipline con cui interpretare la volontà degli dèi, e che passarono poi al mondo romano, ovvero gli auguria (tramite il volo degli uccelli), l’aruspicina (tramite l’osservazione delle viscere animali) e i fulguralia (tramite la caduta dei fulmini). A differenza che nel mondo greco, poi, la divinazione romana era istituzionalizzata, ovvero veniva compiuta durante i riti pubblici per interpretare la volontà degli dèi riguardo affari di Stato.
Gli animali avevano un ruolo importante in quest’arte: il principio base era l’osservazione, l’interpretazione e la decodificazione di movimenti apparentemente causali o estranei alla logica umana, e per questo considerati divinamente ispirati. Tra le pratiche divinatorie l’ornitomanzia (gli auguria romani) era forse la più diffusa: attraverso l’osservazione del volo e del comportamento degli uccelli si traevano auspici per il futuro; a ogni specie inoltre corrispondeva una certa simbologia: l’apparizione di uccelli derivati da personaggi mitologici negativi era un presagio funesto, quella dell’aquila indicava la volontà di Zeus, quella della civetta di Atena, quella del corvo di Apollo, e così via. Nell’oracolo di Zeus a Dodona i sacerdoti interpretavano la volontà del dio tramite il volo delle colombe, oltre che con la dendromanzia (il trarre auspici dallo stormire delle querce del bosco sacro); a Roma, parimenti, si praticava l’auspicium pullarium, ovvero la divinazione a scopo militare tramite l’osservazione del beccare di alcuni polli sacri a Marte. Una forma simile di pratica divinatoria era la melittomanzia, ovvero quella effettuata tramite l’osservazione del volo delle api, soprattutto presso l’oracolo di Trofonio, dove i serpenti sacri venivano nutriti col miele. Inoltre, per scoprire dove fondare una città si seguiva un animale fin dove questo si fermava (come fecero, secondo il mito, Cadmo con Tebe e Ascanio con Alba Longa). Infine, la ieroscopia (l’aruspicina romana) prevedeva il futuro o spiegava gli eventi tramite l’osservazione delle viscere degli animali sacrificati, e per questo consacrati alle divinità.
Altre forme di divinazione erano poi la negromanzia (che nel Medioevo assumerà un significato diverso, come vedremo), ovvero quella effettuata tramite l’ausilio dei defunti, i quali si diceva potessero prevedere il futuro se si faceva loro un opportuno tributo di sangue (come Odisseo con l’anima dell’indovino Tiresia). Ma per scrutare il futuro esistevano anche molte pratiche legate al riflesso: l’idromanzia, in quanto laghi e fiumi erano connessi all’oltretomba, e l’immersione in specifici luoghi permetteva non solo di vedere il futuro, ma anche di modificarlo; la lecanomanzia, ovvero l’osservare le figure e la distorsione delle immagini su una superficie liquida (acqua, a volte con alcune gocce d’olio o immergendovi una spada) per trarne presagi; la catottromanzia, quella effettuata tramite uno specchio, in genere in relazione a eventi di natura sentimentale (ma nel tempio di Artemide, a Efeso, anche per eventuali guarigioni). Popolarmente, poi, si poteva anche trarre presagi aprendo a caso libri ritenuti ispirati, come i poemi omerici (pratica che verrà poi ripresa dai Cristiani nel Medioevo nei riguardi della Bibbia).
Infine occorre ricordare una delle forme divinatorie più strutturate, ovvero l’oniromanzia: essendo i sogni ispirati dagli dèi, essi presentavano una specifica simbologia, che poteva essere interpretata per trarne presagi; l’oniromante più famoso è Artemidoro di Daldi (II-I secolo a.C.), il cui trattato L’Interpretazione dei Sogni cerca una sistemazione scientifica della materia, distinguendo i sogni concernenti il presente o il passato (derivati da una percezione sensoriale diretta o da un’amplificazione fantastica della stessa) e sogni concernenti il futuro (profetici, visionari o simbolici). A ciò si legava inoltre la cosiddetta “incubazione”, una pratica terapeutica effettuata nei santuari di Asclepio, nella quale il fedele dormiva nel tempio e attendeva nel sonno una manifestazione del dio o un sogno rivelatore, che veniva poi interpretato dai sacerdoti (la testimonianza più importante in merito è quella del retore Elio Aristide, del II secolo).

LA GOEZIA

Una defixio, tavoletta di maledizione del mondo romano.

