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lunedì 7 agosto 2017

Lo stregone del Monte Rosso e altre storie






Da sei anni mi capita ormai di passare buona parte del mese di agosto in un paese nei pressi di Varese, Venegono Superiore, quello che a primo acchito potrebbe sembrare l’ennesimo paesino di provincia, senza nulla di interessante. Tuttavia, sia per la suddetta permanenza che per il fatto di averci trascorso buona parte della mia infanzia (è la residenza dei miei nonni materni e dei miei zii e prozii), mi sono ritrovato a osservarlo per tanto tempo, e un posticino nel mio cuore se l’è lecitamente scavato.
Nell’estate 2012, ricordando vagamente che c’erano stati dei processi per stregoneria in zona, avevo creato un personaggio per il gdr Kata Kumbas che era per l’appunto uno stregone, e che veniva dal Monte Rosso, una delle zone di Venegono. È stato da quel momento che, col passare degli anni, mi sono sempre più reso conto di quanto il paesino avesse da offrire a un occhio attento. Ho dunque deciso di mettere per iscritto quanto scoperto, a metà strada fra un saggio e un diario, visto che si tratta per buona parte di miei ricordi degli anni passati.
Seguendo la strada che da Venegono Inferiore porta al suo omonimo Superiore, e passata una suggestiva casa rosa con una piccola torre, si giunge alla piazza con la chiesetta di Santa Caterina; lì accanto, fino a qualche giorno fa c’era una strepitosa trattoria, il Pancia Piena, che faceva fin troppo onore alla sua nomea: ci ho mangiato una sola volta, e credo che la risata isterica che ho fatto quando, ormai sazio, ho visto altri piatti d’antipasto arrivare dalla cucina, possa di per sé dire tutto. Voglio rendere omaggio anche ai gentilissimi proprietari e al calice colmo di Braulio che per loro contava come “digestivo”.

Bei ricordi...
Proseguendo si va verso il centro, dove sorge la parrocchia dedicata a san Giorgio, patrono del paese, il quale, come la maggior parte dei vecchi santi patroni, ormai non conta quasi più nulla nella devozione popolare, schiacciato dai leziosi culti dell’Età Moderna. Ma, detto fra noi, non che sarebbe cambiato qualcosa, perché siamo comunque molto vicini a Milano, e come sempre in queste zone non è il Santo, ma il Drago a farla da padrone.
È quindi un caso che l’attuale sindaco sia un Crespi?...

Il mosaico di san Giorgio e il drago sull'ingresso di un'abitazione venegonese.

Il guaritore in mezzo al bosco.

La fontana del monumento ai caduti, che fa da ingresso al Monte Rosso.

Prima di giungere alla suddetta piazza centrale, ci sono alcune strade sulla sinistra che salgono verso l’alto: una di queste (quella con la fontana) porta al quartiere più esclusivo di Venegono, il cosiddetto Monte Rosso, una zona residenziale composta esclusivamente da ville con ampi giardini boschivi, immerse in un silenzio quasi irreale. Da lì, proseguendo verso est, si estende l’immensa distesa del Pianbosco, un grande polmone verde che separa i comuni del Varesotto da quelli del Comasco, di cui solo alcune zone sono abitate, ville più o meno isolate fra loro immerse in una foresta d’altri tempi.
Proseguendo però verso nord, portandosi sul limitare (o se preferite sulla cima) del Monte Rosso c’è una stradina sterrata che si inoltra per qualche decina di metri nella vegetazione, fino ad arrivare a un cancello, che si apre su una grande distesa d’erba circondata dal fitto del bosco. In teoria si sarebbe già entro il comune di Vedano Olona, il quale però è molto distante, e vi si arriva solo tramite un secondo sentiero spesso battuto dai cercatori di funghi, che passa vicino al vecchio lazzaretto. All’interno di questa grande radura sorgono due edifici: in lontananza, un vecchio cascinale, e a metà strada fra questo e il cancello un edificio più piccolo, rustico e imbiancato, con un posteggio per 4 o 5 auto. Tutta questa proprietà prende il suggestivo nome di Cascina del Trono, e fino a qualche anno fa vi abitava un segnatore, il “Giulio da Venegon” o il “Giulio Medegón”.

Il rustico dove operava il segnatore di Venegono.

