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lunedì 25 luglio 2016

La Scrofa Semilanuta è tosata!


La realtà storica dietro al mito celtico della fondazione di Milano, ovvero di come gli sconti alla Meravigli generano mostri.

La raffigurazione della Scrofa Semilanuta al Broletto Nuovo di Milano.

Articolo pubblicato su Athame il 09/07/2015.

Ormai da anni mi occupo (per studio e per passione) della storia milanese, e in particolare delle sue leggende e delle sue tradizioni; e, per l’appunto, in tutti questi anni mi sono ritrovato fra le mani una miriade di testi sull’argomento, che parlano dei misteri della città: ne vengono pubblicati diversi ogni anno, e il loro principale problema è quello che si copiano a vicenda in maniera spudorata, aggiungendo (se va bene) una o due novità; in casi più gravi, invece, si inventano tutto di sana pianta. In questo modo, purtroppo, un errore qualsiasi (dalla nozione sbagliata per un refuso all’ipotesi palesemente erronea) viene perpetrato nel corso degli anni, in quanto nessuno degli autori in questione si prende la briga di indagare un minimo su ciò di cui scrive[1]. Questa totale noncuranza intrisa di sensazionalismo porta spesso e volentieri i lettori a voli pindarici ancora più grandi, o anche solo a un nozionismo basato su dati storici non veri.
Quello che riporto di seguito è dunque l’esempio più eclatante di questo processo. Qualche tempo fa, infatti, mi è capitato di parlare con un amico riguardo la leggenda della scrofa semilanuta, l’animale la cui storia è collegata alla fondazione di Milano, e che è sulla bocca di tutti coloro che, per fede o semplice interesse, hanno a che fare con le leggende milanesi e gli antichi dèi della città. Vediamo dunque come, parafrasando ironicamente Goya, gli sconti alla Meravigli[2] generino mostri.

Il principe e la scrofa
La vicenda, molto famosa, si può riassumere in poche righe nella versione in cui viene tramandata oggi: “Si era più o meno alla quarantacinquesima olimpiade, e cioè circa seicento anni prima della nascita di Cristo. Un grave evento sconvolse la vita dei pacifici abitanti dei pochi villaggi rurali dell’Italia settentrionale: la calata dei Galli, guidati dal loro capitano Belloveso. Scacciati i pastori e i contadini che abitavano quelle terre, i Galli si stabilirono nella zona. Anzi, Belloveso aveva addirittura l’intenzione di fondare una città, simile a quelle del suo paese. Prima di passare all’azione, decise di chiedere consiglio agli dèi sul da farsi: i sacerdoti consultarono gli oracoli, e sentenziarono che il progetto era realizzabile, ma solo a condizione che fosse stato scelto il luogo adatto: quello in cui avrebbe trovato a pascolare una porca con il dorso per metà coperto di lana. E da questa scrofa semilanuta la città avrebbe dovuto prendere il nome. Partirono tutti alla ricerca della bestia e, dopo lunghe ed estenuanti ricerche, la trovarono davvero. Nel punto in cui l’animale fu avvisato, Belloveso tracciò il perimetro del nuovo insediamento, che fu poi battezzato con il nome di Mediolanum (da in medio lanae).” [3]
Desideroso di leggere la versione originale della storia, mi sono informato su quali fossero le fonti della leggenda, scoprendo che la vicenda di Belloveso è narrata da Livio; consultato il testo, sono però rimasto deluso. Ecco cosa riporta l’autore latino in proposito: “E siccome Ambigato era ormai avanti negli anni e desiderava alleviare il proprio regno da quell’eccesso di presenze, annunciò che avrebbe inviato Belloveso e Segoveso, i due intraprendenti figli di sua sorella, a trovare quelle sedi che gli dèi, per mezzo degli augurii, avrebbero loro indicato come appropriate. […] Poi, dopo aver sbaragliato in campo aperto gli Etruschi non lontano dal fiume Ticino, e saputo che il punto in cui si erano accampati si chiamava ‘territorio degli Insubri’ (nome identico a quello del cantone abitato dagli Edui), [le truppe di Belloveso] considerarono questa coincidenza un segno beneaugurale del destino e fondarono in quel luogo una città che chiamarono Milano.” (Ab Urbe condita V 34)
Nessuna menzione della scrofa, dunque. Ma allora, da dove viene la leggenda?
In effetti tutti i testi da me consultati riportano un particolare interessante, ovvero che la storia in questione risalirebbe al III-IV secolo d.C., e dunque sarebbe ben posteriore alla fondazione della città o anche solo al suo retaggio celtico. Su vari siti che ne parlano vengono citate come fonti del mito Claudiano, Sidonio Apollinare e Isidoro di Siviglia, ma solo quest’ultimo (inizio VII secolo) dice davvero qualcosa in merito[4], poche righe molto aride (ed è interessante notare che in questa versione Belloveso non compare): “Galli che erano afflitti da lotte intestine e continue controversie, andarono in Italia in cerca di nuovi luoghi ove insediarsi a seguito di profezie, trovando gli insediamenti con l’espulsione degli Etruschi, fondando Milano e altre città. Milano ricevette questo nome perché venne lì rinvenuta una scrofa semilanuta.” (Etymologiarum XV 57)
Possono nascere diverse domande da tutto ciò: già il Fava ha dei dubbi in merito all’etimologia del nome, in quanto “mai i galli avrebbero potuto dare a una loro città un nome latino, derivato da una locuzione latina.”[5] E oltre a questo, perché la storia nasce proprio nella tarda Antichità, ex abrupto?
Il Colombo già ne intuiva la soluzione[6]: si tratterebbe di un mito di fondazione creato a corte, all’epoca in cui Milano divenne capitale dell’Impero d’Occidente (286-402). Sarebbe infatti una ripresa della fondazione di Alba Longa narrata nel libro III dell’Eneide, allorquando l’eroe sogna che il figlio Ascanio troverà in una radura una scrofa bianca (alba) che ha appena dato alla luce trenta porcellini. Allo stesso modo Mediolanum sarebbe stata fondata dopo aver trovato una scrofa dal pelo semilungo (in medio lanae, appunto).
Nessun collegamento diretto con Belloveso, dunque, e di conseguenza nemmeno con la storia della Milano celtica: la scrofa è un mito squisitamente romano, creato per celebrare la nuova capitale attraverso un topos virgiliano. Hanno un bel dire, dunque, tutti coloro che uniscono le due storie di fondazione, o che fanno della scrofa un qualche spirito totemico della Milano celtica il cui ricordo è stato tramandato fino a oggi. È però giusto dire che, nell’immaginario popolare (e dei Neopagani nello specifico) l’animale ha avuto più successo del principe celta, quello nessuno può discuterlo.