Come abbiamo visto, fu in Grecia che nacque il termine “magia”; malvista nella Roma repubblicana in quanto pratica vana, superstiziosa e nociva (venefica), in epoca imperiale essa venne informalmente accettata e distinta in due grandi tipologie: la teurgia e la ben più diffusa goezia (da goes, lamento), che includeva ogni sorta di pratica magica slegata dalla religiosità pubblica e dalla filosofia, e che in genere faceva appello a forze del mondo sotterraneo (come Serapide, Ecate, i demoni inferi, le anime dei morti e via dicendo), o a dèi stranieri (spesso egizi e semitici, fra i quali a volte compaiono anche Yahweh e Gesù).
Una delle pratiche goetiche più diffuse sin dai tempi remoti, in Grecia come a Roma, erano i katadesmoi e le defixiones, laminette di piombo sulle quali venivano scritte maledizioni nei confronti di qualcuno (per fargli perdere una gara, per soggiogarne la volontà, per farlo morire, e via dicendo), poi arrotolate e trafitte con un chiodo, e infine gettate in una tomba, affinché il morto portasse il messaggio agli dèi inferi. Similmente si potevano creare immaginette di cera che si trafiggevano con spilloni o si bruciavano, per procurare nella realtà la morte o l’innamoramento della persona che raffiguravano. Ma anche metodi più semplici erano sufficienti: bruciando determinati incensi e pronunciando formule e invocazioni si potevano ottenere gli stessi risultati, per quanto incantesimi più particolari potessero richiedere ingredienti specifici e rituali complessi. In genere, infatti, per richiamare le entità spirituali era necessario che il goeta scrivesse i simboli, costruisse gli oggetti e tracciasse i nomi che avevano una particolare attinenza con l’essere che si desiderava evocare; va notato che spesso i nomi e le formule erano in lingue diverse dal greco o dal latino (i cosiddetti nomina barbarica) o vocalizzi incomprensibili (voces mysticae), la qual cosa conferiva loro un particolare potere.
Ampie testimonianze dell’arte goetica ci vengono, oltre che dalle summenzionate tavolette, dai papiri magici ritrovati per lo più in Egitto, scritti in greco e in demotico, e risalenti a un’età compresa tra il IV secolo a.C. e il V secolo d.C.: essi comprendono veri e propri prontuari, con formule contro le più svariate affezioni o per ottenere gli effetti più diversi (dalla vincita al gioco all’acquisizione dell’invisibilità, dall’estinzione di un incendio alla protezione da ladri e animali, da esorcismi contro gli spiriti maligni a metodi per procurarsi l’amore, e via dicendo).
Spesso la goezia, almeno a partire dal I secolo a.C., si tradusse nella creazione di amuleti e gemme incise, e tale pratica si sviluppò soprattutto nella Tarda Antichità (in particolare quelle dette abrasax, dal nome dell’entità raffigurata, nata in ambienti gnostici, o il quadrato del sator arepo di matrice cristiana): essi servivano per proteggersi da pericoli invisibili, demoni, fantasmi e malattie (la celebre formula abracadabra trae infatti origine da un amuleto triangolare contro la febbre).

LA TEURGIA

Il Convito di Giuliano di Edaward Armitage.

Si intende per teurgia (dal greco theos, dio, ed ergon, opera) un’arte magica con la quale si riteneva di poter esercitare autorità sugli dèi, perché apparissero in forma visibile o si incarnassero temporaneamente in un oggetto (in genere dentro una statua). Nata nell’ambito del neoplatonismo, essa era basata su alcuni concetti, i più importanti dei quali erano certamente il nome della divinità e la philia che con essa si doveva stabilire.
La philia (in greco amore, amicizia) era l’unione con gli dèi attraverso la sympatheia: per entrare in contatto con le forze superiori, il teurgo doveva usare simboli che le rappresentassero (ad esempio, per un’invocazione al dio del sole si sarebbe potuto usare dell’oro, dei girasoli, un gallo, una torcia accesa,…); i simboli, dicevano i teurghi, non hanno potere di per sé, né esercitano costrizione sugli dèi (a differenza dei segni e delle parole della goezia), ma aiutano l’uomo a entrare in uno stato mentale nel quale lui e il dio diventano la stessa cosa, e possono dunque agire all’unisono: la philia è dunque l’amore universale che tramite gli dèi collega tutte le cose esistenti. Per quanto riguarda il vero e puro nome, poiché il nome racchiude in sé l’essenza di ciò che denomina (una concezione di probabile origine egizia), esso consente a chi lo conosce di avere influenza sull’essere nominato, in questo caso il dio. L’aspetto tecnico richiesto dall’arte teurgica, ossia la fabbricazione delle statue, era contraddistinto da un rituale complesso composto da segni e formule, e da una teoria mitologica, in base alla quale si attribuivano determinati poteri e figure alle varie divinità; tuttavia il teurgo poteva anche incarnare il dio compiendo miracoli in sua vece, o farlo apparire in forma fisica.
Il primo autore che si autodefinì “teurgo” fu Giuliano il Caldeo (II secolo d.C.), il presunto autore degli Oracoli Caldaici, giunti a noi solo in maniera frammentaria; i pensatori che più valorizzarono la teurgia furono Giamblico (250-330) e Proclo (412-485); molto in voga negli ambienti colti, quest’arte venne aspramente perseguitata dal potere imperiale cristiano, fino alla sua scomparsa.

