mercoledì 27 luglio 2016

Il corvo di Venegono



Il suo nome è Stormo, perché sono in tanti!


Articolo del 2006, basato su storie vere.

Si dice spessissimo che l’animale più pericoloso in natura è l’uomo. Si tratta di una sacrosanta verità, tuttavia non è altrettanto palese quale sia il secondo animale più pericoloso che Dio abbia messo nel suo progetto di creazione.
Ebbene, questi altri non è che il corvo di Venegono Superiore, un paesino collinare del Varesotto con poche migliaia di abitanti.
Ci troviamo di fronte ad un tipo di bestia che col normale corvo comune (corvus corax), che vediamo spesso becchettare nei campi assieme a piccioni e cornacchie, ha ben poco a che vedere, se non l’aspetto fisico. E anche qui ci sarebbe da discutere, in quanto i corvi di Venegono raggiungono tranquillamente le dimensioni di un corvo imperiale!
Si tratta di un uccello la cui natura è assolutamente diabolica: un ricettacolo di astuta perfidia, tramandata da generazione in generazione, tanto da sembrare che codesti volatili, neri come la notte, abbiano stretto un patto col Demonio e siano gli emissari stessi del Male.
La gente di Venegono parla con fastidio, se non con inquietudine e paura, dei corvi che infestano i cieli del loro paese, arrecando dolore e spavento con la loro sola presenza; numerosi sono gli aneddoti che narrano le loro malefiche imprese: quasi ogni venegonese, se non ha vissuto direttamente un’esperienza, ha sentito parlare di loro!
Nessuno ignora che la loro spavalderia sia senza pari: non temono affatto di piombare nei giardini delle villette per divorare il pane che viene messo lì per i passeri e le tortore. Ma quando un corvo ne incontra un altro, immediatamente tenta di rubargli il bottino, fosse anche del suo stesso stormo! E quindi vanno sui tetti a contendersi il boccone, litigando fra loro con versi forti e asprissimi, di prima mattina, per il puro gusto di svegliare le persone addormentate.
Ma se si trattasse solo di questo, non sarebbero altro che uccelli dispettosi. In realtà, non mancano di razziare come lupi famelici i cortili.
In una grande villa con un immenso giardino, il padrone era solito tenere in libertà galli, galline, oche, tacchini e anatre, facendoli riprodurre senza problemi: ebbene, i corvi si appostavano sugli altissimi pini che sovrastavano il pollaio all’aperto, e non appena pareva loro che fosse il momento propizio, scendevano in picchiata per aggredire quelle povere bestie. E non si limitavano certo a rubare le uova: rapivano i pulcini, in gran quantità, e persino gli uccelli adulti. Nessuno ignora come sappiano afferrare coi loro tremendi artigli il dorso di un’anatra e come riescano a sollevarla da terra, portandola in un luogo ove ucciderla senza essere disturbati. La loro forza ha del prodigioso!
Ma se pensate che agiscano solo per fame, vi sbagliate di grosso. Essi uccidono principalmente per puro divertimento, esattamente come gli uomini, sperimentando modi sempre nuovi e sempre più atroci.
Un signore aveva comprato alcuni pulcini e li aveva messi in una scatola di cartone, coperta da una rete, con una lampadina per tenerli caldi e del becchime sul fondo. Un giorno soleggiato decise che sarebbe stato salutare per essi prendere una boccata d’aria, così prese la scatola e la mise alla luce del Sole, nel suo giardino. Allontanatosi per qualche minuto, al suo ritorno non riusciva a credere a quanto era successo: la rete era stata letteralmente perforata, e i poveri pulcini giacevano all’interno della scatola in un lago di sangue, tutti privati della testa, dal primo all’ultimo. L’uomo, non sapendo come pulire quell’orrore, diede fuoco all’intero oggetto.
Quale animale, se non uno posseduto da una forza demoniaca, si sarebbe nutrito delle teste di quei poveretti, ignorando totalmente la carne stessa? Nessuno potrebbe credere che l’assassino abbia agito per fame...
Essi sono gli Uccelli della Morte, e questa definizione non è esagerata: si divertono ad aumentare le sofferenze delle persone in svariate maniere, tutte concepite dalla loro mente perversa. E farò un esempio che spero sia esplicativo.
Un uomo e sua madre avevano un cagnolino molto vecchio, che ormai stava per lasciare questo mondo. Non avevano voluto farlo sopprimere, così lo avevano lasciato tranquillo sul marciapiede del cortile, in attesa che spirasse da solo. La donna non resisteva alla vista di quel poveretto agonizzante, e così andò in casa; il figlio fece lo stesso, per tornare di lì a qualche minuto. Ma del cane s’era persa ogni traccia; eppure il cancello era chiuso, nessuno avrebbe potuto entrare a rubarlo, men che meno in così poco tempo! Non aveva tenuto conto, l’uomo, che il pericolo era venuto dall’alto: un corvo, avendo percepito come sempre l’odore della morte, si era appostato sul tetto della casa, attendendo pazientemente che i due umani si allontanassero; poi era sceso, aveva afferrato il cagnolino coi suoi artigli e lo aveva rapito. E a quel punto i due padroni non poterono che versare lacrime amare: non avevano voluto dare al loro animale una morte rapida e indolore, e ora lo sapevano morto non di vecchiaia, ma a causa dei becchi dei corvi, spolpato ancora vivo (o, nel migliore dei casi, spiaccicato al suolo dopo essere stato lasciato andare dal suo assalitore) e senza possibilità di ricevere degna sepoltura.
La gente si chiede se la fredda perfidia di questi esseri abbia un limite. Fatto sta che paiono immortali: alcuni coraggiosi hanno perfino tentato di impallinarli, ma senza risultato. E anzi, ogni giorno diventavano sempre di più. Il sangue dei corvi di Venegono è un seme!

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