La dea e il biancospino
A questo punto mi sembra doveroso fare una specifica sul biancospino: in quasi ogni libro moderno sui misteri di Milano che riporta la storia “congiunta” di Belloveso e della scrofa, quasi certamente troverete che l’animale stava in una radura con dei biancospini, o tutt’al più troverete la nozione per la quale questa pianta sarebbe sacra a Belisama. Ma in realtà di un collegamento fra la dea e l’arbusto in questione non esiste alcuna traccia concreta: vediamo dunque la genesi di quest’altro errore.
Il già citato Fava (forse il più “vecchio” degli attuali testi di misteri milanesi) riprende quasi alla lettera la leggenda del Colombo, ma la integra dicendo che a consultare gli oracoli furono sette confidenti di Belloveso, e che l’animale venne trovato in una radura disabitata circondata da fitte boscaglie. I vari altri libri pubblicati di seguito sull’argomento si spingono persino oltre: i confidenti sarebbero stati addirittura dei druidi[7], e le piante dei biancospini. Spesso si trova anche la nozione per la quale in centro a Milano ci sarebbe stata una “via dei Biancospini”[8], oggi via Andegari, a supportare la veridicità di questa storia. Ma dunque, la nozione primaria della presenza di queste piante, da dove viene?
La suddetta via Andegari sta in effetti in centro, molto vicina alla Scala; e a risolvere l’enigma in questione è, a fine XIX secolo, il Brentari nella sua guida alla toponomastica milanese, dicendo a riguardo: “Scrive il Venosta: ‘Il nome di questa via deriva dalla voce celtica che in italiano corrisponde al biancospino, del cui arboscello era formata una siepe che serviva di prima cerchia della città celtica di Mayland.’ Altri vorrebbe far derivare tal nome dalla voce dialettale andeghée, che significa gente all’antica, parrucconi. Notisi però che nel secolo XVI questa via si chiamava degli Undegardi; e che una famiglia Undegardi o Hondegardi, d’origine longobardica, viveva ancora a Milano nella prima metà di quel secolo. È probabile dunque che la voce Andegari altro non sia che una corruzione di Hondegardi.”[9]
Il testo del Venosta[10] è del 1867, e non riporta nulla di più di quanto cita il Brentari, dunque recuperare questa fantomatica parola celtica risulta difficoltoso; mi azzardo però a dire che, se la spiegazione sugli Hondegardi non risultasse già più che convincente, si può aggiungere che la reale conoscenza della lingua celtica insubre, nel XIX secolo, era di poca sostanza: ne è un bell’esempio il Saggio di Vocabolario della Gallia Cisalpina e Celtico di Pietro Monti (1856), dove in effetti si indagano le radici celtiche dei termini attraverso il dialetto locale, e rifacendosi a vocabolari dell’epoca di lingua gaelica e gallese[11]. Una situazione, insomma, troppo confusionaria per avere un minimo di attendibilità, e spesso condotta più dal desiderio di trovare ciò che si voleva, che da un sano spirito di ricerca storica (e questo purtroppo vale per molti studi sui Celti, anche posteriori all’Ottocento). Non solo: l’errata ipotesi del Venosta ha indotto molti studiosi dilettanti a ritenere che il medhelan si trovasse appunto nei pressi della Scala, mentre è più probabile che esso (il “tempio di Atena” citato da Polibio) si trovasse in piazza Duomo, dunque adiacente all’area dei ritrovamenti celtici[12] (ma ciò resta comunque una mera ipotesi purtroppo non verificabile).

