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venerdì 13 ottobre 2017

I tarocchi di Jodorowsky tra anacronismo e truffa



 
“Ciascun Arcano, essendo uno specchio e non una verità di per sé,
si tramuta in quello che tu ci vedi dentro.
Il Tarocco è un camaleonte.”
(Leonora Carrington)

Tempo fa, per prearare una lezione sull’argomento, ho iniziato a interessarmi di tarologia, ovvero lo studio storico-artistico dei tarocchi, oltre che ovviamente di cartomanzia, sempre dal punto di vista storico. Ho trovato alcuni libri e articoli molto interessanti sull’argomento, principalmente opera di studiosi come Giordano Berti e Andrea Vitali, e tuttavia mi sono reso conto di come ancora oggi, per lo meno in Italia, la reale storia dei tarocchi sia misconosciuta. Per dirne una, quando un amico ha trovato la pagina Facebook di una cartomante che pretendeva di spiegare le origini di queste carte, ascrivendole all’antico Egitto, le ha detto: “Pensavo che fossero nate nel XV secolo…”, al che lei ha semplicemente risposto: “No, la loro storia è ben diversa.” E nient’altro.
Non è mia intenzione parlare della reale storia dei tarocchi nel dettaglio, cosa che ho già fatto in breve e che potete trovare QUI. Questo articolo nasce perché, di recente, in alcune librerie milanesi c’è stato un exploit del libro di Alejandro Jodorowsky, La Via dei Tarocchi, scritto nel 2004 ma riedito più volte (e per chi non conoscesse il celeberrimo regista, fumettista e psicomago cileno, rimando ovviamente alla sua pagina Wikipedia). La cosa mi ha lasciato piuttosto basito perché, a mio avviso, la fama del suddetto in cartomanzia è per certi versi il sintomo che i tarocchi sono ancora legati a una mitologia ormai obsoleta e, oltre a ciò, ritengo che l’opera di Jodorowsky rasenti moltissimo la truffa. Ed è questo punto che vorrei approfondire.
Tutte le citazioni e i riferimenti, che non sto a segnare nel dettaglio, vengono dall’Introduzione al suddetto libro, edito da Feltrinelli.

Un nuovo mito delle origini (che si poteva fare meglio).

Un bellissimo meme da una delle mie pagine preferite...