I miei nonni lo conoscevano sin da quando si era trasferito al Trono dalla nativa Milano: lui faceva il ragioniere, loro gestivano un bar in paese, in un’epoca nella quale il mondo era più piccolo; mia madre ha tenuto all’asilo sua figlia, e insomma, si sono sempre un po’ frequentati. Inutile dire che anche io, sin da quando ero molto piccolo, accompagnavo mia madre a farsi segnare con una certa regolarità. All’epoca per me era una cosa normale, e anche un po’ noiosa visti i lunghi tempi d’attesa, ma non è che mi desse fastidio; col senno di poi, era anche molto suggestivo.
La mattina si entrava dal cencello, sempre aperto, e si posteggiava la macchina dove si poteva: spesso il parcheggio era già occupato, e idem i lati del sentiero accanto all’edificio, ma a volte si era fortunati e si riusciva a posteggiare in maniera decente. Entrati, c’era una sala d’attesa (o per meglio dire un corridoio) poco illuminata e molto spoglia, con un attaccapanni e un’ombrelliera vicino alla porta, e una decina di sedie; dietro l’angolo, un piccolo bagno nel quale non ricordo di essere mai entrato. Sulla destra c’era la porta dello studio, con eventuali avvisi attaccati sopra (come quella di un dottore), e un piatto di ceramica appeso sopra di essa, con il simbolo del Giulio: una croce e un triangolo sospesi in cielo che emanavano luce, la quale teneva a bada un groviglio di rovi neri che sembrava risalire dal basso.
Lui iniziava a lavorare più o meno alle 5 del mattino, se non prima (tutto questo, ovviamente, dopo essere andato in pensione), e già a quell’ora c’era diversa gente ad attendere sulla porta; verso le 8 andava in pausa caffè, e riprendeva per il resto della mattinata, più o meno fino a mezzogiorno, ma spesso a oltranza: di più, diceva la gente in attesa, non riusciva a fare, anche considerato che era sulla settantina. In ogni caso le persone lì sedute chiacchieravano del più e del meno, o uscivano a fumare o a prendere aria, e dato che spesso ritornavano (e nei medesimi giorni, causa orari di lavoro) finivano per conoscersi: un’atmosfera un po’ più intima rispetto a quella che si viene a creare nello studio di un medico.
Spesso e volentieri il Giulio (all’anagrafe Giulio Obbialero) usciva dallo studio accompagnando la persona che aveva appena finito di visitare, si guardava attorno e vedeva se c’era gente che sapeva avere casi urgenti o semplice fretta di dover tornare al lavoro, e la faceva accomodare prima degli altri. Era un uomo anziano, non molto alto, con gli occhi sporgenti, pochi denti, la pelle coperta di macchie e porri tanto da apparire quasi spaventoso a me che ero un bambino; compensava però con un viso sorridente, una voce squillante, e un carattere sempre allegro ed espansivo, ma al contempo cordiale e molto diretto. Profondamente religioso e convinto cattolico, era un appassionato di storia che ogni tanto si lasciava andare a frasi un po’ poco ortodosse come “Non dirlo ad alta voce, che gli dèi ascoltano!”, il tutto perfettamente inserito nel paradigma della religiosità popolare e della credenza sulla magia; in effetti la gente lo definiva un “pranoterapeuta”, ma credo che fosse una dicitura un po’ new age messa in giro da qualcuno, perché il Giulio con le discipline orientali non c’entrava proprio nulla.
Lo studio era una grande stanza arredata in maniera (involontariamente) suggestiva: il centro di tutto era una grande scrivania di legno, oltre la quale c’era la scala per andare al piano di sopra, e nell’angolo sinistro un camino sempre spento; la finestra era sulla destra, e a entrambi i lati della stanza c’erano mobili di legno dall’aria molto vetusta. In generale, per lo meno nei miei ricordi, c’erano molti oggetti su quei mobili, in particolare la grande statua di san Rocco, colui che allontana i mali, con tanto di cane e bastone non intagliato. Il Giulio sedeva alla scrivania, e dietro di lui spiccava una grossa foto in bianco e nero, in una cornice ellittica in legno lavorato, raffigurante una distinta signora, ovvero sua nonna.
Lui raccontava spesso di come fosse stata lei ad accorgersi della sua virtù, quando da bambino aveva notato come fosse in grado di tranquillizzare gli animali con estrema facilità. Anche lei era ovviamente una segnatrice, e a giudicare dall’età del Giulio, deve essere stata operativa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: era di Milano e, forse in vista del fatto che le città creano collegamenti più facili, c’era gente che veniva su anche dalla Calabria per farsi segnare da lei. Il nipote, operando in un paesino di provincia ed essendo schivo di natura (non ha mai rilasciato interviste né si è mai fatto pubblicità, e infatti credo che questo articolo sia più o meno tutto quello che troverete su di lui), aveva certo clienti che vengono da più vicino, ma solo per modo di dire: la gente in sala d’attesa veniva dal Varesotto, ma anche dal Comasco, dal Milanese, dalla Svizzera e probabilmente anche da oltre. Inoltre, a giudicare da quanta gente c’era ogni mattina, per tutti quegli anni, sono abbastanza sicuro che il numero di clienti fosse comunque enorme.
Operava in maniera molto classica, nell’ambito della segnatura, ma non era specializzato in qualche male particolare. L’ho visto fare i suoi “interventi di routine” numerose volte: aveva dei bigliettini con il suo simbolo (quello del piatto), dietro ai quali erano riportate alcune frasi del Vangelo; in genere li piegava fino a formare un triangolo, sui lati del quale tracciava in penna alcuni simboli (il punto, il cerchio, la croce fatta da quattro linee quasi come un cancelletto, e il pentacolo, che si ritrova molto raramente in segnatura), e poi li segnava con un grosso chiodo senza punta, riproduzione di uno di quelli di Cristo, benedetto e messo in giro dalla Chiesa in numero ristretto di esemplari, non si ricordava nemmeno più quando. Lo strumento più significativo era però una scatolina piatta e tondeggiante, talmente coperta di vecchio nastro adesivo da risultare marrone scuro, che usava per segnare direttamente la persona: non ho idea di che cosa ci fosse dentro, da tradizione poteva essere un insieme di erbe, medagliette, oggettini consacrati e via dicendo, il tutto però legato a lui personalmente. Si metteva anche a “costruire” piccoli feticci (chiamiamoli così) che i pazienti potevano portarsi a casa: ad esempio una croce formata da due immaginette della Madonna, tenute assieme da graffette, o una corda con vari nodi, o ancora medagliette da strofinare nei momenti di bisogno.
Ovviamente, come da buona tradizione, non chiedeva nulla, ma era le gente a lasciargli un’offerta: mia madre già pagava in denaro (non molto, ma del resto ci andava credo una volta al mese o quasi), ma tanti portavano salami, bottiglie di vino e cose simili. La gente andava volentieri da lui anche solo per la sua estrema disponibilità: tutti sapevano che, in momenti di grande crisi (e se eri abbastanza in confidenza da poterlo disturbare fuori dall’orario di lavoro), potevi chiamarlo a casa; mia madre racconta di come una volta, al telefono, l’abbia fatta sedere e detto di “segnarsi” da sé mentre lui diceva alcune preghiere. Le sue competenze, va detto, non si limitavano ai mali fisici: sempre mia madre racconta che una volta lo ha sentito distintamente recitare una preghiera d’esorcismo su un qualche paziente, e insegnava senza problemi preghiere per allontanare persone fastidiose o nocive. Poi, va da sé, la gente arrivava anche a credenze superstiziose come il fatto che potesse influenzare il corso degli eventi e, ad esempio, fare arrivare una persona a destinazione senza trovare traffico, al che lui rispondeva seccamente con frasi tipo “Ma adesso attribuite a me ogni cosa che vi capita?!”
Quando ormai ero già grandicello, e iniziavo a interessarmi di queste cose, la figlia ne aveva preso il posto nello studio grande, e lui si era trasferito in uno più piccolo fatto costruire poco tempo prima fra la parete a ovest e la porta del bagno (quando appunto la figlia aveva iniziato a segnare, dopo aver seguito anche corsi di pranoterapia e similia); lo studio era stato impostato da lei in maniera forse più fredda, ma sicuramente più funzionale, con visite su appuntamento e un’offerta fissa di 10 euro (per evitare di arrivare a fine mese con 100 euro in contanti e mezzo quintale di salami in cantina). Quando poi lui si è ritirato, ormai troppo vecchio per continuare e dopo essere tragicamente rimasto vedovo, il tutto è più o meno finito lì, fino alla sua morte in età piuttosto avanzata. La figlia, trasferitasi a Busto Arsizio dopo essersi sposata e aver avuto un figlio, ha operato per qualche tempo in uno studio che faceva pratiche come iridologia, reiki e così via, per poi semplicemente smettere. Mi sento però di dire che, anche solo a livello umano, il Giulio di Venegono ha lasciato un grande vuoto nel cuore di tantissime persone.

Un po' di oggetti da segnatura creati dal Giulio di Venegono.

Il demone maestro e il santo visitatore.

Santa Maria alla Fontana, ottima chiesa dove reclutare giovani streghe.