La superficialità e la ricerca
Tirando le somme, con la storia della scrofa semilanuta ci ritroviamo davanti a un falso mito che ha letteralmente travalicato i secoli, che si è ingrossato (per pura cattiva informazione) con altri errori fino a raggiungere il suo stato attuale, quello di una leggenda sulla bocca di tutti, e tramandata con continuità, che però pretende di avere solide basi storico-religiose (e risultare per questo “più vera” di tante altre), quando in realtà nasce solo dall’illecito accorpamento di due miti di fondazione di epoche molto diverse.
E certo, se di per sé e per proprio credo continua a non esserci nulla di male nel ritenere che le due storie possano andare assieme, proporle come le reali tradizioni della Milano celtica (o, ancora peggio, del celtismo tout court, come nel caso del biancospino) continua a essere sbagliato, indica una conoscenza molto superficiale dell’argomento, e può portare a frasi allucinanti come «In quest’area non sono stati trovati reperti celtici, dunque doveva esserci il recinto sacro con gli alberi». Perché sì, mi è capitato di leggere anche questo.
Quindi il mio consiglio è: quando trovate riportata da qualche parte una presunta leggenda o tradizione che non indica nessuna fonte, o che nomina autori difficilmente reperibili senza citarli, o che semplicemente vi fa sorgere qualche dubbio, diffidate per principio e andate a informarvi su testi seri (sono abbastanza facili da riconoscere). Se la questione vi interessa, usare del tempo per fare una ricerca seria non è mai un male, soprattutto quando si possono portare alla luce, come in questo caso, tradizioni dimenticate per davvero.