Jodorowsky, nelle prime pagine, racconta tutto il percorso che lo ha portato a conoscere i tarocchi, e difatti il corpus del testo è costituito dall’interpretazione minuziosa della simbologia del mazzo da lui progettato e disegnato da Camoin. Cercherò di riassumere la vicenda.
Il Nostro si era appassionato ai tarocchi da giovane, parlando con personaggi come Leonora Carrington e André Breton; fu quest’ultimo a dirgli, osservando uno dei tanti mazzi della sua collezione: “Questo mazzo di carte è ridicolo. I simboli sono di un’ovvietà sconcertante. Non c’è nulla di profondo qui dentro. L’unico tarocco che abbia un senso è il Tarocco di Marsiglia. Quelle carte incuriosiscono, commuovono, ma non rivelano mai il loro intrinseco segreto.” E, dopo queste parole, il Nostro avrebbe compreso il suo errore e gettato al macero tutti i suoi mazzi, decidendo di interessarsi unicamente ai marsigliesi, in quanto versione per così dire migliore tra tutte quelle esistenti. Ma, anche in questo caso, si sarebbe ritrovato davanti a molte versioni diverse, senza riuscire a stabilire quale fosse realmente l’originale, optando quindi per quella di Paul Marteau del 1930, che nell’idea del loro creatore era una ricostruzione artisticamente e filologicamente accurata del mazzo originario.
Jodorowsky però, insoddisfatto anche da questa versione, avrebbe casualmente trovato un mazzo marsigliese presso un antiquario di Città del Messico, una versione che non ricordava di aver mai visto. Così, dopo varie peripezie, riuscì a entrarne in possesso, rimanendo sconcertato da alcuni particolari, e stabilendo dunque che si trattava non di un vecchio marsigliese, ma della prima versione in assoluto dei tarocchi in generale. Con l’amico e collaboratore Philippe Camoin avrebbe dunque restaurato il mazzo e scritto un libro su come interpretarlo, di fatto restituendo al mondo la vera cartomanzia, quella pura e incorrotta dall’opera altrui.
Non contento di tutto questo, il Nostro si premura anche di spiegare al lettore la vera origine dei tarocchi: essi sarebbero stati creati in Spagna o in Linguadoca intorno all’XI secolo, allorquando alcuni saggi ebrei, cristiani e musulmani decisero di depositare la conoscenza delle loro religioni in un mazzo di carte, per preservarla e tenerla nascosta dalle future persecuzioni; a riprova di questo, cita il fatto che “già nel 1337, negli statuti dell’abbazia di Saint-Victor di Marsiglia si proibisce ai religiosi il gioco delle carte”[1]. Si prodiga poi nello spiegare come, dopo il Medioevo, “gli autori li usavano per fare il proprio autoritratto e li infarcivano di superstizioni. Vi ho trovato credenze massoniche, taoiste, buddiste, cristiane, astrologiche, alchemiche, tantriche, sufi… [sic!] Come se il Tarocco fosse una domestica perennemente al servizio di una dottrina estranea.” E conclude con un’appassionata e minuziosa critica all’operato dei vari esoteristi del XIX e XX secolo, che avrebbero completamente snaturato il senso dei vari trionfi.
Parto da quest’ultimo punto: per quanto non sia mia intenzione fare una disamina minuziosa della cosa, mi pare doveroso confutare gli errori più grossolani del Nostro, ovverosia:
·      L’opera di Etteilla non ha assolutamente nulla a che fare con l’astrologia e la cabala (di cui l’autore probabilmente non sapeva nulla, essendo un semplice e misconosciuto cartomante).
·        Lévi è il primo a fare un accostamento alla cabala, ma il Nostro non sembra accorgersene, chiamando le lettere presenti sulle carte “alfabeto ebraico”; inoltre Lévi aveva storicamente (anche se forse involontariamente) ragione nel ritenere che i marsigliesi fossero essoterici, in quanto non erano stati pensati per la divinazione ma per il gioco.
