Dopo averci pensato un po’ su, mi è sembrato corretto
scrivere un secondo articolo sul satanismo: se nel primo (che potete trovare
QUI) avevo dimostrato come le maggioritarie correnti sataniste italiane non
fossero realmente sataniste, nel secondo vorrei invece analizzare alcuni punti
del pensiero del Papa Nero in persona, mettendo l’accento sul suo pensiero
teologico e su quello magico per sfatare alcuni miti a riguardo, che paiono
ormai fin troppo consolidati.
La figura di LaVey mi pare essere stata come mutilata:
da un lato, viene ripreso in toto il suo pensiero filosofico per quanto
riguarda l’etica, rinnegando del tutto la parte magica (come nel caso italiano
di Dimitri o in quello americano del Tempio di Satana di Detroit), dall’altro
tutto l’apparato esoterico prodotto dal satanismo viene in genere “relegato”
alla sua corrente occultista, che spesso si dimentica aver avuto origine
proprio da LaVey (oltre che dal pensiero di Crowley).
Vorrei dunque, in questa sede, restituire a LaVey la
sua parte teologica e magica, contestualizzandolo peraltro nel periodo storico
nel quale è vissuto, altra cosa che viene spesso dimenticata. Spero che ciò non
venga visto come un “attacco” all’autorità del fondatore del satanismo, ma
piuttosto come un modo per comprendere degli aspetti del satanismo stesso che
sono passati un po’ in secondo piano. E dimostrare che il Papa Nero non era né
ateo né razionalista come lo si intende oggi in Italia: insomma, non uno che
avrebbe potuto tesserarsi all’UAAR.
Il Papa Nero
come teologo.
Si ritiene comunemente che LaVey fosse ateo, e che
dunque il satanismo razionalista sia una “religione atea” a sua volta; mi sento
di precisare però che per ateismo intendiamo la concezione della non esistenza
di alcunché che possa rientrare nella sfera del Divino, anche se (e questo pare
essere scontato altrove, ma non in Italia) ciò non implica necessariamente il
non credere, ad esempio, all’esistenza dei vampiri, dei fantasmi, delle fate o
degli alieni; e paradossalmente si potrebbe non credere all’esistenza di Dio,
ma a quella degli angeli e dei demoni. Insomma, un ateo non crede nella
specifica esistenza di Dio (a prescindere che sia uno o molti, trascendente o
immanente, e così via), ma ciò non implica per forza il non credere
all’esistenza di “altre cose”, o in genere del soprannaturale. E anche per
LaVey non è così semplice.
“È
convinzione popolare errata che il satanista non deve credere in Dio. […] Per il satanista, ‘Dio’ – così come viene chiamato, o in qualsiasi
altro modo venga definito – è visto come un fattore bilanciante della natura,
non come un essere interessato alle privazioni. Questa potente forza, che
pervade e bilancia l’universo, è troppo lontanamente impersonale per
preoccuparsi delle felicità e delle miserie delle creature di carne e sangue
che popolano questa palla di fango. […] Il
satanista comprende che la preghiera non porta a nulla di buono, poiché infatti
diminuiscono le possibilità di successo: troppo spesso i devoti religiosi si
adagiano compiacenti e pregano per una situazione che, se avessero affrontato
da soli, avrebbero potuto portare rapidamente a termine!” [1]
La visione di LaVey, quindi, prevede sì l’esistenza di
Dio, ma in maniera meccanicistica e panteistica: questi è una forza impersonale
che tutto pervade e indifferente all’essere umano, ma indispensabile per il
funzionamento dell’universo; tutto ciò è ben diverso dal mero ateismo, e in
realtà anche dall’agnosticismo che non prende posizione a riguardo. Mi sento di
ricordare che la differenza tra lui e Aquino non è, come troppo
semplicisticamente viene detto, che il primo non crede all’esistenza del
Diavolo e il secondo sì, ma piuttosto che per LaVey le forze invisibili della
natura sono impersonali e indifferenti all’uomo, mentre per Aquino sono
personali e possono attivamente avere a che fare con gli esseri umani. E
tuttavia, in moltissimi casi LaVey è stato interpretato come pensatore ateo,
con ogni probabilità più in vista della sua critica alle religioni, cosa che di
per sé non basta a fare un ateo, ma tutt’al più un antireligioso. E in effetti
questa sua critica merita una certa attenzione.