[1] Per fare un esempio, in uno di questi testi esiste l’ipotesi per la quale la chiesa di San Giovanni in Conca sarebbe sorta sopra un mitreo, in quanto dedicata al Battista in ricordo di una fonte battesimale mitraica; gli autori sembrano ignorare totalmente che essa era invece dedicata all’Evangelista (di cui abbiamo ancora la statua originale proveniente dal frontone), segno questo, a parer mio, che essi hanno coniato questa ipotesi senza la minima documentazione in merito (cfr. Ippolito E. Ferrario - Gianluca Padovan, Milano sotterranea e misteriosa, Mursia, Milano 2008, pp. 91-92).
[2] Per tutti i non lombardi, la Libreria Milanese o Meravigli è una casa editrice (con sede e vendita al pubblico appunto in via Meravigli 18) che si occupa di pubblicare (e ripubblicare in versioni anastatiche) testi su Milano e la Lombardia, spaziando dalla storia, al folklore, alla cucina, alla grammatica dialettale, al turismo.
[3] Alessandro Colombo, Milano romana, Meravigli (Vimercate 1994), pp. 18-19; il testo originale è del 1928.
[5] Franco Fava, Milano magica e fantastica, Meravigli (Milano 2007), pp. 120-121.
[6] A. Colombo, Ibid., p. 17.
[7] Ricordo qui che non abbiamo traccia alcuna di druidismo nell’Italia settentrionale, come del resto in nessuna area celtica al di fuori di Irlanda, Gran Bretagna e Francia centro-settentrionale (cfr. il mio articolo Il druidismo come fenomeno non pan-celtico).
[8] Da non confondere con l’omonimo largo nel quartiere Giambellino, a più di 4 km in linea d'aria dal centro: qui, infatti, molte vie hanno nomi di piante, in quanto l’intera zona venne edificata solo negli Anni ’70-’80 del secolo scorso, in un’area che prima era di aperta campagna (il centro abitato più vicino era Lorenteggio).
[9] Ottone Brentari, Guida alla toponomastica milanese di fine Ottocento, Meravigli (Milano 2008), 19; il testo originale è del 1889.
[10] Felice Venosta, Milano e le sue vie. Studi storici, Milano 1867, volume I, p. 11.
[11] Pur tralasciando che il gallese e il gaelico sono lingue celtiche di due rami ben diversi (il primo Celtico-P, il secondo Celtico-Q), il gallico (e quindi la sua variante insubre) è Celtico-P, ma non è affine al gallese più di quanto non lo siano fra loro, ad esempio, l’italiano e il francese.
[12] Donatella Caporusso - Maria Teresa Donati - Sara Masseroli - Thea Tibiletti, Immagini di Mediolanum. Archeologia e storia di Milano dal V secolo a.C. al V secolo d.C., Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche di Milano, Truccazzano 2007, pp. 21-26; ricordo qui peraltro che gli scavi sotto al Duomo hanno riportato alla luce le due vecchie basiliche e il battistero, e di recente anche tracce di un tempio romano e di un ancora precedente sacello celtico (su cui però non sono ancora stati pubblicati articoli in merito).

Il druidismo come fenomeno non pan-celtico

Mappa delle popolazioni celtiche.


Articolo pubblicato su Athame il 22/09/2015.

Oggigiorno parlare di Celti fa subito venire in mente la loro casta sacerdotale, i druidi, i quali paiono irrimediabilmente connessi a questa popolazione; ciò pare tuttavia essere un errore, poiché la loro diffusione risulta, dalle fonti, estremamente limitata nel tempo e soprattutto nello spazio. Ritenere che nell’Italia settentrionale ci fossero druidi, ad esempio, è un errore grossolano. Vediamo perché.

Una collocazione temporale
Il primo dato da tener presente a riguardo è che le testimonianze del druidismo (soprattutto letterarie, e anche quelle archeologiche, poche o presunte che siano) possono essere ritrovate unicamente nella cultura di La Tène, vale a dire dal VI secolo a.C. in avanti: in precedenza, ovvero durante il periodo Hallstatt (XIII-VII secolo a.C.) non abbiamo traccia alcuna della cultura druidica, e questo non può che indurci a ritenere che la nascita di questa istituzione sia puramente latèniana.
Pare scontato che la cultura orale del druidismo ci abbia privato di testimonianze dirette, e tuttavia quelle degli autori classici non sono ignorabili: le più antiche (del I secolo a.C.) sono, oltre a Cesare, quelle di Diodoro Siculo e Strabone, per quanto si è ritenuto che essi abbiano tratto queste informazioni da testi oggi perduti di Posidonio di Apamea (135-50 a.C.). Questo se non altro ci concede una griglia cronologica relativamente precisa: il druidismo sarebbe dunque nato tra il VI e il II secolo a.C., poco prima o durante quello che è considerato l’apogeo della civiltà celtica ma, come abbiamo visto, molto più di recente rispetto alla nascita della cultura stessa.