·       Waite non scambia i numeri di Giustizia e Forza per farle coincidere con le sephirot della cabala (da cui Jodorowsky sembra ormai ossessionato), ma per l’astrologia: la Giustizia doveva essere la Bilancia e la Forza il Leone, ma con la numerazione classica sarebbe risultato il contrario.
·       Crowley non cambia l’ordine delle carte come sopra, il che è anzi una grande differenza rispetto agli altri cartomanti di scuola anglosassone.
·        Wirth non cambia gli abiti dei personaggi dei tarocchi (questa è forse la critica più gratuita).
Preciso che sto sorvolando su nomi scritti male e date di nascita e morte sbagliate. Tutto questo per dire che è normale che un esoterista diffami i suoi predecessori (tutti defunti, ma tant’è), ma trovo allibente il fatto che il suo lavoro serva in realtà a dimostrare come la sua conoscenza dell’argomento sia pressapochista[2].
Al di là di questo, torniamo al mito delle origini, i tarocchi marsigliesi medievali. Quando, nel XVIII secolo, Court de Gebelin si inventò il fatto che i tarocchi fossero di origine egizia, e contenessero tutto il sapere del mondo, persino lo studioso più informato non avrebbe potuto smentire questo fatto: la conoscenza dell’Egitto, prima della conquista napoleonica, era molto sommaria e veniva per lo più dai classici. Di fatto, si era creato un mito delle origini, ovverosia una narrazione che non aveva un reale fondamento storico, ma affondava le sue radici nel tempo del mito, quando gli dèi camminavano sulla terra. Per l’epoca, era un’ottima storia, e infatti è perdurata nel tempo.
Tuttavia, oggi la nostra conoscenza dei tarocchi è molto più ampia: sappiamo perfettamente in che epoca sono nati (prima metà del XV secolo) e anche dove, con buona approssimazione (Milano o Ferrara), e ne conosciamo anche gli scopi, ovverosia prima commemorativi e poi (con la diffusione dei mazzi) ludici o educativi: tutto questo ci è testimoniato dai tre mazzi viscontei, da quelli estensi e da altri singoli e particolari, come i Sola Busca e i Mantegna. E tutto questo lo sappiamo perché questi mazzi, seppur in maniera spesso incompleta, sono giunti fino a noi nella loro versione originale. Allo stesso modo conosciamo perfettamente i primi mazzi marsigliesi, nelle due varianti di Noblet e di Vieville, entrambe della metà del XVII secolo; come del resto sappiamo anche, grazie ad alcuni ritrovamenti nel Castello Sforzesco d’inizio secolo scorso, che il “modello marsigliese” è in realtà un tarocco milanese del XVI secolo pensato probabilmente per il gioco del popolo (ne è una bella testimonianza il Foglio Cary).
Ordunque, essendo che oggi possediamo tutte queste informazioni, e che la storia dei tarocchi è chiarissima (al più si dibatte se siano nati a Milano o a Ferrara), raccontare un mito per il quale, in pieno Medioevo, dei sapienti di varie religioni abbiano creato un mazzo di carte di significato esoterico, è anacronistico e insensato. Ma è insensato soprattutto perché si tratta di un mito talmente debole che, cadendo, trascina con sé tutto il castello di carte (o se preferite tarocchi) che il Nostro ci ha costruito sopra: anche ammettendo che abbia trovato un nuovo e antico tipo di marsigliese, non potrebbe comunque essere più vecchio di quelli viscontei o estensi. E tutto questo rasenta poi la truffa perché, a conti fatti, Jodorowsky e Camoin hanno semplicemente ripreso un marsigliese qualunque e ci hanno aggiunto qualche particolare per renderlo “esoterico”.
Di fatto, l’operazione del Nostro si configura come quella di un esoterista qualsiasi, e non di un cartomante rivoluzionario come sembra vendersi: racconta un mito delle origini molto accattivante, diffama i suoi predecessori e si inventa un nuovo mazzo che dice essere quello vero. Il problema è che, come visto, quest’operazione poteva andare bene nell’Ottocento, non oggi. A riprova di tutto ciò, gli esoteristi di bassa lega credono ancora più volentieri alla storia di Court de Gebelin.