Il Nostro si scaglia quasi totalmente contro la
concezione abramitica della religione (e in special modo cristiana), trovando
deplorevoli alcuni specifici concetti, ovvero che pur adorando lo stesso Dio le
religioni si facciano guerra fra loro, che venga pregato Dio per perdonare i
peccati umani e per accedere alla vita ultraterrena, e che le preghiere stesse
siano fatte in modo indolente senza alcuno sforzo umano per migliorare la
situazione[2]; a questa va aggiunta l’astinenza
mal condotta e la repressione degli istinti, una critica che rivolge anche ai
Buddhisti[3]. Parimenti, laddove compaiono dei
riferimenti ad altri culti (come quello pagano o yezida[4]), c’è sempre una vena di apprezzamento, o per lo meno
di minor condanna. Questo perché tutto l’apparato critico di LaVey va contestualizzato
nel periodo storico nel quale è nato ed è stato messo per iscritto, cioè l’America
degli Anni ’60 del secolo scorso, dove la lotta alle istituzioni (incluse
quelle spirituali) era la norma, in quanto la società stessa era da tradizione
repressa e bacchettona: non deve dunque sorprendere se un hindu, un daoista o
un qualunque pagano occidentale potrebbe storcere il naso davanti a una simile
critica, non ritrovando nella sua religione questi specifici difetti.
A ulteriore riprova di questo, LaVey, dopo aver
esplicato il suo pensiero teologico sull’origine di Dio (ogni divinità è stata
creata dall’uomo come esternazione di ciò che egli non può fare o gli è
proibito fare[5]), afferma anche che il satanista è
colui che si rende conto che la sua parte carnale e quella spirituale non sono
scisse, ma coincidono con la prima: a quel punto può accettare la propria
divinità, o andare alla ricerca di altri dèi esterni (e dunque inventati) che
gli diano sicurezza. Ma in ogni caso, guerreggiare o anche solo battibeccare
con le altre religioni è sconsigliabile per un satanista, in quanto “il satanista non odia sé stesso, neppure
gli dèi che avrebbe potuto scegliere, non ha il desiderio di distruggersi o di
distruggere qualsiasi cosa egli crei.” [6]
In questo senso, la Chiesa di Satana attuale ha
portato avanti questa filosofia solo come critica, che oggi appare un po’
troppo generalista, allargandola a tutte le religioni in vista della sofferenza
che esse hanno sempre causato nel corso della Storia in nome della “verità” [7]. Purtroppo Gilmore stesso non sembra portare esempi
concreti per religioni diverse da quelle abramitiche (se non i sacrifici umani
dei popoli precolombiani, che sono però un caso piuttosto particolare), e
questo perché la persecuzione e la guerra per motivazioni puramente religiose
sono, volente o nolente, un’invenzione abramitica (o comunque, se non
totalmente estranea alla maggioranza dei culti, non rappresenta la norma).
Certo, in quasi ogni religione è presente un dio che ha caratteristiche
superiori a quelle di un essere umano, e tuttavia esse sono state variamente
interpretate nel corso dei secoli, se non dei millenni, alcune in maniera non
poi tanto distante dal pensiero laveyano: sistemi di pensiero antichi come il
neoplatonismo, l’ermetismo e lo gnosticismo, o alcune correnti dell’induismo e
del buddhismo rientrano perfettamente in questo insieme; non è dunque strano se
Aquino ha potuto creare la propria teologia fondendo assieme concetti gnostici
e laveyani.