Negli ultimi anni, grazie a una posizione maggioritaria più moderata degli studiosi sulla questione dei processi per stregoneria (ovvero una via di mezzo tra Margaret “Un Grande Culto Stregonesco Europeo” Murray e Norman “Isteria di Massa & Tutte Cazzate” Cohn), anche a Venegono si è scoperto che c’erano le streghe. Nel 1999, Anna Marcaccioli Castiglioni ha riesumato alcuni testi dell’archivio dei suoi nobili antenati, scoprendo che nel 1520 il magnifico signore Fioramonte Castiglioni aveva fatto chiamare l’inquisizione perché il figlioletto era morto in culla a causa di un maleficio. Il frate domenicano Gioacchino Beccaria arriva in paese, sente un po’ di gente del posto e convoca alcune persone, accusate di stregoneria.
Che cos’era successo?
Caterina Fornasari era una giovinetta che conduceva una vita normalissima, senza sapere però che la madre Margherita era una strega. Elisabetta Oleari, quella a capo del gruppo della zona (che contava persone di Venegono Superiore e Inferiore, Castiglione e Vedano Olona) si informò presso di lei per sapere se la figlia fosse o meno portata per diventare una strega a sua volta; la madre disse di sì, dunque entrambe la presero da parte appena uscite dalla chiesa di Santa Maria alla Fontana, dopo la messa natalizia, e le dissero di andare con loro in un posto. Lei non aveva motivo di rifiutare, dunque le seguì fino alla sorgente del fontanile, dove incontrarono un uomo di mezz’età vestito di scuro e con un cappello di nero che le aspettava sulla strada. Si presentò col nome di Martino, e le due donne la invitarono a prenderlo come amante e compagno; lei pensava che si trattasse di un semplice contadino, e lui di contro le disse che, se lo avesse accettato come amante, avrebbe avuto giorni felici e non le sarebbe mancato nulla.
Le cose andarono avanti per alcuni anni: tutti i giovedì lei e le sue compagne si recavano a casa di Elisabetta, che possedeva un unguento che, spalmato su dei bastoni, permetteva di volare fino alla Silva Rupta (letteralmente il Bosco Rotto, che noi oggi non abbiamo idea di dove fosse); lì c’erano i loro demoni maestri ad aspettarle, uno per ognuna, e ovviamente Caterina cercava Martino e aveva rapporti con lui. Lo spirito la prendeva sia da davanti, come fa il marito con la moglie, sia da dietro, in quella maniera che altrove è detta mestlet; la ragazza non provava molto piacere nell’amplesso in sé, in quanto il membro di Martino, forse per il fatto che non era un essere umano, non era né turgido né caldo, ma adorava giacere con lui perché la baciava, la accarezzava e la coccolava come nessun altro faceva, dimostrandole quanto fosse importante per lui. Era il momento sacro delle streghe, quello in cui smettevano di essere donne comuni, e divenivano tramite tra il mondo materiale e l’Altrove.
Le streghe, quando non stavano alla Silva Rupta, se ne andavano in spirito a compiere vendette su coloro verso i quali avevano un qualche risentimento: non colpivano mai direttamente, ma sempre facendo del male a ciò a cui questi tenevano. Ed ecco allora che, infilandosi nelle serrature delle case e delle stalle, toccavano i buoi e li facevano ammalare, cullavano i neonati e li facevano morire, ed erano arrivate persino a toccare la gamba a un pastorello durante il giorno, e questa non era più tornata sana. Il nobile Castiglioni, signore di Venegono, non doveva essere uno stinco di santo se le streghe erano arrivate a uccidere il suo figlioletto nato da poco: il problema era che questi aveva i mezzi per vendicarsi, e infatti non aveva avuto paura di usarli, ospitando l’inquisitore nel suo castello appositamente adibito a tribunale, carcere e luogo di tortura. Era presente a quasi ogni interrogatorio, osservando con sguardo duro e impassibile tutti i convocati, suscitando tanta paura a Caterina che, continuando a implorare perdono, confessò tutto.
Ma il Beccaria non era un inquisitore dalla condanna facile: ad esempio, liberò quasi subito il povero Badono Fornasari, il fratello di Caterina, la cui unica colpa era stata quella di accompagnare la sorella e la madre a fare delle commissioni, senza capire che stavano facendo stregonerie. Un atteggiamento simile lo tenne anche nei confronti delle donne: Margherita Fornasari, a causa dell’età avanzata, morì in carcere, e fu forse per questo che le altre streghe accolsero con gioia la sua proposta di patteggiamento, ovvero che se avessero confessato sarebbe stata loro commutata una pena minore, come una penitenza pubblica o una multa salata.
Dunque tutte accettarono, sennonché il Beccaria venne richiamato alla sede centrale per altre questioni (non che fosse strana come cosa), e sostituito con un nuove inquisitore, Michele d’Aragona, che si ritrovò per le mani tutte le confessioni delle streghe, ma non aveva nessun vincolo da rispettare riguardo al suddetto patto, che non era stato lui a stringere. Indi per cui, quello stesso anno, tutte le donne incarcerate vennero condannate a morte, decapitate e i corpi bruciati tra le fiamme, inclusa ovviamente la povera Caterina.
Mi è capitato più volte di domandarmi se il demone Martino si aggiri ancora per queste zone alla ricerca di nuove adepte alle quali donare grandi poteri, e un giorno, parlando di tutt’altro, mia nonna mi ha raccontato un aneddoto successo diversi anni prima, ovvero che un eminente membro dei testimoni di Geova residente in paese era solito attendere la madre (evidentemente cattolica) fuori dalla chiesa di Santa Caterina, ed era solito vestirsi di scuro e con un cappello nero, tanto che la gente non riusciva a non trovarlo inquietante… e a parlarne male, manco fosse un demone. Anche se in effetti oggi i testimoni di Geova fanno più paura dei demoni, a ben pensarci…
Ovviamente anche Venegono ha i suoi santi ma, essendo comunque Venegono, persino essi sembrano mutare. Nella seconda metà del Cinquecento anche di qui è passato Carlo Borromeo, l’integerrimo e spietato arcivescovo di Milano, campione della Controriforma, uniformatore di tutte le chiese, e grande persecutore di eretici e streghe. In vita, egli era il fuoco dell’incendio che passava e distruggeva ogni cosa che intendeva opporsi a lui, lasciando dietro di sé solo distese nere e uniformi; in morte, è stato santificato quasi subito, divenendo il protettore dei vescovi e dei catechisti, coloro che imprimono a fuoco la mente dei bambini in modo da renderli dei perfetti cattolici, tutti che la pensano alla stessa maniera, tutti uguali come la cenere usata per riempire un barattolo vuoto. Un’entità terribile e spaventosa, che ha impresso il suo marchio su tutta la Lombardia, e anche oltre: ogni chiesa è stata rimodellata secondo il suo volere, e ognuna di esse è uno dei suoi occhi che scruta quanto accade tutt’attorno, con impietosa disapprovazione; in molte di esse ci sono immagini di lui che, in abiti rossi e dorati, viene investito di luce divina.
Eppure, anche il tremendo san Carlo può mutare aspetto, con le dovute precauzioni: a Santo Domingo, dove il cattolicesimo incontra le religioni africane e quelle amerinde, egli è diventato il benevolo Papà Candelo, l’allegro signore del fuoco (di cui il mio amico Luca ha magistralmente parlato in un articolo che trovate QUI). A Venegono egli è rimasto l’arcivescovo di Milano, ma in una veste ben lontana da quella che ha nelle chiese: se proseguite oltre la strada che fiancheggia Santa Caterina, prima di arrivare alla fontana che segna la strada per la Cascina del Trono, troverete una cappelletta bianca e piuttosto grande, alla quale si accede per mezzo di quattro gradini, e che presenta un affresco molto recente (è datato 1995) ma anche molto sentito: san Carlo Borromeo in viaggio. È ripreso, benedicente, nell’atto di raggiungere una non meglio precisata destinazione (forse la stessa Venegono?), a dorso di un asino bianco che cammina su uno sterrato che fiancheggia un campo di grano maturo, nel quale vola un passero; dietro di lui, alberi e una campagna verde con qualche paesello, tipica delle Prealpi, e in fondo una montagna su cielo azzurro, mentre sopra a tutto svettano due cherubini con il motto borromaico, Humilitas.
Tutto questo è ben lontano dal terribile e inflessibile santo che imponeva la sua morale reazionaria e faceva uccidere chi gli si opponeva, ma anche solo dal riformatore della Chiesa, l’inavvicinabile alto prelato che la gente guardava con timore e ammirazione: sembra quasi ricordarlo nella sua versione di visitatore delle parrocchie, che all’epoca doveva apparire, per lo meno ai fedeli, come l'incarnazione del fatto che la Chiesa si fosse finalmente ricordata delle sue pecorelle. Ma non è solo questo: viaggia in completa solitudine, come se non temesse nulla, su un animale che simboleggia al tempo stesso purezza, resistenza e umiltà, e sembra quasi benedire non qualcuno, ma la campagna stessa, che dona frumento in abbondanza. Insomma, il fuoco di san Carlo qui non ha più la valenza delle fiamme dei roghi, ma è il calore della primavera e dell’estate che fa germogliare la nuova vita: del resto, nei suoi tempi più sinceri, la Chiesa si è sempre occupata anche di questo. Non più santo cittadino, dunque, ma divinità contadina. E, per non dimenticare che egli è sempre e comunque il buon Papà Candelo, ecco che per qualche strana ragione un pezzetto della cappela, sul lato destro, è bruciata, non per indicare distruzione, ma come semplice ricordo della sua vicinanza al fuoco. E ancora oggi, a questa benevola versione di san Carlo Borromeo, si offre fuoco di candela.

La cappelletta di San Carlo Borromeo.

Le sciagure che calano dall’alto.

Direi che è piuttosto rispondente...