I tarocchi marsigliesi come morte dell’arte e dell’esoterismo.

Un confronto facile facile...

Ho scritto che Jodorowsky ha ripreseo “un marsigliese qualunque”, il che fa forse storcere il naso in quanto potrebbe apparire come una grossa semplificazione: come detto esistono varie versioni di quel tipo. In realtà il secondo punto che vorrei trattare è proprio questo, ovvero come i mazzi cosiddetti marsigliesi, ancora oggi considerati da tanti (fra cui il Nostro) come ispirati a un modello più puro e antico, siano in realtà quello di minor pregio artistico (e poi esoterico) fra tutti quelli esistenti.
Quello disegnato da Camoin dovrebbe essere ispirato al modello di Nicolas Conver del 1761, ovviamente restaurato e in parte modificato (ma non abbastanza per sembrare un tarocco diverso dal tipo marsigliese, va da sé). La caratteristica fondamentale dei marsigliesi è proprio quella di mantenere bene o male sempre lo stesso modello col susseguirsi delle epoche. Come accennato, il primo a crearli fu Jean Noblet attorno al 1650, ispirandosi a mazzi italiani del secolo precedente, mentre Jacques Vieville ne fece una variante più originale, che però non ebbe successo e venne ripresa molto poco (ad esempio da Waite per il suo Sole); poi, tutti gli artisti francesi ripresero sempre e solo il modello di Noblet, con variazioni minime (ad esempio aggiunte di piccoli particolari o modifica dei colori). Questo si giustifica probabilmente col fatto che i giocatori preferivano quel modello e diffidavano delle innovazioni, quindi la produzione si è standardizzata, smettendo di essere un campo di prova per gli artisti: da Noblet a Marteau, dunque per circa 300 anni, il mazzo marsigliese è rimasto sempre uguale a sé stesso, una stanca ripetizione di un modello obsoleto che era sì diventata tradizione, ma al tempo stesso campo sterile per qualsivoglia prova d’arte
Quel che accadde in Italia fu invece diametralmente opposto: se è vero che in origine (soprattutto nel nord) i mazzi usati per giocare erano i marsigliesi (e questo probabilmente perché ricordavano il vecchio mazzo milanese), molte città continuarono a produrre modelli nuovi, o restaurare in maniera profonda quelli tradizionali. Ne sono un bell’esempio le minchiate fiorentine, nate prima del 1538, ma che nella loro versione del 1725 sono disegnate nello stile dell’epoca; oppure gli antichi tarocchi bolognesi, che forse già esistevano nel 1459, e che in epoca moderna erano molto cambiati, ad esempio sostituendo le quattro figure regali (i trionfi II, III, IV e V) con i mori. Ma la produzione di carte era anche un campo artistico in senso stretto: a Milano, nel 1835, Carlo Della Rocca creò il cosiddetto “tarocco sopraffino” che andò a sostituire quello neoclassico che aveva “appena” 15 anni, mentre a Torino, nel 1893, Giovanni Vacchetta disegnò i suoi naibi, che per la prima volta presentavano le carte numerali illustrate e non come semplice elenco di semi. Innovazioni anche più semplici, come ad esempio i cavalieri vestiti da carabinieri nel tarocco piemontese, in Francia non sarebbero mai state concepite.
Quel che interessa a Jodorowsky è ovviamente il valore esoterico delle carte, ovvero la loro capacità di comunicare a colui che le “legge” tramite la simbologia: per fare il primo esempio che mi viene in mente, nella sua carta del Mondo l’aquila ha connotazione maschile e il bue è invece una mucca (sic!), simboleggiando fra le altre cose una certa valenza di opposizione anche sessuale. Va da sé che, per fare ciò, l’immagine deve entrare in sintonia con colui che la vede: se faccio vedere il Bagatto dei tarocchi di Crowley a qualcuno che non sa nulla di magia, vedrà semplicemente un uomo giallo che vola, quindi la comunicazione avverrà in una certa qual maniera distorta (almeno nelle intenzioni dell’ideatore dell’immagine in questione). Per fare cartomanzia, insomma, occorre che immagine e cartomante riescano a capirsi a vicenda, ed è proprio per tale ragione che è molto più difficile divinare con un mazzo non pensato per la divinazione, ovverosia tutti quelli precedenti a Etteilla, inclusi ovviamente i marsigliesi che sono “fermi” a modelli del tardo Rinascimento.
Sia ben chiaro: se una persona vuole divinare con i marsigliesi, o con i viscontei, o con i bolognesi non c’è nessun problema, perché vuol dire che è in sintonia con quel mazzo e quelle immagini hanno un significato per lui. La critica che muovo è invece al modo in cui il Nostro imposta la cosa: il mazzo “vero” sono i marsigliesi, perché la loro simbologia è perfetta, tutti gli altri sono deviati e corrotti; dunque, dice sempre, smettetela di divinare con quelli e usate quello che vi dico io, cioè il mio. E se a questo si aggiunge appunto che i marsigliesi sono in realtà i tarocchi più sterili e obsoleti, la valenza pubblicitaria (e a mio avviso truffaldina) risulta più che palese. Del resto, Jodorowsky è famoso per “vivere” sulle opinioni divergenti che le persone hanno di lui, e che servono solo a incrementare il suo ego già smisurato.
In conclusione, resto convinto che fingere di ritrovare il tarocco originario era un’idea carina ma, senza voler offendere nessuno (e visto che siamo nel XXI secolo), si poteva fare meglio.


[1] Il provvedimento si riferiva in realtà alle normali carte di origine araba, e non ai tarocchi.
[2] Jodorowsky sembra peraltro davvero convinto che i marsigliesi si chiamino così perché nati a Marsiglia: in realtà tale demoninazione venne data da Marteau quando ristampò una versione dei tarocchi di Conver editi in quella città; il tipo nasce invece a Parigi.

giovedì 24 novembre 2016

Storia della Magia 08 - La cartomanzia



LE ORIGINI ITALIANE

I Tarocchi dei Visconti (ante 1447).