A questo va aggiunto un altro fattore importante,
ovvero la cultura personale di LaVey, che con ogni probabilità traeva origine
più dall’occultismo che non dall’accademia, all’epoca ancora piuttosto preclusa
alla gente comune e molto chiusa nella sua divulgazione al pubblico (oltre a
essere ancorata a idee ormai superate su come uno studio di storia religiosa
poteva essere condotto). Per fare alcuni esempi di errori “accademici” del
Nostro, questi dice che il termine
“diavolo” (devil) deriva dall’indiano
devi (dio) [8],
mentre invece si tratta della parola prettamente greca diabolos (da dia,
attraverso, e bolos, lanciare, cioè
calunniare); la versione in inglese moderno deriva dall’antico inglese deofol, a sua volta derivato da diobul, che rimanda infatti al diabolos greco e al diabolus latino. Ma errori ancora più gravi, in questo senso, si
ritrovano nell’elenco dei demoni, come Midgard al posto di Jormungandr
(probabilmente intendeva Midgardsormr), o Tezcatlipoca come dio degli inferi,
cui in realtà non è associato; le nozioni di religione e mitologia delle pagine
seguenti, allo stesso modo, lasciano molto a desiderare, e non le analizzerò
oltre.[9]
Ma appunto, LaVey era un pensatore di un’epoca diversa
dalla nostra, con una preparazione filosofica ed esoterica, ma non certo
accademica: non si può incolparlo se, quasi cinquant’anni fa, non conosceva
cose che per noi oggi sono abbastanza scontate perché vengono insegnate in
università o scritte su libri di facile reperibilità. Questo però è un fattore
molto importante e che andrebbe considerato con attenzione, in vista del fatto
che oggigiorno mi sembra poco lecito condannare ogni visione religiosa su una
base così antiquata, e che non risulta storicamente corretta (lo stesso
discorso potrebbe anche essere fatto per la sua filosofia in generale, ma
questa è una faccenda interna al satanismo).
In Italia, tuttavia, la cosa ha assunto a mio avviso
forme ancora peggiori per la sua superficialità: prima dell’inizio di questo
secolo, infatti, non c’era qui da noi nessuna significativa rappresentanza di
movimenti magici o religiosi alternativi (come appunto il satanismo, il
neopaganesimo, la chaos magick e via dicendo), ma nemmeno di qualche movimento
ateo o anticlericale diverso dal comunismo. Indi per cui, chi voleva schierarsi
contro la Chiesa Cattolica per le più svariate motivazioni, politiche, etiche o
spirituali che fossero, doveva necessariamente rientrare tra le fila
dell’Estrema Sinistra (in alcuni casi anche dell’Estrema Destra), arraffando
tutto quello che gli capitava a tiro e che potesse in qualche modo (ma non
totalmente) essere compatibile con simili idee[10]: è per questa ragione, credo, che nel nostro Paese il
pensiero laveyano è stato molto spesso acquisito solo superficialmente, quando
non proprio storpiato per metterlo laddove serviva, più per far scalpore in
quanto “satanismo” che come filosofia di vita o sistema magico. E lì purtroppo
è rimasto.
Il Papa Nero
come mago.
Se il Libro di Satana e quello di Lucifero sono
incentrati sulla filosofia satanica, il Libro di Belial e quello di Leviathan
hanno per argomento la magia: LaVey esplica nel primo le regole e i sistemi
dell’operare magicamente, e nel secondo propone alcuni rituali e formule, come
le celebri chiavi enochiane; a questi vanno aggiunti, in vista della tematica,
sia The Satanic Witch, edito nel
1971, che The Satanic Rituals, del
1972. Questo di per sé basterebbe a categorizzare il Nostro come un mago, e
tuttavia sembra che in molti casi tutta questa parte del suo pensiero sia stata
rinnegata: come esplicato nell’articolo precedente, pare che sia più che altro
in voga (in Italia, ma anche all’estero) il ritenere che LaVey intendesse la
magia puramente come psicodramma catartico, o tutt’al più come mentalismo per
condizionare gli altri. Vorrei quindi analizzare questa parte del suo pensiero,
per fare un minimo di chiarezza, fermo restando che la definizione che il
Nostro dà di magia è “il cambiamento di situazioni o eventi tramite la
propria volontà, che altrimenti sarebbero immutabili con l’uso dei metodi
normalmente accettati” [11].
Nella sua introduzione al Libro di Belial, LaVey
spiega alcune cose di notevole importanza: credo che il suo discorso sia stato
male interpretato dalla maggior parte dei suoi lettori, che hanno visto tutto
questo come una negazione dell’esistenza della magia. In realtà, come sempre,
anche questo va contestualizzato a livello storico, e nello specifico
nell’ambito della “rivoluzione crowleyana” dell’esoterismo: il Nostro, come la
Bestia e i suoi successori, si oppone non all’esistenza della magia, ma a
quell’infinità di oscuri e falsi arzigogoli che sono stati impiantati su di
essa (la cosa è meravigliosamente espressa dalla frase “Se la distanza minima fra due punti è una linea retta, gli occultisti
più rinomati risulterebbero degli ottimi creatori di labirinti” [12], riferendosi qui a personaggi come Lévi e a
organizzazioni esoteriche come l’O.T.O. e la Golden Dawn, di cui ho parlato QUI).