LE RUNE

Divinazione per mezzo delle rune (disegno tratto da un testo cinquecentesco).

Le rune sono, a livello generico, le lettere dell’alfabeto norreno (futhark), attestate sia nei Paesi scandinavi, appunto, che nella Germania continentale. Esse tuttavia sono, prima ancora che segni alfabetici, entità magiche vere e proprie in quanto, secondo la tradizione, contengono il segreto dell’esistenza, poiché in ciascuna di esse è concentrata e posseduta una delle essenze fondamentali della vita e del mondo, sia benefica che nefasta: esse hanno perciò potere creatore e distruttore. Già Tacito, nel II secolo d.C., riferiva dell’uso dei Germani di predire il futuro usando bastoncini sui quali venivano incisi segni particolari; le bacchette per i responsi, che a volte venivano bagnate nel sangue sacrificale e usate per aspergere, erano dette hlautteinar (in norreno“rami della sorte”) o blotspann (“bacchette del sacrificio”). In genere tali bacchette erano ottenute dal legno di faggio, per la sua morbidezza e facilità di intaglio: non a caso, dalla parola in tedesco moderno per indicarlo (buche) è derivato buch (libro, come nell’inglese book).
Le rune appaiono dunque come simbolo di conoscenza superiore e potere magico espressi nella capacità divina dello scrivere. Esse vengono incise o dipinte dal praticante, talora col sangue; in esse egli possiede l’antica saggezza delle cose, e molti passi delle saghe ricollegano le rune alla sapienza delle origini: in un canto esse vengono fatte risalire a Odino, il quale le trasse dal cranio di Heidhraupnir e dal corno di Hoddrofnir (entrambi appellativi del sapiente gigante Mimir); le rune sono anche il dono di sapienza e di dominio delle cose che la valchiria Brunilde fa a Sigfrido quando gli offre il calice ricolmo della “bevanda del ricordo”: nelle sue parole ella allude a diverse rune, benefiche e nefaste, nelle quali è trasmessa a chi le possiede la capacità di influenzare il corso degli eventi, e ne elenca le tipologie (rune del sonno, della gioia, della vittoria, della birra o della fortuna, dei parti, contro i marosi, dei rami, dell’eloquio, della mente, del dolore, della seduzione, della morte e dell’alterco, e a questo proposito ricordiamo che quelle del sonno sono trasmesse mediante una spina, quelle contro i marosi devono essere impresse a fuoco sulla prora, sul timone e sul remo, quelle dei rami sono indispensabili per la sapienza medica, e quelle della mente danno la scienza segreta delle cose).
Le iscrizioni runiche ebbero soprattutto carattere magico: ciò è particolarmente evidente nei numerosi amuleti sui quali questi segni venivano incisi (e a volte ripetuti sistematicamente per un numero di volte simbolico che ne rafforzasse il potere), così come nelle iscrizioni più antiche. Anche l’uso di inciderle sulle pietre sepolcrali dovette avere in origine lo scopo di proteggere dagli spiriti malvagi.

venerdì 7 ottobre 2016

Storia della Magia 02 - Lo sciamanesimo e la magia estatica



LO SCIAMANESIMO

Uno sciamano olkhon col suo tamburo.