Celti senza druidi
La testimonianza più importante resta ovviamente quella di Cesare, che in questa sede ci interessa non tanto per la sua descrizione della casta druidica, ma proprio in ragione della sua stessa esistenza: a differenza degli altri autori sopraccitati (che si rivolgevano a un pubblico di lingua greca), il condottiero romano non avrebbe avuto ragione di descrivere i sacerdoti dei Celti ai suoi connazionali, in particolar modo trattandoli come fossero qualcosa di esotico e particolare, se essi fossero già stati noti ai suoi lettori. Non dobbiamo infatti dimenticare che popolazioni celtiche erano stanziate da lungo tempo in Italia, e con esse i Romani avevano avuto molto a che fare prima di conquistarle: si parla qui di Senoni, Boi, Cenomani, Insubri e di tutte le tribù del centro e nel nord Italia. Possiamo dunque ritenere, credo senza troppi dubbi, che costoro non avessero druidi (anche il vista della totale mancanza di fonti archeologiche), e un discorso analogo si può fare per gli abitanti della Gallia Narbonense (l’attuale Francia meridionale), conquistata nel 121 a.C., dunque dopo l’ipotizzato periodo di nascita del druidismo.
In effetti lo stesso Livio, parlando dei rituali svolti dai Boi dell’Emilia Romagna sul corpo dello sconfitto Postumio, nel 215 a.C., nomina come figure addette al culto un sacerdote e degli antistites (coloro che sovrintendono al tempio), i quali non rientrano nella celebre tripartizione della casta druidica riportata da Strabone (formata appunto da druidi, indovini e bardi); l’autore romano però si premura di specificare che essi non sono sacerdoti, ma semplici aiutanti del sacerdote stesso, che resta comunque uno solo. Torneremo più avanti su questo punto.
I Celti dell’Italia, comunque, non erano certo gli unici a non possedere la celebre casta sacerdotale: non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che i Celtiberi (vale a dire quelle popolazioni celtiche stanziate nell’attuale Spagna) si scontrarono coi Romani nel II secolo a.C., e allo stesso modo nessuna fonte letteraria (né archeologica, in realtà) parla di druidi presso di loro.
Andando indietro nel tempo, va ricordato che i Greci conobbero a loro spese i Celti dell’Europa orientale: nel 281 a.C., infatti, un’invasione di queste popolazioni stanziate in Pannonia (regione oggi compresa fra Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia) travolse la penisola balcanica, per poi fermarsi in Asia Minore, in quella che venne chiamata Galazia. Di fatto, testimonianze di cultura druidica nell’Asia Minore, in Grecia e in Pannonia ovviamente non esistono; l’unico rimando (e che potrebbe trarre in inganno) si trova in Strabone, il quale riporta che i Galati dell’Anatolia avevano un luogo ove si riunivano, definito drunemeton (letteralmente, e con ogni probabilità, “luogo sacro delle querce”): non c’è comunque nessuna diretta testimonianza della presenza di druidi, anche in vista del fatto che in giro per l’Europa esistono altri nemeton con suffissi diversi (ad esempio vernemeton e novionemetum), e che la quercia è un albero con importanti rimandi mistici in praticamente tutte le religioni indoeuropee.

I luoghi del druidismo
Ma dunque dove erano diffusi i druidi? Una locazione puramente geografica (a differenza di Cesare che parla semplicemente di “Gallia”) ce la fornisce Cicerone, il quale dice di aver conosciuto un druido di nome Diviziaco, del popolo degli Edui: veniamo così a sapere che questa tribù celtica della Gallia centrale, stanziata tra il Saona e la Loira, aveva la casta druidica (il fatto che costui fosse realmente un druido resta però una questione dibattuta). Il solito Cesare ci riferisce inoltre che “si reputa che questa dottrina sia nata in Britannia e che poi sia stata portata in Gallia, ed ora, quelli che vogliono conoscere questa disciplina più approfonditamente, perlopiù si recano là per impararla.” (la stessa nozione ci viene dalla saga irlandese sull’eroe Cú Chulainn). Abbiamo dunque la conferma di un’ipotesi di grande importanza: il druidismo non è la religione etnica dei Celti, ma è nato, vale a dire che si è costituito, per l’appunto come un culto, una casta e una chiesa. La Gallia di cui parla il condottiero (il luogo a cui tutti gli autori classici associano il druidismo, e nessun altro) è ovviamente quella che oggi è la Francia del centro e del nord (quella all’epoca non sotto il dominio romano); la Britannia corrisponde invece all’attuale Gran Bretagna.
Testimonianze del druidismo le ritroviamo sparse (sia a livello spaziale che temporale) in Gallia, Britannia e Ibernia (l’attuale Irlanda), luoghi in cui sicuramente la casta era giunta e aveva proliferato, espandendosi a partire dalla grande isola. Essendo però un movimento religioso, e non una tradizione etnica, pare lecito domandarsi se la diffusione del druidismo fosse uniforme: si deve dare per scontato che tutte le popolazioni di quelle zone avessero i druidi, oppure è più lecito pensare che presso alcune tribù tale culto non fosse arrivato, se non addirittura rigettato in vece di tradizioni più ancestrali, soprattutto nei luoghi più distanti (come appunto la Penisola Iberica, l’Italia e i Balcani)? Un parallelo con la diffusione del cristianesimo presso i popoli barbari durante i primi secoli del Medioevo pare inevitabile. Quel che resta certo, comunque, è che il “territorio” dei druidi fosse molto più limitato rispetto a quello della popolazione celtica in sé.