Un’interpretazione ancora più radicale venne data in seguito, negli Anni ’70,
dai fondatori della chaos magick, ultimo sviluppo del pensiero iniziato da
Crowley, laddove la magia viene ridotta ai suoi minimi termini. LaVey però
decide di sfruttare questi arzigogoli anziché eliminarli, perché fanno presa
sull’immaginazione delle persone, a partire dalla fondazione stessa della
Chiesa di Satana.
“Una delle
più grandi credenze errate sulla pratica della magia rituale è che una persona,
per essere danneggiata o distrutta, deve obbligatoriamente credere nei poteri
magici. Niente è più lontano dalla verità, infatti le vittime più ricettive
alla maledizione sono sempre state le sue più grandi denigratrici. La ragione è
tremendamente semplice. L’uomo tribale non civilizzato è il primo a correre
dallo stregone o dallo sciamano più vicino non appena percepisce che un nemico
gli ha appena lanciato una maledizione. La minaccia e la presenza del male è
palese in lui e, conoscendo il grande potere della maledizione, prenderà ogni
precauzione per annientarla. Così, attraverso l’utilizzo della magia simpatetica,
egli neutralizzerà ogni danno che potrebbe capitargli. Quest’uomo è conscio di
ciò che fa, e non tralascerà nulla. Di contro, l’uomo ‘illuminato’, che non
presta alcun credito a tali ‘superstizioni’, relega nell’inconscio la sua paura
istintiva per la maledizione, alimentando in tal modo una fenomenale forza
distruttiva che si moltiplicherà a ogni successiva disgrazia. Di certo, ogni
qualvolta accadrà un nuovo contrattempo, il non credente negherà in automatico
qualsiasi connessione con la maledizione, soprattutto a sé stesso. Questo
enfatico e consapevole rifiuto del potenziale della maledizione è il principale
ingrediente che produrrà il successo della stessa, attraverso il susseguirsi di
prostranti situazioni accidentali. In molti casi la vittima negherà qualsiasi
relazione tra la magia e ciò che gli capita, fino all’ultimo respiro,
soddisfacendo in tal modo il mago, che vede realizzati i propri desideri.
Bisogna ricordare che non è importante che tutti attribuiscano dei significati al
vostro lavoro, finché i risultati del lavoro sono conformi alla vostra volontà.
Il super-logico cercherà sempre di spiegare la connessione col rituale magico
come frutto di una ‘coincidenza’.” [13]
Come si spiega tutto questo passo se non che LaVey
credeva nella realtà della magia? Non psicologia, non scienza, ma magia come la
si intende proprio in ambito esoterico. Anche perché, oggettivamente, che senso
avrebbe per un satanista compiere un rituale magico se sa che si tratta di un
inganno? A quel punto si tratterebbe solo di un’automotivazione molto scenica,
ma che comunque non può influenzare la psiche di una persona più che tanto. Per
fare un esempio, un ateo che per salvare le apparenze prende la comunione in
chiesa, non si sentirà certo rinnovato nello spirito; allo stesso modo un
satanista che compie un rituale di lussuria avrà una bella scenografia per un
atto sessuale, ma ciò non lo avvicinerà di un millimetro nell’ottenere l’amore
della persona che corteggia (e che, va da sé, non era presente al rito).
Si potrebbe rispondere che, in tutto questo, LaVey
prevedeva sempre una diretta interazione tra incantatore e incantato, e che
questo rende di fatto la sua “magia” una serie di trucchi di manipolazione
psichica. In realtà non solo il Nostro distingue questi trucchetti dalla magia
rituale (chiamandoli “bassa magia”, quella che per Aquino è poi la “piccola
magia nera”), ma più oltre, parlando di quando operare, specifica che “non importa quanta forza di volontà abbia
una persona, perché essa sarà naturalmente passiva mentre dorme; per questo il
momento migliore per lanciare la propria energia magica verso il bersaglio
prescelto è proprio quando lei o lui dormono. […] È proprio durante questo ‘sonno da sogno’ [la fase REM] che la mente è al massimo della ricettività
per le influenze esterne o inconsce. Assumiamo che il mago voglia lanciare un
incantesimo su una persona che solitamente si reca a dormire alle 11 di sera e
si alza alle 7 del mattino. Il momento più efficace per eseguire un rituale
sarà alle 5 del mattino, o due ore prima che il bersaglio si svegli.” [14] Aggiunge poi che altri momenti propizi sono quando il
soggetto sta fantasticando, oppure è annoiato o depresso. E di certo non si
tratta qui di influenza psicologica, dato che la vittima dorme e il mago opera lontano
da essa. Peraltro, in questo frangente LaVey sembra precedere un pensiero fatto
proprio dalla chaos magick, per la quale agire magicamente di sotterfugio,
quindi senza che l’incantato sappia della magia in atto, amplifichi l’effetto
della stessa.