Venegono è letteralmente infestata dai corvi.
In realtà, a voler essere pignoli, si tratta di cornacchie grigie ma, si sa, il dialetto dei contadini non fa troppe distinzioni: sono tutti scurbatt, a eccezione della gazza. E qui più che altrove questi uccelli rendono onore alla loro nomea di accompagnatori della Morrigan. La gente di Venegono parla con fastidio, se non con inquietudine e paura, dei corvi che infestano i cieli del paese, arrecando dolore e spavento con la loro sola presenza; numerosi sono gli aneddoti che narrano delle loro malefiche imprese: quasi ogni venegonese, se non ha vissuto direttamente un’esperienza, ha sentito parlare di loro, dunque ne riporterò qualcuno raccontatomi dai parenti…
In una grande villa con un immenso giardino, il padrone era solito tenere in libertà galli, galline, oche, tacchini e anatre, facendoli riprodurre senza problemi: ebbene, i corvi si appostavano sugli altissimi pini che sovrastavano il pollaio all’aperto, e non appena pareva loro che fosse il momento propizio, scendevano in picchiata per aggredire quelle povere bestie. E non si limitavano a rubare le uova: rapivano i pulcini, in gran quantità, e persino gli uccelli adulti. Mio nonno ne ha visto uno acchiappare un’anatra da terra, grande quanto lui, e sollevarla per portarsela via.
Ma se pensate che agiscano solo per fame, vi sbagliate di grosso. Essi uccidono principalmente per puro divertimento, sperimentando modi sempre nuovi e sempre più atroci.
Un signore aveva comprato alcuni pulcini e li aveva messi in una scatola di cartone, coperta da una rete, con una lampadina per tenerli caldi e del becchime sul fondo. Un giorno soleggiato decise che sarebbe stato salutare per essi prendere una boccata d’aria, così prese la scatola e la mise nel suo giardino. Allontanatosi per qualche minuto, al suo ritorno non riusciva a credere a quanto era successo: la rete era stata perforata, e i poveri pulcini giacevano all’interno della scatola in un lago di sangue, tutti privati della testa, dal primo all’ultimo. L’uomo, non sapendo come pulire quell’orrore, diede fuoco all’intero oggetto.
Quale animale si sarebbe nutrito delle teste di quei poveretti, ignorando totalmente la carne stessa? Nessuno potrebbe credere che l’assassino abbia agito per fame...
E ancora, un uomo e sua madre avevano un cagnolino molto vecchio, che ormai stava per lasciare questo mondo. Non avevano voluto farlo sopprimere, così lo avevano lasciato tranquillo sul marciapiede del cortile, in attesa che spirasse da sé. La donna non resisteva alla vista di quel poveretto agonizzante, e così andò in casa; il figlio fece lo stesso, per tornare di lì a qualche minuto. Ma del cane s’era persa ogni traccia; eppure il cancello era chiuso, nessuno avrebbe potuto entrare a rubarlo, men che meno in così poco tempo! Non aveva tenuto conto, l’uomo, che il pericolo era venuto dall’alto: un corvo, avendo percepito come sempre l’odore della morte, si era appostato sul tetto della casa, attendendo pazientemente che i due umani si allontanassero; poi era sceso, aveva afferrato il cagnolino coi suoi artigli e lo aveva rapito. E a quel punto i due padroni non poterono che versare lacrime amare: non avevano voluto dare al loro animale una morte rapida e indolore, e ora lo sapevano morto non di vecchiaia, ma a causa dei becchi dei corvi, spolpato ancora vivo (o, nel migliore dei casi, spiaccicato al suolo dopo essere stato lasciato andare dal suo assalitore).
La gente si chiede se la fredda perfidia di questi esseri abbia un limite. Fatto sta che paiono immortali: alcuni coraggiosi hanno perfino tentato di impallinarli, ma senza risultato, e anzi sono rimasti vittime di ictus poco tempo dopo aver compiuto un’azione tanto spavalda. I corvi, di contro, ogni giorno diventavano sempre di più. Come dico sempre parafrasando Tertulliano, il sangue dei corvi di Venegono è un seme!
Mia nonna, ogni volta che in casa si mangia carne, si premura di tenere da parte le ossa, che si avvede di non pulire troppo bene, poi le getta nel prato. Tempo un’ora, le va a raccogliere, trovandole sempre bianche come fossero state passate nell’aceto. Questo è il suo tributo ai tremendi figli del cielo.
L’ultimo spirito di cui voglio parlare, per questa carrellata, è quello della tempesta.
Se non siete mai stati sul Seprio, difficilmente potreste immaginare la rapida violenza con la quale i temporali estivi si abbattono in queste zone: sembrano quelli di montagna, ma avvengono in collina, e per il fatto di non avere l’ostacolo visivo dei monti sono alquanto spettacolari, oltre che terribili.
Ricordo distintamente quando, da ragazzino, ne scoppiò uno mentre io e mio fratello attendevamo il ritorno di nostra madre dal lavoro: la nonna ci portò in torretta per mostrarci per bene quello che stava accadendo, e fu davvero impressionante. Il cielo era letteralmente nero nonostante fosse primo pomeriggio, i fulmini e i lampi si alternavano quasi senza tregua, i tuoni erano talmente forti che sembravano far tremare la casa sin nelle fondamenta. E chiariamo, è una vecchia casa bella solida.
Poi ha iniziato a grandinare, e davvero sembrava non finire più, mentre io e mio fratello ci tappavamo le orecchie tanto era assordante quel rumore. Non ricordo quanti danni abbia fatto il maltempo, sta di fatto che è stato davvero uno spettacolo… a suo modo. E fenomeni del genere non sono inusuali a Venegono, con tutto ciò che ne consegue. Quindi è importante tributare onore anche alla tempesta…
 
Strada o fiume? I misteri del dopo-tempesta...

Lo stregone del Monte Rosso.

Il Castello Castiglioni, oggi dei missionari comboniani.

È facile immaginare come tutto questo abbia contribuito alla creazione di padre Cornelio, lo stregone di Kata Kumbas, che da giovane venne venduto dal patrigno, dopo la tragica morte della madre, a un monastero dove, per il fatto di essere storpio, veniva tenuto segregato. Una volta uscito, ormai vecchio, si era vendicato della famiglia adottiva, ed era stato iniziato alle arti della stregoneria nientemeno che dalla Signora del Gioco in persona. Il suo scopo era quello di tornare giovane e poter vivere la vita che gli era stata tolta, e solo a quel punto erano cominciate le sue avventure, che lo hanno portato non solo in Lombardia, ma anche in Veneto, in Romagna, in Umbria, nel Lazio, in Abruzzo, in Campania e in Trentino, per tornare infine proprio a Venegono, dove aveva ottenuto ciò che voleva.
Già all’epoca lo avevo creato pensando a tutte le cose che ho descritto prima, connesse al paese: il monastero dove stava è quello dei missionari comboniani (l’ex castello dei Castiglioni), aveva poteri come far scaturire rovi neri dal terreno, mutarsi in corvo, provocare tempeste, trasformarsi in drago e, alla fine della storia, è andato a vivere alla Silva Rupta, dove ha tenuto il Grande Gioco, e che oggi coincide con la Cascina del Trono. Il mio buon master ha pensato anche di metterci il demone Martino col cappello nero e la Santa Inquisizione, giustamente, e ha persino inserito Cornelio, assieme ai suoi due compagni, in un’avventura pubblicata nel volume Kata Kumbas - Avventure per Laitia, dal titolo Una notte sul Monte Rosso, e ispirata ai processi venegonesi.
Ho dunque voluto trascrivere alcune storie di questo misconosciuto paesino, ignorato da tutti ma ricco di suggestioni, estremamente pulito e tranquillo, e abitato da gente ancora generosa e altruista. E perché, nonostante l’oscura presenza dei corvi (e delle nocciole), per quanto ancora si racconti di demoni e stregoni, e per quanto (e questa è la cosa davvero tremenda) a governare sia la Lega, anche qui la vita non smette di fare il suo corso, di nascosto, ma senza dimenticare le proprie tradizoni. Gli spiriti sono attivi qui più che altrove, mi viene da pensare, omaggiando tutti lo scorrere della grande Olona.
Ieri infatti, mentre ero a leggere sotto il nocciolo, un corvo è atterrato piuttosto vicino, ci siamo salutati, poi una coppia di tortore gli è piombata addosso e lo ha cacciato via. E solo stamattina, alzando la testa, ho capito perché.

giovedì 28 luglio 2016

Padre Amorth tra eresia e terrorismo




Ringrazio Mirko Mitta, Elia Pescatori e Luca Tarenzi per avermelo ispirato. XD

Qualche tempo fa mi capitò di vedere per puro caso su Youtube una puntata di Vade Retro sulla magia nera (io nemmeno pensavo che esistesse un programma simile), con particolare attenzione al vudù; l’avevo definita “un coacervo di luoghi comuni, informazione faziosa, ignoranza e terrorismo mediatico che un decimo già bastava”: se vi interessa, potete gustarvela QUI.
Quel che però mi ha colpito più di tutto è stata la figura di padre Amorth, questo vecchio prete con la bava alla bocca che sparava castronerie a manetta, e sulle quali torneremo. Io di fatto lo conoscevo solo di nome, al che un amico mi ha passato un suo libro del 2010, Memorie di un Esorcista - La Mia Vita in Lotta Contro Satana, edito da Piemme, che invece potete trovare QUI. E così ho iniziato a leggerlo, trovandomi davanti a qualcosa che si è rivelato essere addirittura peggio di quanto mi aspettassi.
In questo libro, padre Amorth parla non solo di vari casi che ha risolto, ma esplica anche il suo pensiero in merito a Satana, ai demoni, alla magia, alle sette e persino alle gerarchie ecclesiastiche. Di seguito dunque le mie osservazioni in merito, che spero vi intratterranno anche solo per gli aneddoti che racconta.