Nonostante gli occultisti tendano ad ascrivere la creazione dei tarocchi ai popoli antichi (in particolare agli Egizi), non abbiamo testimonianze, in Europa, di carte da gioco prima dell’epoca tardomedievale; le prime attestazioni sono alcuni frammenti di carte arabe (denari, bastoni, spade e un quarto seme sconosciuto), usate per il gioco d’azzardo. Furono comunque proprio gli Arabi a inventare questo tipo di oggetto, presto imitati dagli Europei (in particolare Spagnoli e Italiani) nel XIV secolo; si diffusero poi almeno tre tipi di mazzi, quello coi semi italiani (denari, coppe, spade e bastoni), quello coi semi tedeschi (foglie, ghiande, campanelli e cuori) e quello coi semi francesi (quadri, cuori, picche e fiori), che diventò poi il più diffuso. Un quarto modello, differente dal cosiddetto ludus cartharum, era il mazzo dei trionfi (ludus triomphorum), composto dalle canoniche 56 carte a semi italiani affiancate da 22 figure di valore allegorico, dette appunto trionfi e in seguito tarocchi. I primi manuali di gioco, invece, videro la luce tra XVI e XVII secolo, ma non abbiamo delle vere testimonianze sull’utilizzo di queste carte a scopo divinatorio: l’unica di un certo interesse è quella del mantovano Teofilo Folengo (1491-1544), che nel Chaos del Triperuno menziona l’estrazione delle carte per prevedere il futuro delle persone.
La creazione dei tarocchi ha parimenti una collocazione e una datazione precisa: il primo mazzo fu realizzato a Milano, tra il 1442 e il 1447, probabilmente su commissione del duca Filippo Maria Visconti; si trattava di un gruppo di più di 60 carte dipinte a mano e ricoperte da una lamina d’oro finemente lavorata a bulino. Esse traevano ispirazione da un precedente mazzo commemorativo, nel quale erano stati rappresentati gli dèi greci, e si trattava forse del tentativo di creare un nuovo gioco: il primitivo mazzo visconteo, infatti, presenta alcune importanti anomalie rispetto agli altri mazzi dell’epoca, primo fra tutti la sostituzione dei bastoni con le lance, e in secondo luogo i sei onori (le figure di corte dei semi), ovvero re, regina, cavaliere, cavallerizza, fante e fantesca. Dei tre mazzi pervenutici, il più antico presenta anche alcuni trionfi che vennero poi abbandonati (la Fede, la Speranza, la Carità e forse la Prudenza), e in nessuno si sono conservati il Diavolo e la Torre.
Secondo alcuni studiosi il più antico mazzo di tarocchi (non pervenutoci, e sempre di ispirazione milanese) fu invece realizzato intorno al 1420 a Ferrara; come che sia, è certo che dall’ascesa del duca Borso D’Este, nel 1450, vennero creati nuovi mazzi molto pregiati: i più celebri sono quelli conosciuti oggi come tarocchi di Carlo VI (nel quale compare per la prima volta la numerazione), di Ercole I D’Este, di Castel Ursino, di Varsavia e di Rothschild; lo stesso termine “tarocchi” dovrebbe derivare dal ferrarese tarocar, arrabbiarsi (in riferimento al gioco d’azzardo). Altro pregevole esempio di mazzo rinascimentale è quello degli Antichi Condottieri (meglio noto come Sola Busca), realizzato tra il 1491 e il 1523, creato a scopo educativo con figure tratte dalla mitologia classica e biblica, e con alcune simbologie alchemiche. Il gioco dei trionfi fu, in definitiva, il prodotto di una cultura aristocratica tipica delle corti padane: esso nacque dalla mescolanza delle 56 carte comuni con un insieme di figure educative, vale a dire allegorie a sfondo etico e morale, raccolte da opere enciclopediche, letterarie e religiose risalenti al secolo precedente.

LO SVILUPPO FRANCESE

I Tarocchi del Libro di Thoth di Etteilla (1865).