Per sciamanesimo (dal tunguso shaman) si intende in genere una serie di tecniche di tipo magico connesse all’estasi, diffuse (oggi o un tempo) nella maggior parte delle popolazioni pre-letterate del globo; in tutte le culture nelle quali è presente, lo sciamano è in genere la figura religiosa più importante, anche se non è per forza l’unica. Questo insieme di tecniche consente allo sciamano di viaggiare in forma extracorporea fuori dal mondo materiale ed entrare così in contatto con gli spiriti, in genere allo scopo di guarire qualcuno. Questi spiriti possono essere di vario genere, in base alla cultura: anime di defunti, spiriti della natura, animali totemici, e via dicendo; alcuni di essi si legano personalmente allo sciamano, fungendo così da guida e da sostegno durante i viaggi negli altri mondi.
Lo sciamano diventa tale in vari modi, ma di solito ciò avviene a causa di un trauma che genera la prima estasi (il caso più classico è una malattia, ma anche il sopravvivere a un evento catastrofico, e via dicendo): il soggetto ha una visione nella quale gli spiriti smembrano il suo corpo e poi lo ricompongono, donandogli facoltà soprannaturali, che poi si rivelano essere reali; a quel punto il novello sciamano viene istruito da uno sciamano più anziano, e spesso riceve una vera e propria iniziazione pubblica. Non è raro che lo sciamanesimo si trasmetta “per sangue”, ovvero che il figlio di uno sciamano diventi a sua volta uno sciamano, ma non è la regola (è presente solo in alcune popolazioni): potenzialmente chiunque può essere scelto dagli spiriti per acquisire queste facoltà particolari.
Lo sciamano compie molte attività per la tribù alla quale appartiene, ma in genere si tratta soprattutto di cure: quando una persona è ammalata, e dunque l’anima è uscita da corpo, egli vola in cielo o negli inferi per recuperarla, e permettere così la guarigione; solo lo sciamano infatti può vedere l’anima degli uomini, e ne conosce la forma e il destino. Per indursi l’estasi e viaggiare, lo sciamano usa vari metodi, a seconda della popolazione alla quale appartiene: dall’uso di musica ritmica e ripetitiva (il tamburo, il sonaglio, ma anche strumenti a corda) all’assunzione di sostanze psicotrope (peyote, ayahuasca, vari tipi di funghi), più raramente digiuno e privazione del sonno.
Si è a volte voluto accostare lo sciamanesimo alla psicopatologia ma, come fa notare Eliade, il malato mentale è più che altro un mistico mancato, o la scimmiottatura di un mistico, in quanto la sua esperienza è priva di contenuto religioso anche presso le popolazioni che possiedono sciamani.

IL SEIDHR

Riproduzione di una seduta di seidhr.

Una delle forme più particolari di sciamanesimo, testimoniata in epoca storica, è il seidhr delle popolazioni scandinave, di cui abbiamo notizia grazie alla mitologia e alle saghe epiche medievali: Snorri, nell’Edda, riferisce che quest’arte era nota alla stirpe divina dei Vani, dai quali, in particolare da Freyja, fu insegnata agli Asi. Odino ne divenne espertissimo: grazie a essa egli poteva lasciare il corpo in uno stato di trance simile al sonno o alla morte, e assumere un altro aspetto; inoltre sapeva accecare, assordare e atterrire i nemici rendendo le loro armi inoffensive; comandava gli elementi; parlava con i morti e conosceva le rune, oltre a quei canti magici definiti galdrar. Snorri aggiunge tuttavia che questa pratica comprende una grande inverecondia, tanto che essa era assai sconveniente per gli uomini, e per questo fu insegnata alla donne (si è supposto che potesse avere a che fare con pratiche omosessuali).
Da quanto si deduce dalle fonti, il seidhr appare come una magia estatica, parallela ai rituali degli sciamani; nei Lokasenna si fa riferimento all’uso di battere un tamburo (o coperchio), lo strumento che meglio di ogni altro cattura e riproduce un ritmo, e la percussione ripetuta e ossessiva stacca l’anima dal mondo circostante e la trasporta altrove. Al raggiungimento di uno stato di trance dovevano forse servire anche i funghi che secondo la Saga di Erik il Rosso si trovavano nella cintura di una seidhkona. Assai importanti erano anche i canti, in genere fatti dagli assistenti.
La magia prodotta dal seidhr ci è testimoniata a volte come benefica (ad esempio per risanare le ferite o proteggere le persone), più spesso volta a danneggiare i nemici da lontano inviando degli “emissari” magici (sendingr), sottolineando la capacità dei praticanti di abbandonare il corpo e di muoversi attraverso l’anima libera, spesso in forma animale (è risaputo ad esempio che una ferita inferta all’animale si ripresenta poi sul corpo del praticante); non solo, ma in alcune saghe l’anima del seidhmadr si materializza in un animale mostruoso al fine di combattere i suoi nemici durante una battaglia. Infine, è noto che i praticanti del seidhr erano abili nella divinazione.