Padre Amorth come eretico.
Il primo punto sul quale vorrei focalizzarmi è l’eresia di padre Amorth: non sto usando un termine improprio o esagerato, si tratta proprio di eresia nel vero senso del termine, ovvero di pensiero deviante rispetto a quello ufficiale, ovvero cattolico, il che per un prete è abbastanza grave.
La prima devianza del Nostro riguarda lo status di Satana, in quanto più volte nel libro egli lo definisce come “dio della morte”: “L’obiettivo finale [dell’operato di maghi e sette sataniche] è la morte, perché Dio è il dio della vita, mentre Satana è il dio della morte. Quanti suicidi sono ispirati dal diavolo! Anche suicidi di gruppo sono ispirati da Satana.”[1] E ancora: “Quindi il demonio ha la facoltà di uccidere, ma solo se - badate bene! - Dio gliene dà il permesso. Soprattutto non dobbiamo dimenticare che Dio è il Dio della vita, Satana è il sovrano della morte.”[2]
Ora, viene dato indubitabilmente uno status divino a Satana, che secondo me va al di là dell’escamotage letterario (la Chiesa preme sempre molto sul fatto che il Diavolo non è un dio, e che il suo potere è inferiore a quello di Cristo); persino il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce che “Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni - di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica - per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza…”[3] Qui però ci ritroviamo davanti a possessioni demoniache che spingono direttamente le persone al suicidio, a sentire padre Amorth…
C’è poi la faccenda dei tre tipi di sensibilità mistica, in quanto per il Nostro non tutta la “magia” viene da Satana (sebbene si autocontraddica in alcuni filmati di Youtube, come ad esempio QUESTO). Dice infatti che “la particolare sensibilità di queste persone proviene o dalla natura, o da Dio o dal demonio. Se proviene dalla natura, il termine giusto è sensitivi; ad esempio un rabdomante che sente l’acqua. È una particolare sensibilità, che talvolta viene indicata come sesto senso, che può solo riguardare fatti naturali; perciò non può essere di nessun aiuto per capire se vi sono presenze o influenze malefiche. Se questa particolare sensibilità e percezione viene da Dio, allora si tratta di carismi, e non bisogna parlare di sensitivi, ma di carismatici. […] Se questa particolare sensibilità proviene dal demonio, anche, come spesso accade, all’insaputa della persona stessa, allora il termine che propongo di usare è occultisti, perché in un modo o nell’altro si tratta di operatori dell’occulto.”[4]
Ovviamente non si dilunga troppo sul primo caso, quello dei “sensitivi”, ovvero coloro che traggono il proprio potere dalla “natura”. Che cosa dovrebbe significare tutto ciò? Sembrerebbe quasi che esista una terza forza in campo, oltre a Dio e a Satana, in grado di conferire facoltà soprannaturali agli uomini. Perché appunto, questa facoltà non viene da Dio, creatore della natura, ma dalla natura stessa. Come mi venne fatto giustamente notare da un amico, questo vuol forse dire che la dea della wicca esiste?!
Infine, la parte più interessante è il pensiero del Nostro riguardo le anime dei morti. In molti punti del libro parla di esse, e afferma che “anch’io ho incontrato anime di dannati, non di semplici defunti, di dannati. Sempre però ho visto dietro di loro che c’era il demonio che li manovrava. Ossia sono schiavi di Satana. In balìa del demonio, mandati a infestare le persone. Il demonio si serviva di loro per dare disturbi alle persone, ma c’era lui che comandava. […] Sul problema delle presenze [infestazioni], in base alle mie povere esperienze, ho sempre accertato la presenza dello spirito maligno, sia nei pochi casi di possessione, sia nei molteplici casi di infestazione personale o locale. […] Il demonio si può anche travestire da anima dannata, come afferma il Rituale.”[5] Sennonché, parlando di un esorcismo nel quale stavano assieme demoni e anime dannate, dice che “con mia grande sorpresa si rivelarono presenti [nel posseduto] anche tre anime dannate: Michelle, donna che aveva lavorato al Moulin Rouge e che a trentanove anni era morta di droga. […] Poi era presente Beelzebul, un marocchino che aveva tagliato la testa a tre missionari nel 1872. […] La terza anima dannata era Jordan, uno scozzese che aveva ucciso la madre.” [6]
Sorvolando qui sulla stereotipicità di questi dannati (la drogata francese, il saraceno ammazzacristiani e lo scozzese dell’Amleto), padre Amorth crede che Satana possa usare le anime dei morti dell’Inferno per possedere i vivi, come se esse fossero di sua proprietà. E questo è un problema particolarmente interessante, perché già “gli scrittori medievali, nell’interpretare queste storie [della maga Circe e della strega di Endor], partivano tuttavia dal presupposto che non si possano richiamare in vita i morti: era in realtà un demone ad assumere l’aspetto del defunto, e a fingere di essere quella tale persona.”[7] E questo perché, ovviamente, le anime appartengono unicamente a Dio: lo stesso Catechismo ce lo conferma quando dice che “Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i ‘morti’ udissero ‘la voce del Figlio di Dio’ (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, ‘l’Autore della vita’, ha ridotto ‘all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo’, liberando ‘così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita’ (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha ‘potere sopra la morte e sopra gli inferi’ (Ap 1,18) e ‘nel nome di Gesù ogni ginocchio’ si piega ‘nei cieli, sulla terra e sotto terra’ (Fil 2,10).” [8] Tutto questo per dire, insomma, che l’ormai impotente Satana non può più controllare le anime, nemmeno quelle dannate, in quanto è stato sconfitto da Cristo: come più oltre, l’Inferno consiste nella lontananza da Dio, non nell’assoggettamento al Diavolo.
Non pago di ciò, padre Amorth dice comunque che le infestazioni dei luoghi, e dunque i fantasmi, in realtà non sono anime di defunti, ma demoni (tranne in un caso che esplica[9], la qual cosa dovrebbe già invalidare la sua teoria, ma fa nulla): “[I fantasmi] sono pura invenzione, oppure trucchi del demonio che si manifesta sotto forma di cosiddetti spiriti, fantasmi. Esistono solo angeli, demonio e uomini.”[10] Il perché, appunto, il Diavolo possa usare le anime solo per possedere e non per infestare, cosa che invece gli tocca fare direttamente, resta un mistero.
In tutto questo inizio a capire perché il Nostro sia “padre Amorth” e non “cardinal Amorth”…