Mentre anche nel resto d’Italia iniziavano a svilupparsi nuovi mazzi (come il tarocco piemontese, il tarocchino bolognese, le minchiate fiorentine e via dicendo), a partire dal 1494, in seguito all’invasione francese del Ducato di Milano, i tarocchi iniziarono a diffondersi anche in Europa: in particolare molti artisti francesi si ispirarono alle carte milanesi per elaborare il mazzo più classico, quello definito “marsigliese”. La sua creazione (con le sue innovazioni rispetto a quello italiano), datata attorno al 1650 a Parigi, si deve a Jean Noblet; il nome dipende invece dal fatto che, nel 1930, venne fatta la ristampa di una vecchia edizione di Marsiglia del 1760, col quale poi divennero famosi. Contemporaneamente vennero creati anche mazzi svizzeri, tedeschi e austriaci, che però non riscossero il medesimo successo di quelli italiani e francesi.
L’inventore della cartomanzia vera e propria, nel senso moderno del termine, fu Etteilla (1724-1792, nato Jean-Baptiste Alliette), che grazie ai suoi manuali ne divulgò la pratica in tutta la Francia, nella seconda metà del XVIII secolo; negli ultimi anni essa cominciò a diffondersi in tutta Europa, e col tempo assunse regole e sistemi ben definiti, per quanto essa si riferisse più che altro ai comuni mazzi di carte, e non ai tarocchi. La divinazione applicata a questi ultimi si deve invece al massone Antoine Court de Gebelin (1725-1784) che, in una sua pubblicazione (e con lo scopo sia di nobilitare la nuova arte, sia di fare scalpore), asserì che i tarocchi derivavano da un tipo di divinazione egizia, e che si tratterebbe in realtà delle pagine del mitico Libro di Thoth, un’opera contenente tutti i segreti del mondo; nella pratica, però, egli non fece altro che copiare i significati dati da Etteilla ai vari trionfi. Questi, per tutta risposta, creò un nuovo mazzo, chiamandolo proprio Libro di Thoth, con un nuovo ordine delle carte e assegnandogli sempre un’origine egizia; fondò poi, nel 1788, la Società Letteraria per l’Interpretazione del Libro di Thoth, che si sviluppò velocemente e contribuì a diffondere la cartomanzia presso tutti i ceti sociali. Nel corso degli anni il mazzo venne modificato dai suoi discepoli: in alcune versioni i semi italiani vennero sostituiti da quelli francesi (il Nuovo Etteilla), in altre il numero di carte venne ridotto a 42 (il Piccolo Oracolo delle Dame) o a 36.
Un ulteriore impulso alla diffusione della cartomanzia venne poi dato da Marie Adélaide Lenormand (1768-1843), una ciarlatana molto vicina all’imperatrice Josephine, che venne definita “la Sibilla dei Salotti” o “la Sibilla di Alençon”; la sua fama venne infatti sfruttata dalle sue discepole, che scrissero molti manuali di divinazione, e dai fabbricanti di carte: già nel 1828, a Parigi, vide la luce un mazzo chiamato appunto Sibilla dei Salotti, ispirato alle 52 “carte da conversazione” (un mazzo inglese settecentesco composto da figure simboliche), ma anche il Libro del Destino (con 32 carte) e il Piccolo Lenormand (da 36, e nel quale le figure vengono sostituite da un simbolo che le rappresenta). Il più celebre resta comunque il Grande Gioco di Società di Mademoiselle Lenormand del 1860, che mostra per la prima volta una simbologia di tipo magico-alchemico: ogni carta è infatti divisa in sette vignette, dove le tre superiori contengono una carta da gioco francese, una costellazione e un simbolo geomantico o una lettera dell’alfabeto, quella centrale mostra una scena mitologica o un’operazione alchemica, e le tre inferiori scene di vita quotidiana ai lati e fiori al centro.

L’OPERA DEGLI OCCULTISTI

I Tarocchi di Crowley (1942).