L’ARTE ORACOLARE

Temi rappresentata come Pizia sul tripode.

La figura sciamanica per eccellenza, nella mitologia greca, è quella di Orfeo, che unisce in sé le professioni di poeta, mago, maestro religioso e datore di oracoli: come certi sciamani leggendari della Siberia, attira con la musica uccelli e animali; come gli sciamani di ogni luogo, visita l’oltretomba per recuperare un’anima rubata (quella della sua amata Euridice); infine, il suo potere sopravvive nella testa mozzata, che canta e continua a dare oracoli anche molti anni dopo la sua morte. Legato al dio profetico Apollo, è anche connesso ai misteri estatici di Dioniso.
Nell’antica Grecia, se da un lato la pazzia era spesso considerata una maledizione divina, quella che veniva indotta coscientemente era un mezzo per ottenere ispirazione dagli dèi; Platone distingueva quattro tipi di furore estatico: quello profetico di Apollo, quello rituale di Dioniso, quello poetico delle Muse e quello erotico di Afrodite ed Eros.
L’esempio più tipico del primo tipo è la Pizia, la sacerdotessa dell’oracolo di Delfi: attraverso l’enthousiasmos il dio entrava in lei e usava la sua voce per comunicare (è per tale ragione che le profezie delfiche sono sempre in prima persona, mai in terza, e spesso in versi poetici). La Pizia si autoinduceva la trance: si faceva il bagno nella fonte Castalia, sedeva sul tripode, bruciava e masticava foglie di alloro, ma non assumeva nessuna sostanza psicotropa; la teoria per la quale aspirasse dei fumi dal terreno è stata smentita ormai da decenni. Contrariamente a quanto si crede, poi, le profezie non avvenivano in segreto, ma spesso la Pizia veniva posseduta sotto gli occhi di chi aveva richiesto i suoi servigi, il quale poteva sentire direttamente la voce del dio. Plutarco testimonia però che non sempre la possessione andava a buon fine: a volte, anziché Apollo, entrava nella Pizia uno spirito malevolo, che la faceva agitare e persino morire; questo se non altro ci indica che ancora in epoca tarda (III secolo d.C.) l’estasi era genuina.
Le figure profetiche non erano però limitate ai templi: molte persone (detti “pitoni” e “ventriloqui”, ovviamente non nel senso moderno del termine) praticavano nel privato delle loro case; sappiamo da Ippocrate che una loro caratteristica, durante la possessione, era il respiro affannoso, segno che indurrebbe a pensare appunto a un’estasi autoindotta.

IL MAZZERISMO

Un mazzeru uccide un cane (in un disegno di Jules Stromboni).

Una delle forme di magia estatica più particolare e poco conosciuta è il mazzerismo della Corsica (e in minor parte della Sardegna), dove alcuni individui (chiamati mazzeri, culpadori o sonnambuli in corso, e mazzamortos o voes corros d’attagliu in sardo) vengono considerati in possesso di facoltà soprannaturali di tipo estatico: in sogno, essi danno la caccia all’anima di una persona (in forma animale) e, se riescono a ucciderla, quella muore entro l’anno; se invece viene solo ferita ha un incidente o si ammala, ma si salva. Si dice inoltre che la notte di tra il 31 luglio e il 1 agosto i mazzeri di diversi villaggi si riuniscano per combattere fra loro armati con varie armi (fra cui anche rami di asfodelo), e che il villaggio della fazione perdente subirà più morti durante l’anno; sembra comunque che i mazzeri non abbiano una gerarchia o formino un insieme al di là dei singoli villaggi.
I mazzeri diventano tali per ereditarietà: questa facoltà è infatti appannaggio di alcune specifiche famiglie, che provvedono all’iniziazione dei propri membri (in genere ciò si deve a un’errata forma di battesimo); nel quotidiano, essi sono temuti e rispettati, per quanto non si comportino in maniera diversa da persone comuni. I mazzeri infatti non cacciano volontariamente determinate persone, ma si accorgono solo al momento dell’uccisione che l’animale sognato è in realtà qualcuno che conoscono: da qui sono derivati gli appellativi di “cacciatori di anime” e “messaggeri di morte”. Un mazzere può essere esorcizzato con particolari riti simil-cristiani ma, perdendo il suo dono, muore entro l’anno.