Padre Amorth come ignorante.
La cosa più fastidiosa del Nostro, almeno per me, è la sua crassa ignoranza nella materia di cui dovrebbe essere invece un luminare. In più punti dimostra di non sapere davvero nulla di ciò di cui parla, commettendo degli errori talmente grossolani che mi hanno lasciato tra il basito e l’imbarazzato.
Il mio preferito è questo: “Be’, c’è Satana, che è il numero uno, e Lucifero che è il numero due. Sono diversi per la potenza che hanno; molte volte non compaiono subito, ma Satana c’è sempre.”[11] Dunque non è vero, come da buona tradizione cristiana (e che praticamente tutti conoscono) che Lucifero era il nome del Diavolo prima della caduta: egli sarebbe invece il secondo in comando dell’Inferno, sottoposto di Satana, il Diavolo vero e proprio, che non è evidentemente lo stesso che si è ribellato ed è caduto dal Cielo. Chi è dunque Satana? Da dove è sbucato? È sempre stato all’Inferno? Queste domande restano per ora senza risposta, a meno che il buon padre Amorth non stia confondendo Lucifero con Shemyaza, ma se così fosse ciò implicherebbe che il Nostro ritiene vero l’apocrifo Libro di Enoch…
Un altro bellissimo passo del libro-intervista si chiede al Nostro se gli è mai capitato di avere a che fare con demoni incubi o succubi, al che viene risposto: “Succubi di altri demoni sì. Sì, perbacco!”[12], per poi raccontare un aneddoto della vita di padre Pio dove Satana si mascherava da frate per prenderlo in giro, o da donna per tentarlo. Insomma, padre Amorth non sa che i malcubi sono una specifica tipologia di demoni che si insinua nei sogni degli uomini per sedurli; poi evidentemente gli viene in mente, e parla delle donne lussuriose che stanno con Satana all’Inferno, ma anche in televisione.
La più fastidiosa, e a mio avviso dannosa, è la sua conoscenza della “magia”: non solo egli si lancia in un’imbarazzante catalogo delle pratiche magiche[13] da far rivoltare nella tomba persino Frazer, ma dà il meglio di sé nel filmato di Vade Retro di cui sopra, quando afferma che «il vudù […] è una delle forme peggiori di maleficio magico nato in Africa […] Ecco che anche queste due forme di magia, la macumba e il vudù, sono state importate specie in America Latina: quindi macumba e vudù, in Brasile e in Argentina, sono molto diffusi. […] Che cos’è il vudù? È una magia che, attraverso Satana, perché lì c’è direttamente o indirettamente l’invocazione a Satana, si vuol fare del male agli altri. […] Sono malefici tremendi, che uno fa col gusto di far del male agli altri, e siccome adesso c’è di moda, venuto anche dal Giappone, ma soprattutto che si è sviluppato negli Stati Uniti, la lotta per depravare i bambini…», e si lascia andare al parlare di come i manga e i giochi di carte portino al satanismo, senza nessun nesso logico.
Che uno che si occupi per lavoro di magia nera conosca la macumba è lecito, ma essa è propriamente una forma di pratica di matrice africana diffusa soprattutto in Brasile, da cui poi sono derivate delle religioni vere e proprie (la kimbanda e l'umbanda); di contro il vudù non è una magia, né una forma di magia, ma una religione fatta e finita (e che nulla c’entra con l’America Latina, essendo diffuso principalmente ad Haiti, Santo Domingo e Louisiana)! Sarebbe quindi come dire che ci sono due modi per fare il lavaggio del cervello a una persona: una è ipnotizzarla usando un pendolo di cristallo, l’altra è usare il cristianesimo… E sì, fossi un houngan (cioè un sacerdote vudù) mi sentirei molto offeso dalle parole di padre Amorth, che spara a zero per pura ignoranza, al solo fine di far paura a chi lo ascolta e allontanare le persone da qualsiasi cosa sia diversa dalla Chiesa Cattolica.
E qui arriviamo proprio al punto focale di tutto.

Padre Amorth come seminatore di zizzania.
L’obiettivo del Nostro è fin troppo facilmente intuibile: fare paura, perché la gente non si allontani da un sano cammino spirituale di stampo meramente cattolico. A una delle persone da lui liberate dalla possessione fa infatti dire: “Quando si fa un patto con Satana a tradimento si viene a sapere dal demonio stesso che la vera religione è solo quella cristiana cattolica, fedele al Papa, ed è per questo che viene così avversata. Le altre religioni cristiane sono appena tollerate; mentre il buddismo e il maomettanismo sono religioni favorite, perché false religioni.”[14] E non pago di questo, racconta aneddoti su aneddoti (che va da sé, non hanno alcun altro riscontro se non le sue parole), ovviamente senza fare nomi di persone né di luoghi, ma che rasentano sempre l’assurdo, a volte anzi superandolo senza colpo ferire. Il motto però resta sempre lo stesso: allontanare chi è diverso, e ricondurre in seno alla Chiesa chi ha paura di questa diversità.
Padre Amorth, con la paura del satanismo e della magia nera, scardina anche il valore della famiglia di stampo cristiano e della carità verso il prossimo; dice infatti, senza remora alcuna: “Ci sono così tanti modi per fare malefici… I più comuni sono la tazzina di caffè, o il cioccolatino con dentro l’impasto… Dico sempre: state attenti da chi andate, se c’è una persona di cui non vi fidate, da cui vi aspettate qualche cosa di male, state attenti. Per esempio, uno va da una zia, che ha preparato una torta, e c’è un pezzo staccato: «Questo è proprio per te» dice, e magari c’è il maleficio dentro. Questo sembra un caso banale, ma è successo moltissime volte! Un pezzo di torta, un dolce preparato a parte, o qualcosa da bere. «Tu non bevi?» «No, non ho sete…» «Ma dai, tieni, assaggia questo…» e c’è il maleficio dentro. Malefici che in genere vengono fatti con sangue mestruale; perché c’è una relazione con la vita. Oppure uccidono animali, polli, gatti e cani soprattutto, e ne usano il sangue. Poi utilizzano terra presa dai cimiteri. E ne fanno miscugli che alla fine sono irriconoscibili, e li iniettano magari dentro un cioccolatino… «Prendi un cioccolatino.» «Una tazzina di caffè!» E ci mettono dentro alcune gocce di questa roba, e il maleficio attacca. A tante persone ho detto di non andare a mangiare dalla suocera, e non invitarla, e chiuderle la porta in faccia. Tagliare ogni rapporto. E alle volte è bene farlo anche con i genitori. Ma capita anche il contrario, cioè da parte dei genitori verso figli che si sono dati a Satana, e sono diventati negativi. Dico: «Cacciateli di casa, non date loro libero accesso! Non telefonate, e se chiamano buttate giù il telefono, se sentite la loro voce; non scrivete…»”[15] Insomma, se la vostra famiglia vi vuole morti e tenta di darvi da mangiare cioccolatini che sanno di sangue e terra (e voi non ve ne rendete conto), tagliate ogni rapporto con essa, e correte in seno a Santa Madre Chiesa, le cui braccia sono sempre aperte.
Non pago di ciò, padre Amorth si mette a raccontare del caso di una donna che stava male quando andava a letto, ma i medici non rilevavano alcuna malattia; intervenuto lui direttamente, ha fatto aprire tutti i cuscini, scoprendo che in uno di essi c’era un panno nero contornato da piume dello stesso colore, come una corona mortuaria: la suocera ha assicurato che i cuscini li aveva confezionati lei stessa, e quella cosa non c’era, e infatti dalle indagini è risultato che i colpevoli erano alcuni vicini, che avevano fatto il maleficio per invidia nei confronti di quella famiglia[16]. Dunque in questo caso abbiamo dei vicini invidiosi (non si sa per quale motivo) che, come in un processo per stregoneria del Seicento, lanciano un maleficio su una povera ragazza per farla morire, teletrasportando il feticcio nel suo cuscino; padre Amorth è esorcista dal 1986, nella diocesi di Roma, e io credo che nemmeno i miei nonni abbiano mai confezionato direttamente i loro cuscini, come invece pare fare la suocera di questa donna…
Ma oltre che dai parenti e dai vicini bisogna stare in guardia anche dai luoghi che si frequenta, perché possono portare al peccato e dunque alla possessione! “Per esempio, ci sono alcune discoteche - non tutte, non bisogna mai generalizzare - in cui l’itinerario è fisso. Un ragazzo o una ragazza va là, si incomincia con il fumo, e poi si passa alla droga, e poi il sesso, e poi la setta satanica. Infallibilmente. Alla fine viene la setta satanica. […] La principale caratteristica delle messe nere è che c’è il disprezzo, sempre, dell’Eucaristia. Poi nella vera messa nera c’è la donna nuda che fa da altare, e che dovrebbe essere vergine, e venire prima violentata da quello che fa da sacerdote e poi da tutti gli altri, dopodiché fra di loro succede di tutto. Ossia diventa un vero bordello. Per cui molti alla messa nera ci vanno per ‘il dopo’, per il bordello.”[17] E presupponendo che per “bordello” il Nostro intenda invece “orgia”, e tralasciando che la donna nuda come altare è un’invenzione di LaVey e delle sue messe nere psicodrammatiche, è interessante notare come la progressione del peccato sia fumo-droga-sesso-satanismo, e che dunque drogarsi sia meno peccaminoso che fare sesso…
Se non vi bastasse, sappiate comunque che le sette sataniche “qui in Italia sono molto numerose: si dice che siano più di ottocento, e forse anche di più; in genere però sono piuttosto piccole, come numero di membri: quindici, venti persone al massimo. Alle volte intorno alle dieci persone.”[18] Quindi possiamo stimare, secondo padre Amorth, che nella sola Italia ci siano un minimo di ottomila satanisti praticanti! Va da sé che non si danno riferimenti su queste statistiche, com’è logico…
Un’altra bellissima storia dell’orrore è quella che vede coinvolta un’altra famiglia, non si sa ovviamente né dove né quando. “La famiglia è composta dai genitori e da cinque figli, due maschi e tre femmine. In casa è stato fatto più volte un culto a Satana, dietro istigazione di un ragazzo che si era fidanzato con una delle figlie e faceva parte di una setta chiamata Gatto Nero. Questo ragazzo, favorito dalla dabbenaggine di quella famiglia, aveva fatto costruire in casa una piccola cappella a Satana, al quale aveva fatto fare a tutti una specie di consacrazione: si erano fatti dei taglietti sulle dita per ‘battezzare’ tutti col sangue; il giovane si era esibito anche in pratiche invereconde, come far bere a tutti la sua urina mescolata a sperma.”[19] Padre Amorth ovviamente interviene quando in casa iniziano a esserci palesi segni di infestazione (litigi, porte che sbattono, rubinetti che perdono), e alla fine scaccia le presenze maligne, facendo sostituire l’altare satanico con una cappelletta cristiana in giardino, in maniera molto conveniente. Quindi, se un tizio vi si presenta a casa e vi dice «Salve, sono il ragazzo di vostra figlia! Perché non ci consacriamo tutti a Satana e beviamo il mio sperma?», state attenti che forse potreste avere dei problemi, se accettate…