Possiamo prendere a modello proprio la chaos magick
per spiegare il suo pensiero di operare magia in relazione al paradigma, ovvero
il modo di interpretare la realtà da parte degli esseri umani. Se si è all’interno
di un dato paradigma, allora esso può essere usato a proprio vantaggio (tu credi
alla magia, io ti faccio sapere che ti ho fatto un incantesimo, e la tua
credenza lo rafforza, per il bene o per il male, come diceva già De Martino ne Il Mondo Magico); il principio tirato in
ballo da LaVey è però più postmoderno: il mago non sta usando il paradigma per
fare la propria magia, ma sta facendo override
sul paradigma stesso. La ragione per cui alcuni caoti definiscono sé stessi paradigma pirates (come Joshua Wetzel
nell’omonimo libro), è perché non usano le regole del paradigma condiviso, ma
“impongono” le regole del proprio paradigma a quelle del paradigma generale:
ciò però non avviene come un tiranno che impone qualcosa al popolo, ma come un
hacker che introduce un virus in un sistema informatico che, ignaro
dell’attacco, non ha un antivirus per combatterlo. Ciò consegue anche al
“principio del segreto”: come si può far funzionare un incantesimo dicendo al
soggetto che gli è stata fatta una magia, allo stesso modo si può tenere celato
il tutto, di modo che il paradigma della persona sia totalmente indifeso (e
infatti LaVey tratta di entrambi i casi).
Sempre per i Caoti, il paradigma è tanto più forte
quante più persone ci credono. Un mago non può scardinare il paradigma del
mondo: sarebbe come voler mettersi una montagna sulle spalle e pretendere di
spostarla; tuttavia, può introdurre degli “errori nel sistema”, riscrivendo
alcune cose: ciò è reso possibile a lui e non ad altri proprio perché sta
usando la magia (o, per il Nostro, il potere di “Satana”). Sa che la volontà e
l’immaginazione possono cambiare la realtà, quindi effettua il suo incantesimo,
e quella nuova “stringa di programmazione” finisce nel mainframe della realtà, ma senza violarne le regole. Questo implica
che ciò non causa lo scardinamento del paradigma altrui (non necessariamente),
perché gli effetti dell’incantesimo risultano essere sempre giustificabili in
altra maniera, tutt’al più risultando improbabili: i casi in cui non lo
sono risultano davvero rari. In base a questo, la fondazione della Chiesa di
Satana (che vedremo a breve) diventa chiara, e lo stesso LaVey, criticando al
tempo stesso religione e scienza a scapito della magia, parla della cosa in
relazione al fatto che Satana “rappresenta
semplicemente una forza della natura – i poteri delle tenebre, come sono stati
chiamati, solo perché nessuna religione ha estratto queste forze dall’oscurità.
Neppure la scienza è stata capace di applicare una terminologia tecnica a
queste forze. È un serbatoio aperto che viene poco utilizzato, in quanto manca
l’abilità di usare uno strumento senza averlo compreso o senza avere prima
letto tutte le parti che lo compongono. È questo incessante bisogno di
analizzare che impedisce a molte persone di prendere vantaggio da questa
sfaccettata chiave per l’ignoto, che il satanista ha scelto di chiamare
Satana.” [15]
In relazione a ciò, un’altra massima laveyana probabilmente
mal interpretata è stata questa: “La
magia è come la natura stessa, e il successo della magia richiede che funzioni
in armonia con la natura, non contro di essa.” [16] Questo, a una prima e decontestualizzata lettura,
potrebbe apparire come un modo per dire che la magia è come la natura, e che
dunque la magia non può fare cose impossibili, come ottenere un’auto nuova
tracciando un cerchio per terra e accendendo delle candele (citando liberamente
Dimitri). Ciò però è, come sempre, vero solo in parte.