Le due religioni dei Celti
Ma dunque, se il druidismo non era la religione originaria dei Celti, allora qual era? Molto semplicemente, essi dovevano avere una religiosità classicamente indoeuropea, dove la figura del re incarnava sia il potere legislativo che quello religioso: era infatti egli che si occupava del culto, ad esempio officiando i sacrifici, probabilmente aiutato da “addetti del sacro”, i quali però erano più che altro funzionari, e non creavano una classe sociale distinta, esattamente come accadeva presso i Germani o nella Roma arcaica. A tal proposito, in un contesto simile la testimonianza di Livio sui Boi diventa molto più chiara, con la figura del sacerdote (se non il capo, almeno un suo rappresentante) e degli antistites.
Anche in vista di determinate parti della dottrina (ad esempio le teorie metempsicotiche), si è pensato che la filosofia di base dei druidi fosse di origine straniera (non a caso gli autori classici la associavano all’orfismo e al pitagorismo): in questo caso il druidismo assume connotati simili allo zoroastrismo, una religione non etnica ma predicata da un certo momento in poi della storia del popolo persiano e che, col passare dei secoli, ha integrato e soppiantato i culti ancestrali. In questo caso i druidi non riuscirono a ottenere un successo completo, forse a causa dell’ostilità di alcune tribù celtiche (del resto si sarebbe trattato, per il re, di rinunciare al suo potere sacrale), forse per la giovinezza del culto che non ebbe il tempo di espandersi in maniera consistente, ma sicuramente anche a causa dell’ingerenza romana, che gli impedì di proseguire il suo sviluppo.

Perché San Giovanni in Conca a Milano non è un mitreo


I resti dell'abside di San Giovanni in Conca, in piazza Missori a Milano.

Brano scritto per Luca Tarenzi dopo la pubblicazione de Le Due Lune (circa 2010). 