Una storia di ordinario satanismo
La più bella storia del libro resta comunque quella che vi riporto integralmente, e verbatim.
L’interessato è un giovane di vent’anni. Mi viene accompagnato dai genitori. Accusa laceranti dolori ai testicoli e in tutto il corpo; grida proprio come un ossesso. È uscito momentaneamente dall’ospedale, dove è ricoverato, per una preghiera di liberazione; i medici non sanno spiegarsi la causa di tanta sofferenza ed è stato il giovane stesso a chiedere il nostro intervento.
La sua storia mi viene raccontata a fatica, fra uno spasimo e l’altro, tenendosi il basso ventre.
«Circa tre anni fa mi sono ritrovato nell’occasione di fare riti satanici, invitato da amici della mia età. Io non ci credevo e ho partecipato per curiosità. I riti si svolgevano in un cimitero; eravamo in una decina, e uno era il capo. Stavamo tutti incappucciati per il rito sacrificale e la messa nera. I riti sacrificali venivano compiuti nel sotterraneo del cimitero, sulla lastra di una tomba scoperchiata. Li facevamo saltuariamente, a distanza di mesi. Il sacrificio degli animali consisteva nell’uccisione di un gatto, di un uccello, di un serpente, mescolati con ossa di morti, prelevate dall’ossario. Mangiavamo la carne dell’uccello passata sul fuoco, o del gatto, mescolata con il sangue del serpente e con ossa triturate. Io ho mangiato l’uccello e bevuto il sangue del serpente. Da notare che il serpente è il simbolo della setta. Poi, durante il rito, si consumava il rapporto sessuale con una ragazza vergine che avevamo adescato. Il rito durava in media circa tre ore. Il sacrificio viene offerto al dio Abu Katabu, che sentivamo presente, insieme al dio indiano Zei… L’ultimo rito lo abbiamo celebrato domenica scorsa. Sono andato da solo, senza che nessun amico mi venisse a prendere; sentivo che mi chiamavano; ma ho appreso che io sono una vittima designata e ho paura.»
Ho chiesto: «Come hai fatto a entrare nel sotterraneo del cimitero, ad aprire l’ossario e compiere riti, senza che i sorveglianti del cimitero se ne accorgessero?» Mi ha risposto che era stato lui a rubare la chiave; che conosceva bene quel posto, e che sapeva spostare la rete e rimetterla a posto nel corridoio del sotterraneo e poi rimetteva tutto a posto dopo il rito, che si compie nelle ore notturne.
Ho chiesto anche come facevano ad adescare le ragazze e a sverginarle. Mi ha detto che come pretesto più comune le invitano a pregare in chiesa o in un cimitero, sulla tomba di un conoscente. Ne portano una o due per volta; le fanno assistere al rito e poi si uniscono a loro; danno loro dei soldi come paga e impongono il silenzio. A dire del giovane le ragazze ci stanno e qualche volta ritornano; ma quei ragazzi vogliono sempre ragazze vergini per i riti; usano le altre solo sen non ne trovano di vergini.
Domando ancora come si chiama la setta, come ci si entra e se c’è qualche patto fra loro. Mi risponde che la setta è il “Serpente Nero”; il dio che adorano è Abu Katabu. Mi dice anche che una volta entrati è difficile evaderne. Due ragazzi erano usciti; allora gli altri li hanno maledetti nel corso di un rito. Dopo appena due giorni uno di quei ragazzi è morto in un incidente stradale col motorino; l’altro si è fracassato il cranio. Il capo della setta ha ventiquattro anni.
Volevo sapere come celebrano le messe nere. Mi ha risposto che usano ostie rubate. Lui stesso ne ha rubate nella sua chiesa, dove era conosciuto, dove aveva fatto il chierichetto, per cui sapeva dove erano le chiavi: prelevava direttamente le ostie dal tabernacolo. Negli ultimi tempi la cosa era diventata più difficile; allora faceva la fila per la comunione, poi si metteva la particola in tasca.
La messa nera viene celebrate da un ex frate, che per l’occasione si veste di rosso. Sputano sulle ostie e poi le bruciano. Usano anche ossa di morti, e poi mandano maledizioni sui loro nemici; lui ne ha inviate contro i suoi famigliari; a suo dire le maledizioni hanno sempre effetto.
Dopo questo dialogo preliminare procedo all’esorcismo. Ascoltando le litanie dei santi, il ragazzo si inalbera, recalcitra, urla e diventa pericoloso. Invoca Abu Katabu. Avverto delle presenze demoniache; getto acqua benedetta. Il giovane urla e invoca i suoi dèi: Abu Katabu, Zei e altri. Urla per il dolore ai testicoli; inveisce contro la nonna e la madre. Questa è presente e replica al figlio che la nonna e la zia lo hanno sempre amato. Lui risponde che voleva l’amore della madre e non della nonna e della zia, per cui ha maledetto tutti. Comprendo che c’è una forte componente psicologica nel giovane, che lo spinge a reagire a carenze d’affetto. In seguito alle maledizioni la nonna ha subìto un’operazione al seno per tumore, la madre è stata operata d’appendicite, il padre ha subìto una forte ustione da corrente elettrica, che poteva essere mortale. Il giovane attribuisce questi malanni alle sue maledizioni.
A un certo punto perde la vista; poi parla in lingue diverse, fa le corna contro di me. Vomita, e così comincia a liberarsi; si sente più leggero, piange, chiede aiuto, arriva a farsi il segno della croce. Uno dei miei aiutanti, amico del custode del cimitero, fa un sopralluogo e scatta alcune foto. I particolari narrati dal giovane corrispondono a verità.
Arriviamo a un secondo esorcismo. Urla laceranti e dolori fortissimi al basso ventre; il ragazzo invoca i suoi dèi e, durante l’esorcismo, si sente avvolto da fiamme che lo bruciano. Grida a squarciagola chiedendo che gli versino acqua sul petto e sulle spalle. Ma l’acqua benedetta gli aumenta il dolore. Poi incomincia a vuotare il sacco: è pieno di rimorsi. Osservo ancora una forte componente psicologica nel suo tormento. Dice che il calcio al basso ventre gliel’ha dato la sua ragazza durante la violenza sessuale. Ora essa si trova ricoverata in ospedale, dopo il rito satanico, in stato di coma.
Di nuovo il giovane vomita; alimento il vomito facendogli bere acqua benedetta. Si cala, riprende coscienza, chiede di essere salvato. Vuole vedere il padre, la madre, la nonna, il fratello. La scena è commovente; chiede perdono a tutti, abbracciandoli in lacrime. Abbraccia anche me, invoca il nome del Signore, prega con noi.
Permane in lui la paura di venire ucciso; si crede una vittima designata e ha bisogno di cure e protezioni davvero particolari.[20]
Un saggio commento a tutto ciò è QUESTO.
Ma or dunque, lascio a voi lettori il commento di quanto narrato sinora, ma alcuni interessanti punti su questa vicenda mi sento in dovere di esplicarli.
1)      Chi di noi non si è mai ritrovato nell’occasione di fare riti satanici?
2)      Si adora il dio Abu Katabu, che nessuno ha mai sentito, e l’indiano Zei, sconosciuto all’induismo.
3)      Il ragazzo sa dove sono le chiavi della chiesa e del cimitero, e persino dell’ossario!
4)      Lui si occupa di mettere a posto dopo il rito, ma una volta sul posto trovano le prove dei riti.
5)      «Ciao, come ti chiami? Sei vergine? Ti va di venire con me a pregare alle 2 di notte al cimitero?»
6)      «Prendete ‘sti soldi e mute, o vi ammazziamo!» «Ma noi vogliamo scopare ancora!»
7)      La setta Serpente Nero dev’essere gemellata con quella del Gatto Nero citata sopra.
8)      Come da buona tradizione, il celebrante è un ex frate (forse di 24 anni, non s’è capito).
9)      Il ragazzo ha stuprato la sua ragazza riducendola al coma durante la colluttazione.
10)  Padre Amorth rileva che forse c’è un fattore psicologico di mezzo.
Mi fermo ovviamente qui, potrei continuare all’infinito.