IL TARANTISMO

Il violinista Luigi Stifani esorcizza una tarantata.

Uno dei fenomeni estatici più interessanti è quello del tarantismo pugliese: esso si basa sulla credenza per la quale una persona può essere pizzicata (morsa) da uno spirito-ragno (meno spesso un serpente o uno scorpione), detto taranta o tarantola (il quale, va da sé, non ha una reale correlazione con l’animale, il cui morso è doloroso ma non velenoso); ciò che ne consegue è che essa è costretta a ballare, scuotendosi senza potersi fermare, anche fino alla morte. L’unico modo per salvare la sventurata (il posseduto è spesso una donna) è tramite l’esorcismo, da effettuarsi con un particolare tipo di musica detto “tarantella” o “pizzica”, e che consiste nel creare uno spazio circolare nel quale si fa ballare la vittima contro il ragno stesso, al suono del tamburello e invocando san Paolo, nemico giurato della tarantola. L’esorcismo si perpetra per più giorni, richiedendo un grande dispendio di tempo e soldi da parte della famiglia (e degli esorcisti stessi, che non sono preti, ma semplici contadini che sanno suonare); e tuttavia, anche una volta che lo spirito se n’è andato, esso può tornare l’anno dopo, sempre d’estate, o mordere i figli del posseduto: si parla in questo caso di ri-morso, nel senso sia di “mordere di nuovo” che di “sentirsi in colpa”.
Spesso è infatti san Paolo stesso, secondo la credenza, a inviare la tarantola a mordere qualcuno che si è macchiato di un qualche peccato, in genere di natura sessuale. Non solo: nell’immaginario popolare a volte il santo e il ragno sono la stessa cosa, tant’è vero che alcune ballate recitano: “Santu Paulu meu de le tarante / che pizzichi le caruse ‘nmezz’ all’anche. / Santu Paulu meu de li scorzoni / che pizzichi li carusi int’i balloni.” Quando la pizzica non è effettuata a scopo d’esorcismo, infatti, essa è una danza estremamente sensuale, e viene spesso usata per il corteggiamento.

LO SCIAMANESIMO URBANO

Iwan Ap Huw Morgan in un rito di sciamanesimo urbano.

In genere si associa lo sciamanesimo alle popolazioni primitive e a luoghi selvaggi; in realtà, dopo la sua riscoperta a opera di accademici come Eliade e Harner, in seno alla religione neopagana molti hanno cominciato a praticarlo anche oggi in ambito cittadino: il fenomeno dello sciamanesimo urbano si basa dunque sulla concezione per la quale le tecniche e l’immaginario propri dello sciamanesimo tradizionale possano essere adattati al quotidiano della vita occidentale. Per fare alcuni esempi, gli animali totemici possono essere quelli che ben si sanno muovere in città (piccioni, ratti, corvi, gatti, cani,…); i grattacieli diventano le scale verso il regno celeste, e le stazioni della metropolitana quelle verso il regno infero; gli spiriti negativi contro i quali lo sciamano combatte non sono più quelli del colera o della carenza di cibo, ma quelli dell’AIDS, del crimine e della povertà.
Il tutto si basa su un assunto antropologico molto semplice: lo sciamano “primitivo” si muove nella foresta come se fosse casa sua, sa dove trovare cibo e acqua, conosce le caratteristiche di piante e animali e, di conseguenza, il linguaggio degli spiriti associati; parimenti, lo sciamano “urbano” sviluppa una gran quantità di competenze per sopravvivere nella sua foresta, ovvero la città, la “natura” nella quale vive e con cui interagisce: per tale ragione egli può, ad esempio, comunicare con gli spiriti dei lampioni o delle automobili. Lo stesso vale ovviamente per le tecniche che usa per indursi l’estasi: meno spesso con l’ausilio di sostanze psicotrope (dalle quali vanno escluse le droghe eccitanti e morfiniche, come la cocaina e l’eroina), il più delle volte con la musica, non quella tradizionale col tamburo, ma quella moderna dei rave e delle discoteche, o del semplice lettore mp3. Lo scopo dello sciamano urbano resta ovviamente quello di aiutare la propria comunità (qualunque essa sia, dalla famiglia al gruppo di amici, all’ambiente lavorativo), spesso guarendo malattie sia psichiche che fisiche.