Dato che la faccenda penso possa interessare a più persone, mi sembra carino metterla per iscritto.
L’attestazione (in realtà ipotesi) che la nostra chiesa sorgesse su un mitreo (identificabile con la restante cripta) ci viene unicamente da I. E. Ferrario - G. Padovan, Milano Sotterranea e Misteriosa, che dice: “Pare che in origine [la cripta] fosse un mitreo, che l’avvento del culto cristiano ha poi cancellato. L’appellativo “in conca” dovrebbe derivare dal fatto che è stata ritrovata una grande vasca, che potrebbe essere stata destinata a fonte battesimale e di qui la dedica al Giovanni detto Battista, ovvero colui che battezza per immersione nelle acque.” 
Ma basta informarsi un po’ di più, e visitare la cripta stessa, per rendersi conto che entrambi gli assunti sono errati: la conca non è mai stata una fonte battesimale mitraica, bensì la parte di “una cisterna in laterizi rivestita da cocciopesto impermeabilizzante e alimentata da condutture in piombo” in disuso, che venne poi abbattuta per la costruzione dell’edificio sacro (così riporta uno dei cartelloni in situ); allo stesso modo la chiesa non fu dedicata a Giovanni Battista, bensì a Giovanni Evangelista, la qual cosa è tranquillamente attestata da una delle (seppur tarde) statue ritrovate nella chiesa (e oggi esposta al Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco), risalente al XIV secolo e rappresentante il suddetto Santo nell’atto di essere bollito nell’olio. Anche perché, che senso avrebbe avuto dedicare una chiesa al Battista in relazione alla fonte battesimale, senza che questa però esistesse più e non fosse mai stata cristiana?
Niente mitreo, dunque, per lo meno in base a ciò che dicono i due autori del libro... Magari però qualcuno ha fatto degli studi più dettagliati che nel testo di cui sopra non vengono riportati, sarebbe lecito pensarlo.
Ciò comunque non toglie che il capoluogo lombardo fosse una roccaforte del culto mitraico, e persino da epoca assai antica (con buona pace del nostro romanziere)! Nel sito Storia di Milano leggo che “a Milano esistevano diversi mitrei, difficilmente collocabili, tranne quello rinvenuto per gli scavi di piazza Diaz. Ne attesta il culto M. Valerio Massimo, sacerdote di Mitra e studioso di astrologia, la cui stele sepolcrale, rinvenuta sotto i portici di S. Simpliciano, risale alla fine del I - inizi del II secolo d.C., un periodo molto precoce per la diffusione del culto. Un’altra epigrafe è stata trovata nei pressi di S. Ambrogio; ci informa che P. Acilius Pisonianus ha restaurato uno speleum mitraico [che A. Colombo colloca nella zona del Circo romano] a sue spese dopo che un incendio lo aveva distrutto e il Comune aveva ripulito l’area.” 
Una diversa e più vecchia teoria (ma non meno suggestiva) riguardo la precedente natura della cripta di San Giovanni in Conca è riportata da A. Colombo nel libro Milano Romana: “La data di costruzione è incerta, essa oscilla tra il IV secolo d.C. e la fine del V. Di certo è che la chiesa, a pianta rettangolare insolitamente allungata, fu costruita sopra un precedente edificio romano, riferibile al III secolo d.C., che era orientato secondo il piano regolatore del foro. Presso la cripta è stata individuata anche una cisterna, una grande vasca per l’acqua, la cui presenza potrebbe giustificare la specificazione ad Concham a cui il nome di S. Giovanni è abbinato. Concha, in latino, ha primariamente il significato di conchiglia e la traduzione in italiano del nome della chiesa suonerebbe, dunque, S. Giovanni alla Conchiglia. Abbinamento che apparentemente può sembrare privo di senso, ma che, viceversa, ha una sua plausibile spiegazione. In primo luogo, si potrebbe ipotizzare che la primitiva chiesa di S. Giovanni sia stata costruita sopra un tempio pagano e non su di un edificio qualunque, sia per analogia con tante altre chiese cristiane, sia perché l’edificio era orientato perfettamente col foro e ubicato proprio nei pressi di uno sbocco della via porticata (decumanus maximus) in direzione del foro stesso. Quanto alla grande vasca poi, si può pensare alla presenza di una fontana monumentale, tipica romana, ricca di giochi d’acqua e ornata da statue e, perché no, anche da una grande conchiglia. In effetti, in via Paolo da Cannobbio, cioè nei pressi di S. Giovanni in Conca, è stata rinvenuta una piccola statua di ninfa che doveva appunto essere ornamento di un ninfeo, o di una fontana. La statua, acefala, è attualmente conservata presso il museo archeologico di corso Magenta. Della conchiglia è invece rimasto solo il ricordo, legato al nome del santo. Volendo poi azzardare una ipotesi, per confronto con un’altra chiesa milanese, si potrebbe anche arrivare alla identificazione del tempio in questione. Infatti, se parlando di S. Donnino alla Mazza, questa viene subito abbinata ad un tempio dedicato ad Ercole perché notoriamente l’eroe veniva sempre raffigurato armato di una nodosa clava, per S. Giovanni in Conca non sarebbe scorretto pensare ad un tempio dedicato a Venere, la cui nascita è altrettanto notoriamente legata a una conchiglia. È sicuramente ben conosciuto da tutti il quadro, raffigurante la Dea che sorge dal mare trasportata da una conchiglia, che Botticelli realizzò ispirandosi agli antichi modelli greci. In conclusione, la chiesa di S. Giovanni potrebbe essere stata costruita sopra un tempio di Venere e le sue adiacenze. E la specificazione ad Concham, che finora ha dato luogo a interpretazioni disparate, pertanto troverebbe una ragionevole motivazione.” 
Ritengo che sarebbe assai interessante vedere di persona queste testimonianze (nel caso fosse possibile), indi per cui penso che sarebbe d’uopo organizzare una visitina al Museo Archeologico e a quello Sforzesco... Chissà che non venga fuori qualcosa di realmente interessante.