In realtà il Nostro spiega perfettamente, e subito
prima, cosa intende, ovvero che nella magia è importante un fattore
bilanciante, che permetta al mago di rendersi conto di chi è, di quali sono le
sue capacità, e che dunque operare una magia per ottenere qualcosa di
completamente avulso dal suo sé è destinato al fallimento (il caricarsi la
montagna sulle spalle di cui prima o, per dirla proprio con LaVey, “l’energia necessaria per far levitare una tazzina
da tè (realmente) sarebbe anche sufficiente per piazzare un’idea nella testa di
metà delle persone della Terra, e farle agire in accordo al volere del mago” [17]). Il Nostro dunque dice:“Essere abili nell’adattare i propri voleri con le proprie capacità è
un grande merito, e troppa gente non realizza nulla perché mira al massimo.
‘Una mezza pagnotta può essere meglio di niente.’ Il perdente cronico è sempre
l’uomo che, non avendo nulla, se incapace di fare un milione di dollari,
rifiuterà con disprezzo tutte le possibilità di farne cinquantamila.” [18] E al solito, si può interpretare tutto questo come
psicologia, ma gli esempi che riporta sono molto chiari: “Sei un individuo stonato e senza talento che sta tentando, attraverso
la magia, di ricevere grandi plausi per la sua voce non musicale? Sei una
strega di aspetto comune, senza fascino, con piedi, naso ed ego smisurati,
combinati a un caso di acne in stato avanzato, che sta lanciando un incantesimo
d’amore per acchiappare una giovane e affascinante star del cinema? Sei un
lurido, informe, sdentato e grasso fannullone che desidera una deliziosa e
giovane spogliarellista? Se è così, faresti meglio a imparare l’uso del fattore
bilanciante, o aspettati di fallire ogni volta.” [19]
Per LaVey, insomma, “mago” non significa psicologo, né
filosofo, né scienziato, ma proprio mago. E in effetti, chi dice di essere
satanista razionalista dovrebbe (in teoria) seguire i dettami di LaVey,
riconoscendoli come adatti a sé: indi per cui il rinnegare tutta la parte della
magia (vale a dire quasi metà della Bibbia
Satanica, e gli altri libri summenzionati), implica una non totale adesione
al satanismo laveyano. In questo senso non c’è nulla di sbagliato, ma ritengo
sia oltremodo incorretto definirsi tali non credendo all’efficacia della magia,
alla maniera in cui una persona si definisce cattolica ma, al tempo stesso, non
riconosce l’autorità del papa né la transustanziazione: essa può certamente
definirsi cristiana, ma assolutamente non cattolica. Dal mio punto di vista,
quindi, chi condivide la filosofia del Nostro ma non la sua pratica, di fatto
si definisce impropriamente “satanista razionalista”, in quanto di satanico ha
solo l’iconografia, alla maniera di un gruppo black metal, perché il satanismo del
Papa Nero implica sia una filosofia di vita, sia un sistema di magia.
Il rituale
di fondazione.
“Nell’ultima
notte di aprile del 1966, a Walpurgisnacht, la più grande festa nella
tradizione della magia e della stregoneria, LaVey si rasò la testa in modo
rituale e, in concordanza con la tradizione magica, annunciò la formazione
della Chiesa di Satana. Per identificarsi meglio come suo ministro, si mise un
collarino da prete. Questo gli dava un aspetto quasi da sant’uomo. Ma la sua
testa pelata stile Genghis Khan, la sua barba mefistofelica e i suoi occhi
aguzzi gli donavano un look sufficientemente demoniaco per il suo sacerdozio
nella Chiesa del Diavolo sulla terra. LaVey spiega: «Da una parte, chiamarla
‘chiesa’ mi permette di seguire la formula richiesta per il successo, e cioè di
una parte oltraggiosa e di nove parti socialmente rispettabile. Ma l’intento
principale è quello di riunire assieme un gruppo di persone con idee similari,
per usare tutte le loro energie combinate al fine di richiamare la forza oscura
della natura chiamata Satana.»” [20]
La Chiesa di Satana in sé è certamente una
provocazione e una goliardata, e tuttavia il modo in cui è stata creata non lo
è, come non lo sono le dottrine magiche di LaVey, che trovano riscontro
nell’ambiente esoterico sia precedente che posteriore a lui. A mio parere, se
il Nostro avesse voluto creare un’istituzione per puro scherzo, non avrebbe
posto un’attenzione e una coerenza tale ai simboli e a tutto l’insieme: una
cosa sarebbe equivalsa a un’altra senza troppi problemi, perché il punto
sarebbe stata la provocazione. Invece il lavoro fatto è, dal punto di vista
magico, assolutamente impeccabile (e il non farsi prendere sul serio faceva
parte del gioco stesso, come LaVey esplica nel Libro di Belial, come anche l’esplicare
durante il rito i veri scopi dello stesso, per quanto potessero risultare
assurdi). La grande canalizzazione di energie ottenuta con l’unione di così
tante persone, in America come poi nel mondo (almeno fino allo scioglimento del
sistema delle grotte), è un’evidente opera magica, il cui scopo poteva essere
la realizzazione personale del fondatore, come anche altro che ci è ignoto.