Conclusione
Il mio pensiero riguardo tutta questa faccenda si pone a metà strada fra due tendenze, quella che vorrebbe il Nostro come un cialtrone, e l’altra che lo vorrebbe come l’equivalente di un reduce del Vietnam, che ormai vede nemici ovunque. Secondo me la faccenda è un tantino più complessa, e parte dal suo pensiero per così dire eretico.
Padre Amorth ha chiaramente visto qualcosa di vero, in una Chiesa dove (lo sappiamo, e lo dice lui stesso) nessuno crede più al soprannaturale, Dio incluso: del resto, se vai attivamente alla ricerca dell’occulto, o curi persone che dicono di essere affatturate o possedute, in qualcosa di reale ci incappi per forza. Anche qualcosa di piccolo, certo, ma ci incappi.
Padre Amorth però non ha gli strumenti per interpretare ciò che hai visto. Ne è un bell’esempio quanto dice riguardo uno dei suoi più grandi crucci, ovvero le anime dei dannati che possiedono i vivi, e che non si spiegano da un punto di vista teologico: “Molti sono gli interrogativi che restano aperti in questo campo. I teologi contattati mi hanno già detto che le definizioni autorevoli sono troppo scarse, e sono troppo pochi gli studi su questa materia; scarsi anche gli approfondimenti biblici, rari gli studi patristici, minimi i contributi teologici.”[21] Oppure si è ritrovato a fronteggiare spiriti che non rientravano in quelli del canone biblico, e tutto questo ha portato a una conclusione inevitabile: non sapendo come spiegarsi quanto ha visto, ha iniziato a speculare di sua sponte, ma cercando sempre di restare nell’ambito della dottrina cattolica, non riuscendoci però granché bene. E infatti: “Il problema per noi esorcisti è sorto da quando abbiamo cercato di mettere insieme le nostre esperienze circa la possibilità di incontrare in alcune persone che esorcizziamo anime di defunti (dannati? Non sempre) al posto di demoni o agli ordini di demoni. I pareri sono stati discordanti, secondo le esperienze dei singoli esorcisti…”[22]
Questa è, a mio avviso, la necessaria derivazione dell’ignoranza che i Cristiani hanno sempre voluto avere in qualunque ambito pertinente il soprannaturale (badate bene, voluto avere): sin dagli albori hanno sempre preferito non sapere nulla a riguardo, ammassando ogni manifestazione spirituale nell’indistinto ambito del demoniaco, e cassando completamente tutte quelle tradizioni che avrebbero invece potuto spiegarle; per tale ragione gli esorcisti dell’epoca, ma anche di oggi, si trovano davanti a fatti che vanno in netto contrasto con la loro dottrina, e che dunque non sanno spiegarsi.
Tutto questo genera una grande paura dell’ignoto, e fa scricchiolare le proprie credenze, in un modo in cui un normale sacerdote non avrà mai a che fare: in un celebre filmato d’esorcismo del Nostro (che potete trovare con facilità su Yotube), quando l’officiante intima al demone di abbandonare il corpo in quanto Cristo lo ha sconfitto per sempre, questi risponde a tono sul fatto che però, in effetti, lui è ancora lì.
Da un lato, dunque, padre Amorth è vittima di questo processo; dall’altro, invece, è carnefice, in quanto ritiene chiaramente che il modo migliore per salvare le persone dalle possessioni diaboliche sia spaventarle a morte, affinché non abbandonino mai il seno di Madre Chiesa. Da questo derivano gli assurdi racconti di cui sopra, palesemente inventati, le leggende urbane sulle discoteche sataniste, le accuse alle altre confessioni religiose, la raccomandazione di allontanarsi da chi pratica la magia, eccetera. Il 24 novembre 2011, intervistato su Il Fatto Quotidiano, si è persino spinto agli estremi, dichiarando: “Harry Potter porta alla magia e, quindi, porta al male. Anche in Harry Potter il demonio ha agito in maniera nascosta e furba, sotto forma di poteri straordinari, magie, maledizioni [...] Pratiche orientali apparentemente innocue come lo yoga sono subdole e pericolose. Pensi di farle per scopi distensivi ma portano all’induismo. Tutte le religioni orientali sono basate sulla falsa credenza della reincarnazione.”
Ed è proprio per questo che, parafrasando ciò che disse tempo fa un amico, Satana con lui ha già vinto: una persona che con l’intento di aiutare l’umanità non fa altro che terrorizzarla e spingerla all’odio verso il diverso, perché in fondo questa persona stessa è terrorizzata e odia ciò che non comprende, sta palesemente facendo vincere la forza contro cui dice di stare combattendo.


[1] Marco Tosatti - Gabriele Amorth, Memorie di un esorcista. La mia vita in lotta contro Satana, Piemme, Cles 2010, p. 119.
[2] Ibid., p. 194.
[3] Catechismo della Chiesa Cattolica 395.
[4] Memorie di un esorcista, pp. 141-142.
[5] Ibid., pp. 143-144.
[6] Ibid., p. 29.
[7] R. Kieckhefer, La magia nel Medioevo, Laterza, Bari 2004, p. 198.
[8] Catechismo della Chiesa Cattolica 635.
[9] Memorie di un esorcista, p. 144.
[10] Ibid., p. 206.
[11] Ibid., p. 193.
[12] Ibid., p. 206.
[13] Ibid., pp. 99-100.
[14] Ibid., p. 85.
[15] Ibid., pp. 168-169.
[16] Ibid., pp. 101-103.
[17] Ibid., p. 114.
[18] Ibid., p. 82.
[19] Ibid., p. 82.
[20] Ibid., pp. 86-89.
[21] Ibid., pp. 151-152.
[22] Ibid., p. 152.