Come accennato, Eliphas Lévi fu un grande appassionato di tarocchi, e ne scrisse un nuovo “mito delle origini”: essi sarebbero ebraici, poiché dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme qualche cabalista avrebbe tracciato sull’avorio i misteri dell’ephod e dei teraphim (le immagini di Yahweh), giunti fino all’epoca attuale in forma di carte. Fu sempre lui ad ascrivere a ognuna delle 22 “chiavi maggiori” una lettera dell’alfabeto ebraico, secondo il suo significato cabalistico, e il primo a indicare, seppur a grandi linee, un metodo divinatorio originale; questo fu spiegato più tardi, e meglio, da Wirth, ed è oggi conosciuto come “metodo della croce” o “delle cinque carte”. Altra figura di spicco in quest’ambito fu quella di Jean-Baptiste Pitois (1811-1877), che legò i tarocchi anche a significati astrologici (ribattezzandoli “lame ermetiche”) e, nel suo libro Storia della Magia e del Mondo Soprannaturale (firmata con lo pseudonimo di Paul Christian), descrisse una fantasiosa iniziazione nei sotterranei della piramide di Menfi, dove veniva esplicata tutta la simbologia dei tarocchi, dipinti sulle pareti della cripta; fu lui a definire per la prima volta i trionfi come “arcani”, termine che poi entrò nell’uso comune. Come che sia, a scatenare la fantasia degli occultisti nel periodo successivo fu un’affermazione fatta dallo stesso Lévi, per la quale “resta un’importante opera da compiersi: si è da fare stampare e pubblicare un tarocco rigorosamente completo e perfettamente eseguito”.
Gli ambienti rosacrociani presero in parola il mago: fu il massone svizzero Oswald Wirth (1860-1943) a creare il primo mazzo “occultista” dopo quello ideato da Etteilla, pubblicandolo a Parigi nel 1889; quest’opera gode ancora oggi di un successo straordinario per l’accurata descrizione del rapporto degli arcani maggiori con la mitologia egizia e greca, e con le più diverse branche dell’esoterismo (astrologia, cabala e alchimia). Parimenti, anche il francese Papus (1865-1916, nato Gérard Encausse), sempre legato al rosacrocianesimo, unì gli arcani maggiori descritti da Pitois con i minori di Etteilla, e riprese anche i metodi divinatori settecenteschi. Infine, dopo lo scioglimento della Golden Dawn (entro la quale accadeva che ogni adepto realizzasse un proprio mazzo), l’americano Arthur Edward Waite (1857-1942) progettò il primo mazzo completamente illustrato con scene allegoriche anziché con figure simboliche; realizzato in stile art nouveau tra il 1909 e il 1910 da Pamela Colman Smith e pubblicato dalla Rider & Co. (da cui il nome di Tarocchi Rider-Waite), è assieme ai marsigliesi uno dei più usati al mondo, soprattutto in America.
Totalmente diverso, sia per stile che per contenuto, risulta invece essere il mazzo di Crowley, il cosiddetto “Tarocco del Libro di Thoth”, realizzato tra il 1938 e il 1942 da Frieda Harris, in stile surrealista; quest’opera è un vero e proprio inno al paganesimo di ogni epoca e luogo o, come ebbe a dire l’autore stesso, “una rappresentazione pittorica delle forze naturali così com’erano concepite dagli antichi secondo il simbolismo convenzionale”. Il mazzo in questione, ancora oggi molto in voga tra gli occultisti, fu il primo di tutta una serie di nuovi mazzi che avevano la tendenza a slegarsi sempre di più dalla tradizione esoterica moderna, per approdare a simbologie diverse, ispirandosi a civiltà antiche, alla natura, agli animali e alla letteratura fantasy (ovviamente con significati diversi a seconda delle rappresentazioni). In seguito alla diffusione del movimento New Age, delle teorie psicanalitiche e delle tecniche di meditazione orientali, è stato alimentato un uso dei tarocchi come simbologia per la realizzazione di sé stessi più che alla mera predizione del futuro.

GLI ARCANI MINORI E MAGGIORI

Il Bagatto (Visconti - Sola Busca - Marsigliesi - Etteilla - Wirth - Waite - Crowley).

Già in alcuni grimori tardomedievali troviamo rappresentazione dei semi delle carte come strumenti rituali, per quanto non si abbia idea in che modo le due cose siano connesse; sicuramente trovarono una certa unione in epoca posteriore, quando i principali oggetti della magia cerimoniale andarono a coincidere con gli arcani minori. I bastoni sono legati al fuoco e alla classe sociale del popolo minuto, e rappresentano la creatività e la volontà; i denari sarebbero la terra e i mercanti, nonché il corpo fisico e i possedimenti materiali; le coppe l’acqua e il clero, nonché i sentimenti; e infine le spade l’aria e la nobiltà, nonché la ragione. Esistono in effetti alcuni mazzi (soprattutto italiani ispirati alle Sibille francesi) composti dai soli arcani minori, per quanto sia pensiero comune che la divinazione coi minori sia più difficile di quella coi maggiori, e che quella con entrambi sia la più ardua in assoluto.
L’ordine e il nome degli arcani maggiori varia invece a seconda della tradizione; in generale la numerazione canonica tende a essere quella marsigliese, ma già Etteilla ne aveva composta una sua, cambiando anche i nomi e le raffigurazioni (ad esempio Gli Uccelli e i Pesci al posto dell’Imperatore, che non era più al numero IV ma al VII). Essi sono dunque, nell’ordine, il Bagatto (o il Mago), la Papessa, l’Imperatrice, l’Imperatore, il Papa, l’Innamorato (o gli Amanti), il Carro, la Giustizia, l’Eremita (o il Tempo), la Ruota della Fortuna, la Forza, l’Appeso (o l’Impiccato), la Morte (anche detta l’Arcano Senza Nome), la Temperanza, il Diavolo, la Torre (o il Fulmine), le Stelle, la Luna, il Sole, il Giudizio (o l’Angelo), il Mondo e il Matto (che è senza numero, e dunque conta sia come arcano 0 che come arcano 22). È da notare che, nei tarocchi Rider-Waite, le posizioni della Giustizia e della Forza sono invertite. Ognuno di essi ha, a differenza degli arcani minori, un significato più variabile e complesso, a seconda della situazione e degli arcani assieme ai quali viene estratto.