Resta il fatto che al satanismo laveyano interessa
avere una ritualistica comune nel suo significante, e non nel suo significato,
per canalizzare tutta la volontà nello stesso momento e nello stesso atto
quando vengono compiuti dei riti comunitari: un sistema magico piuttosto
classico, come visto, ma più incentrato sull’uomo e sulla sua condotta di vita,
con un netto disinteresse verso lo studio delle forze che agiscono in esso. Si
tratta del demone guida? O forse è Satana? O la natura? O ancora è solo la
volontà umana?
Il punto è che non importa cosa sia in realtà, conta
solo che per il singolo mago funzioni e porti frutti: del resto, il punto
focale del satanismo è l’autodivinizzazione. In questo senso, i moti emotivi
dei partecipanti sono benzina sul fuoco della volontà del ritualista. Ed è per
questo che trovo così straniante come tutto l’apparato esoterico sia stato
ridotto a una seduta di psicoterapia un po’ sui generis, ma al solito credo che
il Papa Nero abbia già risposto a tutto questo, dicendo: “Mai tentare di convincere lo scettico sul quale intendi lanciare una
maledizione. Lascia che ti derida. Informarlo diminuirebbe le tue possibilità
di successo. Ascolta con benigna sicurezza come ride della tua magia, sapendo
che i suoi giorni saranno costantemente tormentati. Se è abbastanza spregevole,
per grazia di Satana, potrebbe persino morire – ridendo!” [21]
Un grazie a
Elia Pescatori e Luca Tarenzi che mi hanno dato idee, suggerimenti e
spiegazioni per la stesura di questo articolo.
[1] Anton
Szandor LaVey, La Bibbia Satanica, p.
22.
[2] Ibid. p. 23.
[3] Ibid. p. 44; LaVey tuttavia riprende dal
buddhismo uno dei suoi detti più citati: “Ricorda
che l’uomo non è un santo, ma
semplicemente un uomo – solo un’altra specie animale – qualche volta migliore,
molto spesso peggiore delle specie che camminano a quattro zampe.”
[4] Ibid. p. 23; a tal proposito, nella versione italiana della Bibbia
Satanica reperibile online, l’anonimo traduttore ha aggiunto, al termine
della parte sugli Yezidi, un “Troppo
comodo.” di condanna, che però non esiste nella versione inglese, di fatto
storpiando il pensiero dell’autore.
[5] Ibid. p. 24.
[6] Ibid. p. 48.
[7] The murderous madness of theism, di P.
H. Gilmore: http://www.churchofsatan.com/murderous-madness-of-theism.php,
consultato il 29/03/2017.
[8] La Bibbia Satanica, p. 30.
[9] Ibid. p. 31 segg.
[10] Credo
che uno dei casi più eclatanti sia stato Pasolini, le cui opere sono state per
molto tempo viste come socialiste o comuniste semplicemente perché ambientate
nei quartieri popolari; ma un discorso simile si potrebbe fare per
l’accogliente e tollerante cultura romana antica, ripresa dal fascismo come
“identità nazionale” chiusa e ostile a ogni influenza esterna.
[11] La Bibbia Satanica, p. 61.
[12] Ibid., p. 60.
[13] Ibid., pp. 64-65.
[14] Ibid. p. 68.
[15] Ibid. p. 34.
[16] Ibid. p. 72.
[17] Ibid., p. 68.
[18] Ibid., p. 72.
[19] Ibid., pp. 74.
[20] Ibid., p. 6-7.
[21] Ibid., p. 65.
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